Con Paul Celan nel bagaglio

21/05/2024

Quello delle Poesie di Paul Celan, da poco uscito da L’Orma, è un libro decisivo. Come ricorda il traduttore Moshe Kahn, figura singolarissima di pontifex in due sensi (a lui si deve, fra le molte altre dall’italiano, la non meno che eroica versione tedesca di Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, uscita in Germania nel 2014), l’incarico di tradurre nella nostra lingua le sue poesie gli venne dallo stesso Celan all’inizio del 1970. Kahn, giovane poeta di fresca nomina alla direzione del Goethe-Institut di Firenze, non aveva ventott’anni; Celan, che ne doveva ancora compiere cinquanta, due mesi dopo si sarebbe gettato dal Pont Mirbeau, a Parigi. Ancora sei anni sarebbero dovuti passare, però, prima che finalmente, nello «Specchio» Mondadori, uscisse il primo volume di Celan nella nostra lingua. Alla radio lo salutarono Vittorio Sereni e Andrea Zanzotto: quattordici anni dopo che il primo, dopo diversi altri tentativi andati a vuoto, aveva provato a convincere il secondo ad accollarsi quella fatica che però Zanzotto – il quale pure lo aveva letto fra i primi, in Italia, passatogli all’inizio degli anni Cinquanta dall’amico Giuseppe Bevilacqua, tanto tempo dopo curatore del «Meridiano» di Celan – declinò, accampando scuse improbabili: in verità temeva, forse non a torto, quello che nella Ricerca delle radici Primo Levi definirà, nella sua psiche, «un innesto» (Traduzioni trapianti imitazioni intitolerà nel 2021 Giuseppe Sandrini la raccolta delle versioni effettivamente compiute da Zanzotto; i due specimina che questi s’era indotto ad abbozzare – a quattro mani con Bevilacqua, insieme ad altri dovuti al solo amico germanista – si leggono invece in Dario Borso, Celan in Italia. Storia e critica di una ricezione, Prospero 2020, pp. 52-4; la causa reale del “gran rifiuto” si legge in una nota editoriale redatta da Marco Forti nel ’67: «a Celan sarebbe piaciuto molto Zanzotto, ma […] Zanzotto sta facendo del lavoro suo e non vorrebbe che il tuo tradurre Celan influenzasse in qualche modo quello che sta facendo», cfr. ivi, pp. 119-20; Celan e Zanzotto avrebbero dovuto conoscersi di persona, finalmente, al premio «Città di Firenze» del ’69 nel quale erano entrambi finalisti – alla fine prevarrà Ted Hughes – ma il primo non si presentò all’appuntamento).

Non aveva paura di nulla, invece, Moshe Kahn (che in futuro tradurrà anche Levi, fra gli altri, e verrà insignito del Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria, del premio Paul Celan, del premio Jane Scatcherd e del Premio nazionale per la traduzione); e si mise all’opera coinvolgendo nell’impresa l’archeologa Marcella Bagnasco. A più di cinquant’anni di distanza, e a fronte delle richieste di ristampa di quel libro mitico da un pezzo divenuto chicca per bibliofili, s’è deciso a riprenderlo in mano: scomparsa la collaboratrice d’allora, s’è rivolto al filosofo e poeta Vittorio Tamaro, ha integrato la selezione fatta allora (specie nel testo di Lichtzwang e Schneepart), ha rivisto – talora radicalmente – la lezione dei testi già tradotti, e altri ne ha aggiunti dal postumo Zeitgehöft. Come dice Kahn, se nel 1976 Celan era fra le emozioni più hip del pubblico della poesia internazionale, nel 2024 è semplicemente un classico: sicché «gli studi di questi decenni» (menzionate sono le due edizioni critiche e commentate di Barbara Wiedemann, e la pubblicazione della corrispondenza del poeta) «hanno rivelato nelle poesie di Celan riferimenti e contesti capaci di illuminare aspetti un tempo considerati ermetici o semplicemente incomprensibili»; l’occasione presente vale dunque anche a correggere «alcune imprecisioni o malintesi nella nostra versione, allora non immediatamente riconoscibili o evitabili». 

Succede insomma con Celan la stessa cosa che sta succedendo col poeta che lui più sentiva fratello, Osip Mandel’štam: i cui Quaderni di Voronež Maurizia Calusio ha opportunamente ritradotto (nel 2018, per gli sfortunatissimi tipi di Giometti & Antonello), dopo averne offerta una prima pionieristica versione nello «Specchio» nel ’95, sulla base della messe di documenti biografici nel frattempo emersi dal disgelo degli archivi sovietici. Il risultato, per l’uno come per l’altro, è un ibrido singolarissimo: tra il libro tradotto in un’oscurità quasi completa, e il libro tradotto alla «luce coatta» di tanta conoscenza intercorsa, sussiste un’identità enantiomorfa: sono del tutto diversi eppure, misteriosamente e perfettamente, sono anche lo stesso libro. Non da oggi considero l’incapacità di leggere e apprezzare nella sua lingua (come solo so apprezzarla davvero) la letteratura tedesca l’handicap più grave della mia esistenza; e spesso ripeto la fatua boutade per cui il mio narratore preferito è Ervino Pocar, e il mio poeta preferito Giuseppe Bevilacqua: cioè coloro che mi hanno vulnerato per sempre, ai miei diciotto e ai miei trent’anni, col loro Kafka e, appunto, il loro Celan (anche se poi me li sono riletti, si capisce, in edizioni tanto più aggiornate e illuminate). Ma c’è in fondo una fortuna, per me, in questa disgrazia; ed è lo stupore di leggere una stessa poesia di Celan in due diverse traduzioni italiane: allorché nessuno quanto lui (forse l’unico altro che si può citare in tal senso è proprio Mandel’štam, e non sarà un caso) diventa due poeti diversi, eppure lo stesso poeta. È un mistero che non riguarda solo gli arcani della traduzione, tanto studiati dai filosofi, bensì e più alla radice il rapporto fra tempo e memoria, fra immaginazione e desiderio, fra coazione a comprendere ed estasi di non poterlo fare del tutto. Fra la «vita», insomma (qualsiasi cosa voglia dire questa parola), e quella che Camilla Miglio ha definito «vita a fronte». Cioè la poesia.

Arricchiscono il volume un’ampia cronologia della vita e delle opere dell’autore e il racconto autobiografico nel quale Helena Janeczek ricorda il proprio arrivo in Italia con un volume di poesie di Celan come sua «patria portatile». Per la cortesia dell’autrice e dell’editore, offriamo ai lettori di «Antinomie» questo testo di una delle nostre maggiori scrittrici (tanto più «nostra», si capisce, perché non tale fino in fondo – come appunto Celan ha insegnato una volta per tutte): testo insigne tanto per intelligenza che per sincerità. Il libro verrà presentato da Camilla Miglio, con le letture di Massimo Foschi, all’Accademia Tedesca di Roma a Villa Massimo (dove Kahn ha ultimato il suo lavoro, nel corso d’una sua residenza l’anno scorso), mercoledì 22 alle 19 (prenotazioni a aiello@villamassimo.de).

Andrea Cortellessa

C’è un’ora che ti rende seguace la polvere,
la tua casa a Parigi l’ara sacrificale delle tue mani,
il tuo occhio nero l’occhio più nero.

C’è un cortile dove ferma una carrozza per il tuo cuore.
I tuoi capelli vorrebbero volare mentre vai – gli è vietato.
Chi resta indietro e saluta, questo non lo sa.

Paul Celan, In viaggio

Quando arrivai a Milano, avevo diciannove anni e un libro di Paul Celan nel bagaglio. Un volume piccolo, tascabile, che conteneva due raccolte: Sprachgitter e Die Niemandsrose, con il suo contenuto in parte già trasmigrato dalla carta alla memoria. Qualche anno prima era accaduto che in classe ci venne sottoposto un ciclostile con la tomba nell’aria dove non si sta stretti. Serviva per una verifica consistente nell’analisi comparata di testi poetici; esercizio che mi risultava ostico e odioso e dal quale cercavo di tenere al riparo le mie private sperimentazioni di scrittura in versi. Queste ultime, per un’adolescenza a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, non risultavano tutto sommato più anomale che il fabbricare gioielli con le perline, lavorare a maglia o suonare la chitarra. Erano anni creativi, quelli. Erano però anche anni in cui l’insegnamento prediligeva l’approccio strutturalista rispetto a quello storicistico. Quindi in calce al latte nero del mattino trovammo riprodotto giusto il nome dell’autore, l’anno di nascita e di morte e nient’altro. Eppure tanto era bastato perché, tornata a casa, andassi a cercare la voce «Paul Celan» in Das Große Buch der Deutschen Dichtung, l’ultimo regalo della mia tata tedesca che stava per rivelarsi un dono magico. 

Questa narrazione – è il caso di preavvisare – si tingerà di alcuni generi spazzati via, secoli orsono, dall’abbattersi del moderno disincanto sulle pagine letterarie. Come la fiaba e, ancor più criticamente, il racconto edificante. Però le cose sono andate proprio così, non posso farci nulla: salvo anticipare che si tratterà al tempo stesso di un racconto di formazione, seppur composto da accadimenti poco avventurosi, per giunta subiti con una passività indegna di un percorso di Bildung come si conviene. Quel che appare tuttavia rilevante è che le forze attive nell’imprimere una direzione irreversibile al destino di chi scrive provenissero parimenti dalla cosiddetta realtà e dalla letteratura; letteratura intesa come insieme di opera fatta di ritmo, metrica, immagini, e figura interiorizzata dell’autore-guida, quasi fosse divenuto una sorta di avatar. 

Sin dall’incontro con Psalm, Tenebrae e gli altri componimenti inclusi nel volumone antologico, Paul Celan aveva reclamato un posto esclusivo nel mio pantheon da ragazza. La secca, luminosa potenza dei suoi versi aveva cortocircuitato con la freddezza delle informazioni riassunte nella nota biografica. Malgrado la buona compagnia di Hölderlin e di Trakl, come dei tanti altri poeti tedeschi morti pazzi, suicidi, in guerra, in esilio, deportati ecc., percepivo la sua poesia come un masso erratico. Un salto non misurabile rispetto alle liriche della sua amica Nelly Sachs o al verseggiare delicato e ironico dell’allora molto apprezzata poetessa ebrea Hilde Domin. Un salto comunque molto più profondo di quello mortale nella Senna. 

Per questo, una volta arrivata a Milano, Paul Celan mi fungeva da patria tascabile. Scrivevo poesie in tedesco perché lui, a Parigi, aveva continuato a scrivere in tedesco; perché lui aveva trovato quelle parole tanto vicine al silenzio laddove mio padre sullo sterminio dei suoi fratelli e genitori non aveva avuto – e trasmesso – altro che silenzio. Non avevo ancora terminato il primo anno di studi che morì mio padre. Decisi di cambiare corso per poter stare più agevolmente vicina a mia madre, laureandomi non più in russo, bensì in tedesco. Come tutti i laureandi acquistai i volumi einaudiani di Storia della letteratura tedesca di Ladislao Mittner dove Celan è apprezzato come «il più grande poeta emerso dalla tragedia della seconda guerra mondiale». Era un giudizio da manuale, dunque si presentava come certezza canonica. Quindi mi parve altrettanto naturale poter trovare nella libreria cuem dell’Università Statale il volume de Lo specchio che riuniva la prima ampia scelta di poesie di Celan.

Nel frattempo, durante i miei frequenti ritorni a Monaco, avevo conosciuto in libreria una scrittrice esordiente con un romanzo che ruotava intorno al dolore e al mistero di una morte. Avevo ottenuto il suo indirizzo e presi a scriverle lunghe lettere che parlavano, in primo luogo, del lutto per mio padre. Dopo un certo viavai di corrispondenza, mi chiese in una delle sue brevi ma sempre affettuose risposte, se per caso non scrivessi. Cominciai allora a mandarle le mie poesie. Dopo un anno, forse meno, forse più, nella mia posta milanese trovai una lettera della casa editrice Suhrkamp di Francoforte, la stessa che deteneva i diritti dell’opera di Celan. L’amica scrittrice aveva passato le mie poesie al suo editor che si diceva interessato a incontrarmi. Era una giornata estiva e mi pareva di essere finita nel mondo irreale delle favole. La favola si concluse con la pubblicazione di un esile, elegante libro di poesia. Non era mia la voce destinata a lasciare il segno nella poesia tedesca, ma di due poeti anch’essi pubblicati per la prima volta da Suhrkamp nell’autunno 1989: Durs Grünbein e Thomas Kling. Però i miei contatti con l’ambiente letterario in Germania mi fecero vagamente percepire che lì Paul Celan restava una presenza problematica: sinceramente ammirato ma ritenuto inavvicinabile, o lasciato per buona creanza su un piedistallo. La trasmissione per filiazioni poetiche, così importante in poesia, continuava a seguire principalmente altre linee. 

A Milano, invece, tutti i miei amici, quelli che sarebbero diventati loro stessi poeti, prosatori o studiosi di letteratura, lo leggevano con un trasporto molto più immediato. Aveva un valore d’uso, in Italia, la poesia di Celan. Grazie a lui pareva aprirsi una strada per il recupero di quella dimensione lirica alla quale da un lato aveva abnegato la neoavanguardia, dall’altro la tradizione che da Montale arriva alla «linea lombarda». È possibile, come sostiene Berardinelli, che quell’attingere entusiastico e spensierato a un esempio estremo e unico abbia prodotto qualche poesia, riconsiderata oggi, troppo velleitaria, ossia segnata – detto brutalmente – da una venatura kitsch che contraddistingue molta arte dei restaurativi anni ’80. 

Per me, però, non era importante. Né lo era per gli amici italiani che, attraverso Celan, Zanzotto e Milo De Angelis, riuscirono ad approdare alle loro voci letterarie ben distinte: Cristina Alziati e Mario Benedetti, Stefano Raimondi, Stefano Dal Bianco così come – passati principalmente sul versante della prosa – Aldo Nove e Giuseppe Genna. Ai loro nomi intrecciati con la mia storia personale va aggiunto il maggiore dei figli di Celan in Italia: Giuliano Mesa. 

Lo conobbi (mai però di persona) quando avevo già inconsapevolmente abbandonato sia la poesia che il tedesco – le orme di Paul Celan. Capitò senza intenzione che intorno ai trent’anni mi trovai a scrivere il mio primo libro in prosa, Lezioni di tenebra. Non mi rendevo conto che, in quel corpo a corpo con la figura ingombrante di una madre sopravvissuta ad Auschwitz, stessi per lasciar andare sia il padre reale che quello simbolico, il cui lascito di parole si era rivelato tanto più affidabile di un respiro troncato da un infarto. Eppure, il titolo mutuato consciamente a una composizione di François Couperin, riverbera una delle prime poesie di Celan che mi si era depositata nella memoria. 

Non è una scoperta originale che, nei confronti dei propri padri, vi siano tradimenti necessari, i quali, a riguardarli da una certa distanza, rivelano una sostanziale continuità, impossibile da cogliere quando si sono appena consumati. Ma io che mi sentivo vincolata da un’eredità di morte industriale, quel tradimento non avrei mai potuto compierlo per scelta. Lo sottoscrissi a cose già avvenute, di nuovo quasi per inerzia. Dopo aver presentato il libro a Mondadori – l’editore per il quale avevo cominciato a lavorare. Dopo averlo visto pubblicato, premiato, recensito e sostenuto dagli scrittori italiani più stimati. Dopo averlo visto all’asta per l’acquisizione dei diritti in Germania e tradotto – per un altro caso che sembra irreale – da Moshe Kahn, il traduttore del primo Specchio Mondadori delle poesie di Celan. 

Così mi sono fatta orientare da quel riconoscimento e dal senso di accoglienza che comunicava. Ho lentamente smesso di scrivere poesie perché avevo smesso di scrivere in tedesco. Non importa come e quando avessi cominciato, coscientemente, a farmene una ragione. Importa invece che quel passaggio magari non l’avrei mai compiuto se non avessi avuto prima la certezza che, nel mondo in cui stavo aprendomi un varco verso il futuro, anche Paul Celan era pienamente riconosciuto, accolto, amato. E dunque era salvo. 

L’ultimo tassello di questa storia, quello che mi ha permesso di riconoscerne la forse persino un po’ imbarazzante compiutezza narrativa, mi si è rivelato solo da poco. Si tratta del carteggio tra Paul Celan e Vittorio Sereni, finalizzato alla pubblicazione del primo libro di poesie in Italia. Ma nel 1962, quando il direttore editoriale della Mondadori cominciò a sottoporre il progetto a Celan, gli effetti della «Goll-Affäre», ossia l’estesa opera di falsificazione e manipolazione ordita da Claire Goll per accusare Celan di plagio, la quale due anni prima aveva toccato il picco, ne avevano irreversibilmente accentuato la paranoia. Paranoia strettamente clinica così come estrema malfidenza nei confronti di qualsiasi impresa potesse tradire la sua poesia, possibilità naturalmente insita in ogni traduzione. 

Sereni presenta un’idea geniale che purtroppo non si realizza. Vorrebbe far tradurre Celan ad Andrea Zanzotto. Naufragata quell’ipotesi, continuerà a sottoporgli nuove proposte sino al momento del suicidio. Mancano ancora sette anni (1976) prima che Lo specchio così fortemente voluto possa uscire. Fa una strana impressione rendersi conto che Sereni avesse cominciato a lavorare alla pubblicazione di quello che sarà il volume tradotto da Moshe Kahn e Marcella Bagnasco quando Giuliano Mesa e Milo De Angelis andavano alle elementari e i poeti e prosatori della generazione successiva, me compresa, non erano ancora nati. E fa ancora più impressione che l’artefice di quell’impresa cocciutamente perseguita per poco meno di un quindicennio fosse stato proprio Vittorio Sereni. 

Come gli scrittori e poeti del tedesco Gruppo 47, anche l’autore del Diario d’Algeria e de Gli strumenti umani era uscito dalla guerra combattuta giocoforza dalla parte del torto con la convinzione che, sotto l’artiglieria pesante e sotto le bombe aeree, fosse finita sepolta anche l’innocenza della poesia lirica. Eppure la poesia di Sereni, proprio laddove si avvicina alle ferite e alle colpe più brucianti, si impenna quasi con una ferocia trattenuta, un abbrivio di canto a denti stretti. E quindi no, non sembra casuale che laddove i suoi ex compagni d’alleanza bellica non riuscivano a scorgere altro che oscuri cascami di surrealismo e simbolismo, a provare estremo imbarazzo rispetto a uno stile declamatorio che fece pronunciare a qualcuno «ma questo [Celan] legge come Goebbels», proprio Sereni, sin dalle prime prove che aveva potuto leggere, aveva colto una sostanza molto diversa. 

All’impegno di Sereni, e ancora prima al suo occhio limpido, i poeti italiani emergenti negli anni ’80 devono lo strumento umano con il quale poterono sgomberarsi di una linea poetica di cui lui stesso fu – a seconda della prospettiva – massimo esponente o capostipite. Forse io gli devo qualcosa in più e qualcosa in meno. Gli devo il volume disponibile in ristampa all’epoca del mio trasferimento, il fondamento più grande e afferrabile per l’accoglienza di Celan in Italia. Mi piace riconoscere a Vittorio Sereni la libertà di muovermi liberamente, prosaicamente per Milano perché, grazie a lui, Paul Celan è finito in molte buone mani di poeti.

Paul Celan
Poesie
Traduzione di Moshe Kahn in collaborazione con Marcella Bagnasco e Vittorio Tamaro
L’Orma, 2024, 384 pp., € 30

Helena Janeczek

nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da trentacinque anni. Dopo aver pubblicato la raccolta di poesie “Ins Freie” (Suhrkamp 1989) ha scritto, in italiano, “Lezioni di tenebra” (Mondadori 1997), “Cibo” (Mondadori 2002), “Le rondini di Montecassino” (Guanda 2010). Con “La ragazza con la Leica” (Guanda 2017) dedicato alla fotografa Gerda Taro, ha vinto il Premio Strega 2018. Di recente è uscito “Il tempo degli imprevisti” (Guanda 2024). Tutti i suoi libri sono attualmente riediti da Guanda, mentre altri contributi narrativi o saggistici più recenti sono stati pubblicati da altri editori nonché sulle riviste “Nuovi argomenti” e “Sotto il vulcano”.

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