Rimessa al mondo

Con l’incendio di Notre-Dame di Parigi del 15 aprile 2019 e la sua ricostruzione che sta per terminare, voglio ricordare la poetessa russa Marina Cvetaeva (1892-1941), che si trasferì a Parigi lasciando la Boemia a fine ottobre 1925. Nel 2025 Notre-Dame sarà di nuovo visitabile. Quanto è lungo un secolo. L’incendio della cattedrale è stato visto da tutto il mondo nel 2019, l’arrivo di Marina Cvetaeva a Parigi nel 1925 (vi si fermerà sino al ’39) non lo vide nessuno. La poetessa a Parigi visse quasi da sconosciuta, traslocando da un sobborgo all’altro; Bellevue, Meudon, Clamart. Tra queste righe non posso non far scorrere qualche granello di polvere della mia esistenza a Parigi e degli incontri amichevoli che hanno illuminato le mie passeggiate.

Accadono e ci attraversano momenti differenti della storia che hanno la stessa entità di forza, evocando e facendoci vedere la destinazione dei tempi e delle cose, scaraventandoci in noi stessi per un attimo, il tempo di guardarci intorno, camminando. È come se ciò che ci circonda avesse bisogno di parlare insinuandosi attraverso le nostre corde vocali, conducendoci nei pressi della voce dei piedi, nel calpestio dei giorni che ci trasformano in qualcosa di attento.

Anche il poeta polacco Adam Zagajewski (1945-2021) ha vissuto a Parigi. Ogni volta che esco di casa ricordo le sue parole; al poeta piaceva molto passeggiare per le strade della città, strade che diventarono quaderni per le sue poesie, e che poesie. Le strade di Parigi per me sono l’impalcatura quadrettata di un taccuino dove si uniscono linee di grafite che reggono figure e parole.

Entriamo così nel tema con Osip Mandel’štam, con un brano tratto dal suo scritto Il mattino dell’acmeismo, steso tra il 1913 e il ’14: «E se per i futuristi la parola come tale va ancora a carponi, nell’acmeismo essa assume una postura più dignitosamente eretta, ed entra nell’età della pietra della sua esistenza». Mandel’štam e Cvetaeva erano amici, nel 1916 hanno anche avuto una relazione sentimentale, e proprio in una poesia a lei dedicata Mandel’štam paragona la Cvetaeva alle cattedrali russe, un’antica «aurora». Più volte entrambi questi poeti hanno paragonato le parole a mattoni per costruire cattedrali.

In una delle prime lettere da Parigi scritte ad Anna Antonovna Teskova, sua amica fedele, così scrive Marina Cvetaeva: «Sono a Parigi da un mese e una settimana e non ho ancora visto Notre-Dame». Passato un mese dall’incendio della cattedrale, arrivò dal mondo un miliardo di euro. La nostra poetessa, in tutto l’arco della sua vita, col suo lavoro non guadagnò neppure un rublo. Ancora da una lettera alla Teskova: «Non vado da nessuna parte perché non ho nulla da mettere, né soldi per comprare qualcosa».

Qualche anno dopo, sempre sui tavoli parigini, scrive le prose Il poeta e il tempo e L’arte alla luce della coscienza. Tutti noi ci meravigliamo vedendo i riflessi della luce, che attraversa vetrate colorate tatuando colonne e marmi nelle cattedrali. Queste prose raccolgono la stessa meraviglia. Sono state composte da un mastro vetraio, ci riflettono addosso la variopinta luce di un compito, ci permettono con un compasso alla mano di misurare le nostre passeggiate nella serenità della nostra coscienza. Leggere l’opera di Marina Cvetaeva è entrare in un cantiere di costruttori, ascoltare gli occhi dei mestieri che hanno edificato cattedrali – non a caso una sua raccolta di poesie porta il titolo di Mestiere. Il solo scrittore a cui penso quando vedo Notre-Dame è lei, dall’incendio della sua vita alla ricostruzione di noi stessi attraverso i ponteggi innalzati sulle pareti del nostro cuore coi pioli delle sue parole.

Ancora da una sua lettera del 1925: «Non amo la vita come tale: la vita per me comincia ad avere senso – cioè ad acquistare significato e peso – solo trasfigurata, e cioè – nell’arte». Allora eccoci all’arte, eccoci all’immenso cantiere di Notre-Dame. Partiamo dalla «flèche», la guglia. Una prima guglia fu costruita nel 1250 e smontata nel 1786. Entra allora in scena Eugène Viollet-le-Duc (1814-1879), autodidatta diventato architetto, restauratore, fine disegnatore; la sua formazione è fatta di interminabili viaggi in Francia e in Italia; a soli ventisei anni, per scelta di Prosper Mérimée intendente ai monumenti nazionali, restaurò la basilica di Vézeley. Sue parole: «la forma ideata nasce dal materiale utilizzato – i materiali devono essere utilizzati onestamente». Dall’incendio la guglia, che culmina a 96 metri dal suolo, è stata interamente distrutta. Le dodici statue degli apostoli in rame, disegnate da Viollet-le-Duc, erano state spostate qualche giorno prima dell’incendio (lui stesso s’era raffigurato in San Tommaso, protettore degli architetti: con una riga in mano mentre firma un progetto guardando verso l’alto. Era un provato alpinista, voleva restaurare anche le montagne).

La realtà ci sta avvicinando a un inatteso modo di vedere i disegni, facendoci lasciare gli scarabocchi da parte. I disegni alla maniera di Viollet-le-Duc si sono trasformati in gioielli, se vogliamo far brillare il nostro sguardo possiamo portarli al collo dei nostri ruscelli oculari; sono disegni che danno la vista ai ciechi, medicine di che “dottor realtà” ci ha prescritto per i tempi che verranno. Viollet-le-Duc ha insegnato Ornato nella scuola dove insegno ora, l’École Nationale Supérieure des Arts Décoratifs di Parigi: se lui era dottore in Ornato io sono infermiere in Arti Murali e Poetica degli spazi. Oramai le gioiellerie non devono mostrare, nelle loro vetrine, collane di perle e diamanti. Le collane e i diamanti lasciamoli alle case d’aste per un mondo finito; ora, indossando la realtà, sappiamo che un disegno, che reca una traccia di ciò che si vede, è il diamante più adeguato alla costruzione di un altro mondo, quello dell’uguaglianza.

Ed eccoci ai costruttori. Da un incendio nasce di nuovo la natura di un uomo come Viollet-le-Duc. La guglia è stata ricostruita sul disegno fatto da lui nel restauro cominciato nel 1844, e quel restauro venne suscitato dalla forza di un libro, Notre Dame de Paris di Victor Hugo: prova che anche un libro muove la realtà.

Da Che cos’è l’arte, di Marina Cvetaeva: «L’arte è la natura stessa. Non cercate nell’arte leggi che non siano le sue (non l’arbitrio dell’artista – non esiste, ma proprio le leggi proprie dell’arte)». «Forse l’arte è solo una ramificazione della natura (un aspetto della sua creazione). Ma è certo: un’opera d’arte è anche opera di natura: altrettanto nata e non creata. E tutto il lavoro per la sua realizzazione? Ma anche la terra lavora – in francese: «la terre en travail». Com’era grande Notre-Dame, com’era piccolo il tavolo nella cucina di Marina allora… com’è piccola Notre-Dame, com’è grande il tavolo nella cucina di Marina ora.

Da professore, nei giorni scorsi, ho marinato la scuola quindici minuti prima che la lezione finisse. Ho raggiunto l’amico fotografo Pino Musi, ci piaceva prenderci un momento insieme per visitare la mostra al museo Cluny, Faire parler les pierres. Sculpture médiévale de Notre-Dame. Saranno centinaia le mostre viste insieme a Parigi ma questa, così piccola, è esemplare: è quella che parla di più, che ci insegna di più, perché a parlare sono le pietre. Nessun teatro è lì per confonderci, ora le pietre si fanno ascoltare, non hanno mai confuso nessuno: hanno il nostro peso e insieme parliamo la stessa lingua, quella dei millenni, quella dei respiri inghiottiti che ci rendono leggeri. Siamo moneta che resta nelle mani ustionate di un’era che verrà; siamo resto, spiccioli di un dialogo, spiccioli di un incontro, spiccioli di un passato che non si sa più riconoscere; e chi ce ne parla lo fa mimandolo in modo ridicolo.

Pino mi aspetta fuori dal museo col suo calamaio fotografico, il cantiere di Notre-Dame sarà una rigenerazione epocale, si completerà nel corso del tempo, ha messo sugli attenti di nuovo i mestieri, è un corollario di saperi che vanno dal sottoterra al sopracielo. Noi vivendo a Parigi non possiamo aggirare tutto questo; immergerci in queste pagine di storia è essere nel tempo, essere il tempo rinnovato. Il cantiere di Notre-Dame sarà il nuovo alfabeto di pace e di valori per l’arte che verrà, perché questo cantiere ha ringiovanito tutti e tutto; non sentirlo è vivere da amputati. Eccoci di nuovo nelle parole di Marina: «Il problema non è l’età: tutti noi cambiamo. Il problema è che il Goethe maturo non comprendeva la propria giovinezza: ci sono poeti che diventano giovani nella vecchiaia. La Trilogia della passione di Goethe è stata scritta da un vecchio di settant’anni! Il problema è nel costante avvicendamento, nei nuovi orizzonti che si dischiudono in spazi che hai già superato precedentemente. Il problema è nell’incalcolabile quantità di minuti, nell’infinità delle mete da raggiungere e delle forze dell’esploratore. E lo zaino sulla schiena (Goethe camminava veramente con uno zaino: per le pietre e i minerali che raccoglieva) diventa sempre più pesante. E la strada porta nell’infinito. E le ombre si allungano. E non c’è limite al cammino né alle forze».

Difficile leggere parole del genere: scritte senza alcun mezzo, scritte con la nuda anima. Così il cantiere parigino ci fa pensare in modo diverso da quello in cui pensavamo in passato, è indispensabile per la nascita di nuove valutazioni. Ah… Pino e il suo inchiostro fotografico spalmato in questo scritto: come un tipografo che con la sua stecca a pasta nera spalma la lastra prima che venga stampata, e sulla carta appaiono filamenti d’amicizia. Questo è scambiarsi l’amicizia in una città al momento giusto. Le sue fotografie, che circondano il senza confini di queste parole scritte sempre a matita, non sono altro che sculture dissotterrate dal pavimento di Notre-Dame.

Ne esce in primis la Crocifissione, la più esatta dipinta nello spazio scolpito nel buio della scoperta. Questa crocifissione parla da “frammento”, la cosa che più da vicino somiglia all’ascia nelle mani del tempo in cui viviamo, al grido disperato del non sapere più niente, di essere incapaci di riconoscimento. Il frammento è futuro dentro le nostre viscere malsane, il frammento è il suono delle nostre menzogne, la fotografia di Pino nella nostra storia è lo scanner che ci dichiara storpi – ma niente di più bello che dichiararsi storpi dalla verità.

Ho visto un colore che non avevo mai visto. Voglio dire un colore che respira, non un colore morto uscito dai tubi da dentifricio della pittura, neanche una superficie incrostata di colore; ho visto l’epidermide palpitante di un petalo di colore, ho sentito che la retina dei miei occhi abbracciava il colore sotto la coperta calda della luce… un lasciarsi andare fiducioso. Cosa ho visto… meteoriti di visi, i ritratti delle scaglie del tempo che mi sillabavano il nome chiaro del colore fattosi sguardo. Ho visto il colore che si è fatto riconoscere in un altro colore, altro dell’altro. Che stanchezza ciò che è stato, che meraviglia ciò che si scopre. Una pietra a forma di guancia colorata fa venire voglia di baciare la polvere che ci riflette più di uno specchio – anche lo specchio ha fallito di fronte alla realtà.

Così il fazzoletto di carta su cui Viollet-le-Duc disegnava le sue grammatiche visive mi porta sulle labbra segni precisi per dire di nuovo vita alla vita. Dal sottosuolo buio di Notre-Dame sono venuti alla superfice volti di santi e apostoli che parleranno di nuovo misurando le parole; hanno dimenticato ciò che erano per divenire ciò che sono ora davanti a noi: il cantiere di Notre-Dame è una immensa scoperta che ci fa scoprire noi stessi nuovi in questo tempo. E proprio da una bocca frammentata si disegnano sulle sue labbra rosicate dal buio, le parole di un alfabeto inaspettato, così non ci ripetiamo più, liberi dal giogo dell’abitudine. Notre-Dame ci obbliga alla condivisione della conoscenza: senza di essa si è ciechi.

Col mio amico Pino, nelle nostre passeggiate, ci diamo appuntamento in vastissimi saloni dove ci aspettano medici oculisti: dal giorno della nostra visita al museo di Cluny, sono uscite dal calamaio fotografico di Pino tavole ottiche in bianco nero con le quali ora decifriamo l’itinerario di ciò che sembrano ai nostri occhi. Con queste carte scavate dalle unghie del tempo, si chiarifica lo sguardo attraverso ciò che vediamo, e ciò che vediamo è nuovo. Ancora la nostra cara Marina Cvetaeva: «Quando un poeta palesemente “si ripete”, significa che è stato abbandonato dal suo “io” creativo, che sta derubando se stesso come un estraneo». «Nella natura il rinnovamento è l’infinita variazione di un unico tema. Nella natura non c’è ripetizione: la ripetizione è fuori dalla natura e dunque fuori dall’arte». Le parole di Marina hanno la forza di reggere la nuova Notre-Dame, il mondo-cattedrale ha bisogno del nostro aiuto, delle nostre amichevoli passeggiate.

Marina lasciò Parigi nel 1939 per tornare in Russia, a Mosca. La sua famiglia fu sterminata quasi per intero, lei più volte guardando verso l’alto cercava un chiodo, e infine lo trovò a Elabuga, il 31 agosto del 1941, dopo aver chiesto un posto di lavapiatti nella casa degli scrittori, che non le venne dato. La trovarono strozzata a una corda… poi il suo corpo venne dissolto in una fossa comune. Mi congedo da lei con queste sue parole: «L’amore è innanzitutto la nostra lontananza dalle cose, nel migliore dei casi – annullamento di questa distanza, cioè fusione».

Ultime su Viollet-le-Duc: un fervente lavoratore, inarrestabile, molto criticato per le sue aggiunte arbitrarie su alcune architetture; anche con Notre-Dame non ci andò leggero, la ricostruzione per intero della galleria dei Re di Francia sulla facciata su suoi disegni… e andando verso l’alto, la “batteria” delle chimere, mai apparsa prima sui tetti di Notre-Dame… una di esse ci guarda in modo feroce: Strige, l’uccello mattutino di cattivo auspicio, che si nutre di sangue e carne umana. Il nostro restauratore aveva gli occhi che guardavano davanti agli occhi, sapeva leggere l’avvenire, come sappiamo farlo anche noi, non siamo sciocchi… Stiamo navigando in un mare di sangue. Le porte della cattedrale di Notre-Dame si sono aperte di nuovo dandoci la possibilità di decifrare altri orizzonti, non quelli di prima; le parole di Marina, i disegni di Viollet-le Duc, e questo tenero scritto fatto d’amicizia tra me e Pino che percorre le strade di Parigi, vorrebbero dirci di esplorare con attenzione i nuovi orizzonti che si sono aperti attraverso un incendio di fronte a noi, mettendo la ripetizione da parte, potendoci mostrare come un frammento, senza vergogna.

Giuseppe Caccavale

Giuseppe Caccavale

(Afragola, 1960) vive tra Parigi e Bari. Insegna Arti Murali, Poetica degli spazi e Disegno all’École Nationale Superieure des Arts Decoratifs di Parigi. È stato uno degli artisti che hanno rappresentato l’Italia alla 56a Biennale d’Arte di Venezia, curata da Vincenzo Trione; ha partecipato alla prima Triennale Internazionale d’Armenia, a cura di Adelina von Furstemberg; le sue ricerche sono state presentate alla Vereniging Voor Het Museum van Hedendaagse Kunst te Gent; alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, a cura di Chiara Bertola, ha presentato il progetto “Resi Conto”; con il compositore Stefano Gervasoni, ha realizzato il “Viale dei Canti” dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi. Da sempre la cura editoriale delle pubblicazioni delle sue ricerche è parte integrante del lavoro: fra i suoi titoli “Fresques / Affreschi”, su testo di Erri De Luca (Parenthèses, Marseille); “Voce Parla Luce”, su testo di Pier Luigi Tazzi (Musée de Marseille); “Serenella d’Agri”, su testo di Vassilis Vassilikos (L’art et la manière, Castellet); “Armenia”, su testo di Osip Mandel’štam (Parenthèses, Marseille).

Pino Musi

Pino Musi

(Salerno, 1958) vive e lavora a Parigi, è artista visivo e docente. Il suo percorso fotografico ha intersecato molteplici aree d'interesse come l'antropologia, l'architettura, l'archeologia o, ancora, l'industria. La sua ricerca è parte di un progetto coerente che trova il miglior mezzo espressivo nell'arte del “bookmaking”, in particolare nella creazione di libri d'artista. Sono stati pubblicati finora ventisette volumi con sue opere, tra cui “Border Soundscapes” (Artphilein Editions, 2019), “Sottotraccia” (Punctum Press, 2019), “_08:08 Operating Theatre” (2013).
Fra le esposizioni si ricordano “Polyphōnia” (Tempio di Pomona, Salerno, 2021), “Rivelazioni della Forma. Le origini dell'Italia nelle fotografie di Pino Musi” (Museo dell'Ara Pacis, Roma, 2012), “Facecity scroll” (13a edizione Biennale Architettura di Venezia). Opere dell’autore sono presenti in collezioni private e pubbliche, tra cui la Fondazione Rolla in Svizzera, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, la Fondazione Fotografia di Modena, il FRAC (Fonds régional d'art contemporain) Bretagne, in Francia.

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