La filigrana della sopravvivenza

26/01/2024

Non ho mai scritto una sola riga che non avesse a che fare con la mia esistenza, a modo mio, lo vedi, sono un realista.

Paul Celan, Lettera del 23 giugno 1962 a Erich Einhorn (Tu sai cosa sono le pietre, Prova d’artista, 2020)

È uscita lo scorso novembre in Germania la biografia per immagini di Paul Celan che era stata annunciata dalla casa editrice Suhrkamp già nel 2020, per i cento anni dalla morte del poeta. Serpeggiava, tra chi segue il lavoro minuzioso che da anni gli studiosi e la casa editrice Suhrkamp dedicano all’opera del poeta, una certa impazienza. Ora lo sappiamo: è valsa sicuramente la pena aspettare questi tre anni, che sono serviti, come scrive Bertrand Badiou nell’introduzione, a trasformare un classico album fotografico (come quello che Klaus Wagenbach aveva dedicato a Kafka) in un libro che è al tempo stesso un viaggio attraverso l’opera di Paul Celan al microscopio dell’esistenza e uno strumento di ricerca che abbraccia tutta la vasta rete di relazioni di quella che è stata una delle figure più enigmatiche e imprescindibili del Novecento.

L’opera che Badiou, curatore insieme a Eric Celan del lascito del poeta, ci mette a disposizione con questo imponente volume non è dunque solo una biografia, né un album fotografico, è una pietra miliare degli studi su Celan, con materiali assolutamente inediti e sorprendenti (molte citazioni dai diari) e con approfondimenti su episodi del tutto sconosciuti. Siamo di fronte a quasi 600 pagine di accurate schede che mettono in relazione fotografie – di Celan, di amici e nemici, ma anche di luoghi o manoscritti – singole poesie, lettere, pagine di diario, dediche, inviti, le molte cartoline mandate al figlio Eric –, con episodi e figure che hanno inciso sulla vita e sull’opera di Paul Celan. Insomma Badiou, che attinge principalmente al lascito privato di Celan ma non solo, anche a diversi archivi privati, ci presenta, in un affresco per frammenti, le circostanze in cui nasce la scrittura di Celan. «La poesia rimane al centro di questa impresa, perché raccontare la vita di Celan», scrive Badiou nell’introduzione, «significa indagare sulla genesi delle singole poesie». Nella forma frammentaria non vengono usati trucchi stilistici o astuzie retoriche per creare l’apparenza di un continuum. Molti sono gli approfondimenti, molto viene alla luce, ma Badiou non interpreta, non forza le spiegazioni, si limita a esporre i fatti. Così sono molte anche le zone che (come Celan stesso avrebbe voluto) rimangono buie ed è nell’avvicendarsi di buio e luce che emerge, più sfaccettata e più compiuta che mai, la figura del poeta.

Il viaggio è suddiviso per capitoli che seguono un ordine cronologico e geografico. Ma all’interno di quest’ordine molti sono i rimandi: le fughe in avanti e i percorsi a ritroso sono parte integrante della narrazione. Si parte quindi da Czernowitz, la cittadina della Bucovina dove Celan nasce il 23 dicembre 1920 con il nome di Paul Antschel: con le fotografie di Leo Antschel (1890-1942), il padre, e di Friederike (Fritzi) Schrager (1895-1942), la madre adorata. In un’agenda del 1950, riprodotta nelle prime pagine, Celan sottolinea la data del primo di dicembre: il compleanno della madre (morta otto anni prima nel campo di Michajlovka). A rendere interessante e misteriosa questa annotazione del 1950, sottolinea Badiou nel commento, non è la nota in sé ma il fatto che questa data per Celan così presente, non richieda di essere ricordata. La prima annotazione per mano di Celan si trova sul retro di una foto del 22 ottobre 1933, poco prima del Bar-Mitzwa: «In ricordo di uno che non crede alle parole vuote delle formule quotidiane della memoria».

Bar Mitzvah(verso)

Il Bar-Mitzwa di Celan avverrà il 3 dicembre del 1933 e il paragrafo della Thora che Celan dovrà leggere e commentare quel giorno, scrive Badiou, è la lotta di Giacobbe con l’angelo (Genesi, 32), un racconto che rimarrà fondamentale per tutta l’opera di Celan e che troverà eco in molte sue poesie.

Bar Mitzvah, 22.10.1933 (recto)

Alla fine del capitolo su Czernowitz, che si basa in gran parte sulla biografia della giovinezza di Israel Chalfen (Giuntina 2013), si trova il dattiloscritto di una delle prime versioni della Todesfuge (Fuga di morte; qui ancora Todestango) conservato presso il museo della letteratura di Bucarest, corretto a mano da Celan (il cambiamento definitivo del titolo avviene tra maggio e novembre 1947, a Bucarest). Quella della data in cui fu scritta la poesia che divenne per Celan una questione controversa che resta ancora oggi aperta, e la genesi stessa della poesia è alquanto complessa. Badiou riporta un’annotazione di Celan dell’autunno 1960 (quando infuriavano l’affaire Goll e le accuse di plagio): «Quando ho scritto la Todesfuge nel maggio del 1945 avevo letto sul [quotidiano russo] “Izvestia” i resoconti sul ghetto di Lemberg». Questo resoconto – in cui si parlava tra le altre cose, di un’orchestra di prigionieri nata per accompagnare le fucilazioni ai cui i direttori i tedeschi chiedevano di comporre un genere musicale particolare che loro stessi chiamavano Todestango – uscì il 23 dicembre del ’44, pochi mesi dopo il rientro di Celan dal campo di lavoro, e contiene molti dei dettagli citati nella poesia. Questo ci permette di datare la prima stesura della Todesfuge, scrive Badiou, tra l’autunno del 1944 e la primavera del 1945, quando Celan si trasferì a Bucarest.

Le pagine che riguardano Bucarest (primavera 1945 – novembre 1947) sono tra le più ricche di novità. Badiou racconta il rapporto col mentore Alfred Margul-Sperber, poeta e intellettuale ebreo rumeno al quale Ruth Kraft, il primo grande amore di Celan che già viveva a Bucarest, aveva mandato un volumetto di poesie da lei manoscritto. Grazie a Margul-Sperber Celan trova subito un posto all’interno della vita intellettuale di Bucarest. Viene reclutato dapprima presso l’ufficio stampa del Partito Comunista perché lavori alla rassegna dei giornali sovietici; poi, dal giugno 1945, sarà assunto come redattore e traduttore dalla casa editrice Cartea Rusa [Il libro russo]. Qui conosce l’amico di una vita, il traduttore e scrittore Petre Solomon, autore della biografia Paul Celan. La dimensione romena (Mimesis 2015). Bucarest sembrerebbe proprio un nuovo inizio dopo la cupezza del ritorno a Czernowitz, gravata dalla morte dei genitori e dalle notizie sul genocidio: un periodo di grande apertura nel segno del surrealismo e degli amori appassionati. Badiou riporta ciò che Petre Solomon scrive di lui in quel periodo: «La sua fame di vita, tanto a lungo trattenuta, a Bucarest prese le forme di un’intensa esperienza erotica. Non pretendo di essere il cronista delle sue avventure amorose, voglio solo dire che erano tante e che si susseguivano a un ritmo mozzafiato». Ma a fine novembre 1947 Celan decide comunque di riprendere la sua fuga verso Ovest che lo porterà dapprima a Vienna passando per Budapest.

Vienna, quando Celan vi arriva, privo di mezzi ma con una presentazione di Margul-Sperber, è la città del Terzo uomo, divisa in zone di occupazione e ancora in parte distrutta. Se Celan si ferma a Vienna, scrive Badiou, è per pubblicarvi le sue poesie. Nonostante lo scetticismo iniziale di Celan, già nel febbraio 1948 escono, grazie a Margul-Sperber, 17 sue poesie per un piccolo editore di Vienna e sempre nel ’48 La sabbia delle urne con due litografie di Edgar Jené. Jené, «Pontefice del surrealismo» come lo definisce Celan in una lettera a Margul-Sperber, lo accoglie nel suo atelier e sarà il suo secondo mentore: la loro amicizia si rivelerà vivace e all’inizio molto produttiva.

Se il periodo viennese rimane segnato dalla relazione con Ingeborg Bachmann, Badiou sottolinea l’importanza di altre figure fin qui meno note che Celan, nella sua fame di vita, attrae nella propria orbita: in particolare Badiou approfondisce la relazione segreta con Erica-Lilleg-Jené, moglie di Edgar Jené, che ha 13 anni più di lui. Nel libro è riprodotta una lettera da Parigi dell’11 ottobre 1949 in cui Celan le scrive a mano la poesia Rauchtopas [Topazio fumé], poi pubblicata con il titolo Auf hoher See [In alto mare] in Papavero e memoria. Il carteggio con lei continuerà fino al 1951 e riprenderà tra il 1959 e il 1961.

Per aprire il capitolo che segna l’arrivo di Celan a Parigi, Badiou sceglie una foto di Place de la Contrescarpe che unisce nella poesia omonima del 1963, due momenti della vita di Celan: il suo primo soggiorno a Parigi, nell’autunno del 1938 (quando, in viaggio per Tours, dove andava a studiare medicina, si fermò dal fratello della madre), e l’arrivo da Vienna il 13 luglio 1948. La Contrescarpe è una poesia riepilogativa e una resa dei conti non usuale per Celan, un testo che ben si adatta a illustrare il lavoro di Badiou che cuce ai versi immagini e documenti dell’esistenza per mettere in evidenza le corrispondenze. Così nella foto della piazza vediamo le pavlonie, i cui fiori lilla stanno dritti sui rami come coltelli: «le pavlonie / vedesti i coltelli alzati, ancora, affilati per la lontananza. Si / ballava (Quatorze juillets. Et plus de neuf autres.)» «Quattordici luglio e più di altri nove», questa è la misura della «lontananza», scrive Badiou: così si contano gli anni che separano il primo arrivo a Parigi dal secondo.

Matrimonio, 23.12.1952

Parigi diventa subito il centro dell’esistenza per Celan, mentre la Germania sarà sempre solo il teatro dell’industria culturale con la quale il poeta di lingua tedesca deve forzatamente confrontarsi ma le cui regole e i cui riti gli rimangono estranei per tutta la vita. Badiou ricostruisce la bohème, le amicizie, con il futuro sociologo Serge Moscovici e con Isac Chiva, che aveva conosciuto a Budapest e che, anni più tardi, diventerà il braccio destro di Claude Lévi-Strauss, la vita notturna tra il jazz e gli chansonnier e poi l’incontro con Gisèle Lestrange, la futura moglie, che nel libro di Badiou emerge con tutta la forza di colei che rimane, che si fa carico e alla quale il poeta sempre ritorna. Nella didascalia di una foto dei primi anni Cinquanta, Badiou cita una lettera di Celan a Gisèle del settembre 1962 (il carteggio tra Celan e sua moglie, sicuramente il più rilevante tra tutti i carteggi del poeta, è ancora inedito in italiano): «Le scrivo, mon Amour, le scrivo – mi aiuta a vivere. Mon Aimée! Ho preso dal suo piccolo Pascal la foto di undici anni fa. Gisèle Lestrange, io La amo. La mia sorridente di allora! La mia tanto provata dal dolore! La mia coraggiosa!». Badiou riproduce più avanti alcune pagine di Atemkristall del 1965, con le incisioni di Gisèle e le poesie del marito: «IO TI CONOSCO, sei colei che è profondamente piegata, / io, il trafitto, ti sono sottomesso. / Dove s’infiamma una parola, che ha testimoniato per noi due? / Tu – in tutto e per tutto reale. Io – tutto delirio».

Gisèle Celan-Lestrange, Senza titolo, acquaforte, 1967 ca.

Ma Badiou ci mostra anche ciò che Celan nasconde: le relazioni, oggi note, con Brigitta Eisenreich o Gisela Dischler e alla fine con la sua ultima amica in Israele, Ilana Schmueli (autrice del memoriale curato da Jutta Leskien e Michele Ranchetti, Di’ che Gerusalemme è, Quodlibet 2002). Per Gisèle, sottolinea Badiou che conosce molte di queste relazioni, rimane prioritario il fatto che Celan possa conservare la sua libertà perché questa è il fuoco delle sue poesie. Meno nota è la relazione con Inge Waern, l’attrice svedese che Celan conobbe a Stoccolma andando a trovare Nelly Sachs che, ricoverata per una crisi acuta, non lo volle ricevere. La relazione con Inge Waern, alla quale Celan dedicò molte poesie – fra le quali Porto, la più lunga della raccolta Svolta di respiro –, rimase segreta anche per Gisèle. Badiou dà semplicemente atto di queste relazioni nella misura in cui ne scaturisce la poesia, mostrando le occasioni attraverso le lettere, le dediche. Un amore segreto ancora poco noto è quello con la moglie dell’amico di una vita di Celan, Isac Chiva, l’antropologa Ariane Deluz: una relazione che si protrae per anni nella consapevolezza del pericolo e della precarietà.

Ma Badiou non perde mai di vista il poeta, il rapporto dei luoghi, delle persone con la scrittura, la relazione tra il dato biografico e ciò che sta dietro alla genesi delle sue poesie. Censiti scrupolosamente, a partire dal 1962, sono pure tutti gli «attacchi deliranti» (Wahnanfall è la parola che Celan riprende dal suo psichiatra). Perizie psichiatriche e altro materiale medico non sono stati resi pubblici, ma i momenti salienti della malattia vengono per la prima volta ricostruiti nel dettaglio attraverso le lettere e i diari inediti. Causa scatenante degli attacchi è sempre in primo luogo, sostiene Badiou, il fatto di essere scampato per un pelo alla deportazione e al genocidio degli ebrei e in secondo luogo l’affaire Goll: cioè le accuse di plagio mosse con astuzia e cattiveria dalla moglie del poeta Yvan Goll, il primo mentore di Celan a Parigi. L’antisemitismo, ancora molto presente nella Germania degli anni Cinquanta e Sessanta, nonché gli intrighi di un ambiente letterario avvelenato dalle rivalità, completano il quadro. Celan si aggrappa ad amici e colleghi che poi sospetta di connivenza e respinge; poche sono le figure che resistono agli attacchi della malattia, tra queste Nelly Sachs che soffre dello stesso male, e l’amico della giovinezza Gustav Chomed (il carteggio col quale è stato da poco pubblicato e uscirà nella collana Le Meteore (Ibis-FinisTerrae) l’autunno prossimo: «Ich brauche deine Briefe», Suhrkamp 2023) che tiene viva, a suo modo, la comunità delle origini: quella Töpfergasse ormai immaginaria, in cui la poesia nasceva condivisa.

Un’altra figura centrale in questo libro è senza dubbio Eric Celan. Il 7 maggio 1965, il giorno prima di un nuovo ricovero in clinica, Celan scrive al figlio che all’epoca ha dieci anni: «Mio caro Eric, terremo duro / tu stai bene, la mamma sta bene, io starò presto di nuovo bene. Abiteremo nella nostra casa e lavoreremo felici e liberi […] niente ci potrà separare. Ti abbraccio con la mamma, rimaniamo insieme, un saluto, a presto! / Tuo padre».

Ci sarebbe ancora molto da dire sul ricchissimo materiale pubblicato nel volume. Ad esempio sul rapporto con Heidegger, che viene presentato da Badiou in tutta la sua contraddittorietà, e i tanti spunti relativi al Celan traduttore. La Jeune Parque, il lavoro da cui nasce l’amicizia con Peter Szondi, e poi i russi Esenin, Blok e Mandel’štam; infine Ungaretti, del quale Badiou pubblica la dedica del 27 febbraio 1969 al Taccuino del vecchio: «Caro Celan, questo libro, che non chiude ancora una lunga carriera, che ha avuto la fortuna di avere la Sua magistrale interpretazione, che è tra le più alte che potessi sperare».

Natale 1961

La traduzione di questo libro in Italia sarebbe un atto coraggioso e al tempo stesso un dono immenso per tutti coloro che credono ancora nel potere ermeneutico della parola poetica. Molto dicono a questo proposito le parole di Mallarmé poste in epigrafe al volume: «L’assenza comprime le cose, le penetra della sua unità segreta».

Bertrand Badiou in collaborazione con Nicolas Geibel
Paul Celan. Eine bildbiographie
Suhrkamp, 2023
580 pp. ill. col., € 68

Anna Ruchat

(Zurigo 1959) ha studiato filosofia e letteratura tedesca. Thomas Bernhard, Paul Celan, Nelly Sachs, Victor Klemperer, Mariella Mehr, Werner Herzog sono tra gli autori che in molti anni di attività ha tradotto dal tedesco. Scrive e insegna alla Scuola europea di traduzione del Comune di Milano.

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