Culianu, il raccoglitore di scintille

16/05/2024

È da poco uscita, per i tipi di SE, una nuova edizione di Fuori di questo mondo di Ioan Petru Culianu. Culianu, scomparso prematuramente e violentemente in circostanze da giallo internazionale, è stata una figura eccentrica e inclassificabile. Geniale interprete del pensiero gnostico, della tradizione ermetica rinascimentale, degli intricati rapporti tra immagini magiche e controllo delle masse e, non ultimo, singolare scrittore di racconti fantastici, resta, a oltre trent’anni dalla morte, un indimenticato maestro del pensiero eterologico. Per gentile concessione di editore e autore, proponiamo un suo ritratto, tratteggiato da Federico Ferrari nella postfazione al libro.

Finalmente la mia anima esplode, e saggiamente mi grida: “Non importa dove! Non importa dove! Purché sia fuori di questo mondo!”
Ch. Baudelaire

Ioan Petru Culianu è stato una delle figure intellettuali più enigmatiche e affascinanti della seconda parte del Novecento. Nato nel 1950 a Iași, in Romania, figlio di una professoressa di chimica, Elena Bogdan (1907-2000), e di un avvocato, Sergiu-Andrei Culianu (1904-1964), che però aveva studiato precedentemente matematica e fisica a Parigi, il giovane Ioan cresce in una famiglia borghese che, al momento della sua nascita, si era ritrovata catapultata in un paese sovietico. Un paese che i Culianu percepiscono, fin da subito, come ostile. Il padre, infatti, si era rifiutato di svolgere la professione forense in un regime comunista (“Io so cos’è il diritto, non so cosa sia il diritto comunista”, ripeteva) e l’intera famiglia materna, che affondava le proprie radici nell’intellighenzia accademica liberale, aveva subìto pesanti espropri con l’avvento dello stalinismo d’esportazione di quegli anni. [1]

Ioan cresce, comunque, in modo sufficientemente sereno, a Iași. Parla correntemente il francese e conosce già bene l’inglese, oltre al russo e al tedesco. È assai dotato per le materie scientifiche – vince anche alcuni premi – e sviluppa una curiosità collezionistica nei più diversi campi. Suona il pianoforte, almeno fino a quando lo strumento non viene venduto per far fronte alle difficoltà economiche familiari. Soprattutto, ama scrivere, di tutto. Si cimenta tanto con la letteratura (racconti, abbozzi di romanzo, più avanti anche il teatro) quanto con i trattati (preminente, nell’adolescenza, la predilezione per l’astronomia). La conoscenza delle lingue, già verso i quindici anni, lo spinge a tradurre Baudelaire, Hoffmann e, soprattutto, i racconti poetici e fantastici di Poe. A soli diciassette anni si presenta agli esami d’ammissione per la Facoltà di lingua e letteratura romena di Bucarest. Vorrebbe, in realtà, studiare filosofia, ma non trova motivo di interesse in un sistema universitario appiattito sulla sola filosofia marxista, per di più declinata in un dogmatico socialismo scientifico. Dopo solo un anno di frequenza, nel 1968, forse iniziando a fantasticare la possibilità di una fuoriuscita dal paese, si trasferisce nella sezione di italianistica della Facoltà di lingue romanze, classiche e orientali. 

Il clima del maggio parigino, che contagia l’intero continente europeo, ha esili ma importanti riflessi anche nella Romania di Ceaușescu. Una fascia, marginale ma coesa, della gioventù intellettuale romena, quella più attenta a ciò che accadeva oltre cortina, inizia a leggere e studiare febbrilmente i testi di una tradizione censurata dalla cultura ufficiale, auto-costruendosi un’identità culturale, strutturata su un eclettismo sincretico e bulimico. Gli interessi di questi giovani intellettuali, affamati di conoscenza, spaziano dalla storia delle religioni all’ermeneutica, dalla teoria della letteratura all’antropologia culturale, dall’etnografia alla grammatica generativa, dalla mitologia alla gnosi. Davvero nulla è alieno alla curiosità di quella elitaria e ascetica frangia della gioventù romena. Culianu cerca una propria “via”, del tutto altra rispetto a quella dominante nella società in cui si trova; una “via” tanto nel sapere quanto nella vita. Anzi, potremmo azzardare, una via nella vita attraverso o grazie al sapere. Primo tentativo, forse ancora non del tutto evidente ai suoi occhi, di una gnosi contemporanea, di una salvezza per mezzo della conoscenza in un mondo che ha i tratti di un’infernale costruzione sociale opera del Male e dei suoi Arconti governati da un “demiurgo cattivo” (è del 1969 il libro, dall’omonimo titolo, di un altro esule romeno, Emil Cioran).

Studia il greco, il sanscrito, il latino, l’hindi, l’arabo e l’ebraico. L’italiano è, nel frattempo, una lingua completamente padroneggiata e che il giovane asceta, così viene spesso descritto dai compagni di studio, utilizza anche per meglio inoltrarsi nella tradizione rinascimentale, che tanto lo affascina, soprattutto nei suoi risvolti ermetici, in bilico tra platonismo, neo-platonismo e qabbalah. Nei primissimi anni settanta scrive a quello che gli si delinea, in modo sempre più evidente, come una figura guida, l’esule più chiacchierato di Romania, Mircea Eliade, il grande storico delle religioni, il quale riconosce immediatamente il talento di Culianu, incoraggiandolo a proseguire nei suoi studi. 

Nel 1972, pochi mesi dopo le “tesi di luglio” di stampo maoista, con cui Ceaușescu decretava il ruolo egemone del Partito nella formazione della nuova gioventù e della cultura della nazione, Culianu si laurea con una tesi dal titolo Marsilio Ficino e il platonismo nel Rinascimento, nucleo di quello che diventerà, forse, il suo libro più famoso e affascinante Eros e magia nel Rinascimento (1984).[2] Oltre che un insuperato e “aprente” saggio di storia delle religioni, questa opera prima di Culianu è un illuminante contributo alla storia delle idee e, senza dubbio, alla filosofia della scienza, ma anche, se letto in filigrana  – soprattutto nella sezione dedicata alla figura del mago come ideatore archetipico dei “dei brain-trusts che esercitano il loro controllo occulto sulle masse”[3] – una risposta alla manipolazione delle coscienze messa in atto dal totalitarismo comunista, un tentativo di apertura verso altre dimensioni del vivere comune, al di là della contingenza spaziale e temporale di un regime ideologicamente claustrofobico.

Dopo aver avuto diversi problemi con le autorità del regime, nel 1972, grazie a una borsa del Ministero degli affari esteri italiano, si trasferisce in Italia, all’università per stranieri di Perugia. Si tratta di un addio al suo paese natale, addio per il quale subirà un processo in contumacia e una condanna a sei anni di reclusione. In Italia, fa domanda di asilo politico, trascorrendo alcuni mesi in un campo per espatriati senza permesso di soggiorno. È un periodo estremamente duro della sua vita che lo porterà, prima dell’ottenimento dello status di rifugiato, a un tentativo di suicidio. Si trasferisce a Milano, dove all’Università Cattolica e sotto la guida di Ugo Bianchi, sistematizza la sua formazione nella storia delle religioni, culminata nella tesi di dottorato sullo gnosticismo e la lettura datane da Hans Jonas[4] (che, nel frattempo, Culianu aveva avuto modo di conoscere negli Stati Uniti). Sempre in quegli anni, durante un viaggio a Parigi, incontra quello che era, fin dagli anni romeni, e sarà, per il resto della sua vita, il suo mentore, Mircea Eliade, a cui nel ’78 dedicherà una monografia.[5]

Nel 1976 lascia l’Italia alla volta di Groningen, in Olanda. Nell’università locale assume un ruolo di insegnamento che conserverà fino al 1986, ma, per ragioni contingenti e di opportunità, è incardinato in un dipartimento di lingua e letteratura romena. Nei Paesi Bassi conosce e sposa, nel 1979, Carmen Georgescu. Nel 1980, sostiene una ulteriore tesi di dottorato alla Sorbona. Il titolo è Expériences de l’extase et symboles de l’Ascension de l’Hellénisme à l’Islam, da cui verranno tratti due libri spartiacque.[6] Da questo momento in poi, la sua produzione editoriale è enorme e si accumula vertiginosamente: si tratta, soprattutto, di saggistica legata alla storia delle religioni ma anche di una consistente produzione di fiction, quasi controcanto simbolico della geometrica argomentazione erudita dei saggi. 

Nell’aprile del 1986, durante un soggiorno americano di Culianu, muore Mircea Eliade. È il momento di un passaggio del testimone. Culianu, nel giro di qualche mese, viene nominato visiting professor in Storia del cristianesimo e Storia delle religioni alla Divinity School dell’università di Chicago. Non lascerà più quella città, dove inizia una nuova relazione sentimentale con Hillary Wiesner. La sua vita assume una solidità economica e una rinomanza professionale internazionale che gli permette di viaggiare molto e di conoscere i migliori intellettuali di quegli anni. Particolarmente importanti per lui saranno i rapporti elettivi con Elémire Zolla e, in altro modo, con Moshe Idel, profondo e innovativo studioso della mistica ebraica. 

Con la caduta del Muro di Berlino e le conseguenti scosse telluriche propagatesi su tutti i paesi al di là della cortina di ferro, Culianu amplifica e rende sempre più esplicita la sua critica, aspra e radicale, al regime romeno, anche dopo la fine di Ceaușescu nel dicembre dell’89, a cui egli vede seguire un’inedita alleanza, non sempre alla luce del sole, tra ex-comunisti e membri della destra ultra-nazionalista. Di lì a breve, inizia a subire minacce e atti di vandalismo, probabilmente per mano dell’estrema destra e di elementi provenienti dagli ex servizi segreti romeni. 

Nel 1991, poco dopo aver ricevuto le bozze del suo ultimo libro, quello che il lettore ha tra le mani,[7] e aver finalmente ottenuto la sua green card, necessaria per assicurarsi in via definitiva la cattedra a Chicago, viene freddato con due colpi di pistola nei bagni universitari. La polizia si limiterà a constatare che deve trattarsi di opera di professionisti ma non individuerà mai i colpevoli né il movente.[8]

La scomparsa di Culianu ha creato un vuoto incolmabile negli studi di storia delle religioni, perché la sua opera è stata, senza alcun dubbio, uno dei più stratificati e complessi tentativi contemporanei di dare una voce a una sterminata quantità di esperienze che il conformismo culturale della seconda metà del novecento, per mano dei funzionari del fideismo scientista, tendeva a derubricare, frettolosamente e con imbarazzo, sotto l’etichetta di superstizione e di fantasia senza alcun valore gnoseologico. Lo studioso romeno si poneva, opponendosi a ogni pregiudizio ideologico, all’ascolto di tradizioni spesso dimenticate o non davvero conosciute, cercando, attraverso una massa enorme di saperi, di trovare delle costanti, delle regole compositive che permettessero, se non di comprendere, quanto meno di approssimarsi a ciò che sfugge, a ciò che si lascia intuire, accenna, svela o, talvolta, immette in altre dimensioni rispetto a quella dell’empirico senso comune. Spesso le sue ricerche, fin dai suoi primi lavori, si avventurano in territori oscuri, nei meandri di quell’oscurantismo stigmatizzato, prima, dai Lumi e, poi, in modo sempre più intollerante e ottuso, da uno storicismo cieco e piegato su un’ortodossia metodologica anacronisticamente positivista. 

Attento a non cadere nelle trappole di un esoterismo misterico, spesso dai tratti caricaturali nelle nostre società postmoderne e ipertecnologiche, Culianu orienta lo sguardo verso un’altra luminosità, verso altre forme del conoscere, in cui svolge un ruolo fondamentale l’“immaginazione”, la potenza immaginante della mente, a cui egli attribuisce una funzione di conoscenza. Tutto il reale, a suo avviso, è afferrabile solo come risultato di leggi combinatorie, “programmi mentali”, all’interno dello spazio della mente umana; spazio che, come sosterrà nel testo che avete appena letto, appartiene a una quarta dimensione o, potenzialmente, a n dimensioni possibili. I giochi mentali danno, in questo modo, origine a tutti i grandi sistemi di comprensione della realtà che l’umanità ha elaborato nella sua storia passata ed elaborerà in quella a venire. Questi sistemi sono, in ultima istanza, il luogo di espressione dell’immaginazione.

È, infatti, per lui, tramite mutamenti dell’immaginario[9] he i paradigmi epistemici evolvono. In quest’ottica, per comprendere le trasformazioni dei modelli di conoscenza, non si tratterà di studiare esclusivamente le “scoperte” scientifiche o i fenomeni religiosi nella loro realtà storica, ma di porre attenzione all’orizzonte di credenze e conoscenze, alla dimensione trascendentale in senso kantiano, alle condizioni di possibilità che si debbono presentare affinché nuove forme immaginative si rendano possibili.[10] Da qui, per Culianu, è quasi obbligato il passaggio dagli studi sull’arte della memoria rinascimentale alle neuroscienze, all’etnosemiologia e alle ricerche fisico-matematiche più avanzate sulla pluridimensionalità dell’universo. 

Il problema della conoscenza si delinea ai suoi occhi, sempre più con il passare degli anni, come il problema della “mente”, della sua oscura capacità di accesso a, tendenzialmente, infinite dimensioni spazio-temporali. I “viaggi dell’anima” – che questo libro indaga in una molteplicità di culture, ricercando elementi di unità – sono esattamente le tracce di questo periplo nella mente e nell’immaginazione umana, la quale produce forme storiche ricorrenti ma anche, sorprendentemente e inspiegabilmente, inattese (e sono quei casi dove Culianu sembra forzare una forma dentro l’altra, pur di conservare una costante nell’inesplicabile). La mente diviene l’oscuro territorio di una ascesi e di uno sconfinamento oltre le ristrette frontiere del reale; i confini di quell’unica dimensione a cui il reale viene ridotto dall’uniformità della percezione comune, a cui Culianu contrappone l’aristotelico “senso interno”, prodromo di quella che lui chiamerà la “mente”. Certamente, questo processo, questo cammino dall’oscurità della storia alla unitarietà di principi semplici a fondamento di tutto, che Culianu intraprende affidandosi ai saperi più avanzati, compresi quelli tecno-scientifici della contemporaneità, ricorda il cammino degli gnostici capaci di liberare la scintilla di luce contenuta nella prigione della materia sospingendola, attraverso una pluralità di mondi, verso l’oltre, l’ignoto o l’indefinibile dio di luce, la Mente perfetta, l’anarchos, senza cominciamento né causa, che parla, con voce di tuono, in uno dei più enigmatici e potenti manoscritti di Nag Hammadi. E, come spesso accade leggendo l’opera di Culianu, si ha la sensazione di una circolarità dei pensieri che mai davvero scompaiono ma ritornano sotto sempre nuove forme, aggiungendo sfumature mai prima percepite. Difficile, almeno per chi qui scrive, è individuare un primo e un secondo Culianu. Si ha, piuttosto, l’impressione che l’ascetico adolescente che si rovinava la vista nelle biblioteche di Iași e di Bucarest sopravviva, intatto, nello storico cognitivo, così si definitiva nella sua ultima intervista, in cattedra a Chicago. Un uomo disincantato di scienza, che non vuole cedere ai luoghi comuni e alle verità intoccabili della vulgata, e che è anche, o proprio per questo, un osservatore incantato dalle incognite dell’esistenza, un “raccoglitore di scintille”, di scintille di conoscenza, per usare un’espressione ricorrente nello gnosticismo, da lui così amato e studiato.

Nella sua forma più matura il pensiero di Culianu non si allontana dal suo momento genetico, dalla sua domanda sull’origine, che si articolava nei suoi febbrili studi sulla storia delle religioni, ma si struttura anche come il tentativo di pensare le condizioni di possibilità di quei grandi sistemi di senso. La sua ricerca si sposta in un’altra dimensione del medesimo fenomeno e, in un certo senso, dunque, resta lì dove è sempre stata. Egli cerca di comprendere le ragioni che hanno permesso, partendo da alcuni principi di base, elementari, disseminati nel tempo e sulle più disparate latitudini, di arrivare a civiltà e forme di vita, talvolta, così simili e, talvolta, così distanti, se non opposte. L’idea guida di fondo è che i vari sistemi di credenze, siano questi religiosi o più in generale gnoseologici, “tendono a riprodursi all’infinito, nella mente umana, a partire da un certo numero di principi semplici”.[11] A partire da questi presupposti, gli elementi inaugurali, i principi – che, nel percorso di Culianu, sono soprattutto i principi fondanti delle tradizioni dualistiche occidentali – ben al di là di una loro esclusiva analisi diacronica, possono essere indagati anche in modo sincronico, rendendo visibili impreviste somiglianze, ricorrenze, sopravvivenze che travalicano una presunta evoluzione o involuzione storica. A fondamento del mutare delle forme di pensiero, delle strutture concettuali e religiose, risiede, infatti, un processo combinatorio, in fin dei conti, governato da una propria logica interna e atemporale. “In altri termini, la storia è un incredibile e complesso prodotto sequenziale di un’interazione su larga scala di sistemi di pensiero non sequenziali”.[12] Dunque, questi processi combinatori, primariamente mentali, dipendono da molti fattori, tra cui la loro entrata nella storia,[13] (da qui la necessità di un sapere multidisciplinare e sistemico per individuarli e comprenderli), ma anche, e non ultima, da una forte componente aleatoria che, oltre ogni prevedibilità causalistica, fa si che alcune varianti sopravvivano e altre si esauriscano (o, altre ancora, non vedano mai la luce). Se è, infatti, vero che Culianu arrivava a definire “programmi” (facendo allusione agli algoritmi dell’allora nascente tecnologia digitale) questi complessissimi processi combinatori di idee, lasciando così presagire che al sapere umano sarebbe forse subentrato un ben più potente sapere calcolante operato dalle macchine, è altrettanto vero che lo studioso romeno, seppur spesso marginalmente, evidenziava, proprio grazie alla sua erudizione storico-filologica, l’inevitabile constatazione di una sterminata e incomprensibile quantità di varianti che, nella storia, appaiono e scompaiono in modo del tutto casuale, senza alcuna ragione causale precisa, quasi che nel programma generale e generativo universale si inserissero, in modo ricorrente, dei bug, degli errori di funzionamento, delle impreviste interferenze. Scavando a fondo, ci si potrebbe accorgere che la visione della storia di Culianu si pone, in modo antinomico e non risolto, nello spazio liminare tra un determinismo radicale e un anarchismo onto-metodologico.

In questo senso, non certo privo di interesse, come già accennavo, è il lavoro di Culianu, non solo per gli storici delle religioni, ma, almeno dal punto di vista del metodo, anche per i filosofi, gli storici delle idee e gli epistemologi. Se, da una parte, la sua ricerca di una mathesis universalis, orienta il sapere storico nella direzione delle scienze dure, dall’altra, la sua teoria dell’intertestualità (della “trasmissione”), ben lungi dall’esaurirsi in una metodologia storico-filologica e pur prendendo le distanze dall’ermeneutica come riduzione del mondo a semplice scontro tra interpretazioni, assume un valore quasi ontologico, rivendicando l’idea che le dimensioni del reale, che procedono non per esclusione ma parallelamente, abbiano punti di contatto grazie ai quali la trasmissione dei comuni elementi originari assume, ogni volta, sensi diversi e spesso distorti capaci di dare origine a nuovi mondi e nuove possibilità di conoscenza. 

Che questa inedita dimensione ontologica e metodologica, ontologica in quanto frutto di una innovativa metodologia, passi anche da una teoria dell’intertestualità fa sicuramente storcere il naso a coloro che radicano il proprio sapere all’interno di confini disciplinari ortodossi (equamente distribuiti tra gli umanisti e gli scienziati), mentre non finisce di stupire, in modo ammirato, chi si muove nell’erranza e nell’eresia dei saperi. Da questo punto di vista, infatti, la teoria di Culianu sembra aver assimilato anche elementi di quella dislettura (misreading) che Harold Bloom aveva inaugurato sulla scia della decostruzione derridiana, letta attraverso la lezione di Paul de Man e poi rimodulata con una certa presa di distanza; ma anche, non va mai dimenticato, dalla tradizione cabbalistica, a cui Culianu, sempre più con il passare degli anni, si rivolgerà. Bloom, all’interno della sua teoria della letteratura, aveva riservato un posto privilegiato all’equivoco come elemento generativo di un vero e forte processo creativo.[14] Culianu, pur condividendo innegabilmente elementi pregnanti di una teoria della trasmissione in bilico tra la Qabbalah e l’assoluto letterario romantico (da cui l’importanza dell’immaginazione creatrice), è più radicale di Bloom e ritiene che una teoria dell’intertestualità non presupponga necessariamente la conoscenza dei testi ma abbia luogo, assai spesso, anche senza una reale circolazione dei testi, proprio perché una volta inseriti nella mente umana dei dati o dei modelli di pensiero di partenza (i già citati elementi semplici alla base del pensiero umano), i risultati prodotti, cioè i diversi sistemi di pensiero, si creano inesorabilmente, tramite processi combinatori mentali necessari, che egli definirà anche, sulla scia dei giochi linguistici wittgensteiniani, i “giochi della mente”.[15] A partire da questi presupposti, che in qualche modo detronizzavano l’importanza dell’evoluzione storica come spiegazione causalistica dell’evoluzione del pensiero umano, Culianu, negli ultimi mesi di vita, arriverà a ipotizzare un’estinzione dei grandi sistemi religiosi a favore della potenza combinatoria delle macchine, dei sistemi computazionali alla base dei mondi virtuali tecnologici che si stavano, sempre più, affermando.[16]

Culianu si muoveva all’interno di un processo epistemico estremamente complesso e affascinante, in cui alea e necessità convivono in un paradossale rincorrersi, dando origine o accesso a realtà e dimensioni ulteriori, sempre ulteriori.[17] È difficile non vedere ciò che diversi studiosi si ostinano a non riconoscere, ossia l’esistenza di una perfetta continuità nel percorso di Culianu, dove l’estasi, le fuoriuscite dal mondo, dall’io, dalla parola sono le esperienze a cui fin dalla gioventù egli aveva dedicato i propri studi, non certo per un puro spirito erudito, ma alla ricerca della porta d’accesso a un mondo altro, seppur coincidente con questo. Se, sicuramente, gli eventi della vita (la morte del mentore Eliade, la separazione dalla prima moglie, l’inizio della relazione con Hillary, il trasferimento negli Stati Uniti, la fine del regime romeno, una maggiore agiatezza economica) lo hanno portato a profondi cambiamenti esistenziali che, inevitabilmente, si saranno ripercossi anche sul pensiero, facendo si che la “via”, l’odos, perseguita assumesse diverse traiettorie, talvolta impreviste, resta decisamente immobile la meta: la realtà fuori di questo mondo (ora non più all’origine o alla fine, ma parallela) verso cui indicava la bussola orientatrice del suo cammino all’interno dei territori del sapere.

La realtà di Culianu ricorda quella delle scatole cinesi o, come da lui più volte indicato, quella dei racconti di Borges, maestro della potenza immaginifica della mente. E, così, proprio in forza del ruolo centrale che l’immaginazione ha nel suo sistema di pensiero, una volta chiuse le pagine dei suoi saggi, la cui erudizione impressiona e quasi paralizza, diventa pressoché necessario aprire le sue opere narrative per approssimarsi, attraverso altre dimensioni, a quel nucleo di senso, a quel punto finale, quel linguaggio della creazione, che sottende l’intera opera di Culianu ma che resta taciuto, mistico non-detto, in ogni sua parola. 

Forse, solo in questo modo, pensando una possibilità ulteriore, essendo pensati da questa ulteriore possibilità, fugacemente percepita come un frammento, una combinazione possibile “di un rompicapo universale troppo complicato per essere compreso dal singolo”, la mente verrà illuminata in una minacciosa e rumorosa notte, in cui i pensieri si accavallano e sovrappongono, sommandosi e scombinandosi gli uni con gli altri. Forse, in quell’istante, la bulimica fame di conoscenza si acquieterà. Calerà il silenzio nella notte rumorosa della storia. Un silenzio in cui ci si sentirà scrutati, fin dentro alla caverna della propria mente. E si sarà, così, costretti a interrompere “queste righe, superflue come ogni altra cosa, eppure parti di un tutto di cui nulla, neppure la fine della mia esistenza, potrebbe rivelarmi la sequenza segreta”.[18]

Ioan Petru Culianu
Fuori di questo mondo
traduzione di Maria Sole Croce
SE, 2024
256 pp., € 26


[1] Traggo gran parte delle informazioni biografiche qui riportate dal n. 87 di “Observator Cultural” (reperibile, ora, anche sul sito della stessa rivista), dedicato a Culianu nel decennale della morte; numero che anticipava alcuni contenuti, tra cui la bella “biografia” redatta dalla sorella Tereza Culianu-Petrescu, tratti dai due imprescindibili volumi, curati da Sorin Antohi, sempre nel 2001, per l’editore romeno Nemira, col titolo di Religion, Fiction, and History. Essays in Memory of Ioan Petru Culianu. Volumi che troveranno poi ulteriore sviluppo in Ioan Petru Culianu. Omul și opera, Polirom, Bucarest 2003. In italiano, per uno sguardo d’insieme, risultano di utile consultazione il numero monografico della rivista “Anterès”, a cura di Andrea Scarabelli, Horia Corneliu Cicortas e Roberta Moretti, dal titolo Ioan Petru Culianu, argonauta della Quarta Dimensione (Bietti, Milano 2021) e il volume di Roberta Moretti, Il Sacro, la Conoscenza e la Morte. Le molte latitudini di Ioan Petru Culianu (Iasi 1950 – Chicago 1991), Il Cerchio, Rimini, 2019.

[2] I.P. Culianu, Eros e magia nel Rinascimento. La congiunzione astrologica del 1484, (1984), prefazione di M. Eliade, tr. it. di G. Ernesti, il Saggiatore, Milano 1987; ora Bollati Boringhieri, Torino 2006.

[3] I.P. Culianu, Eros e magia nel Rinascimento, cit., p. 145.

[4] Tesi che troverà, diversi anni dopo, una sua forma definitiva nel libro Gnosticismo e pensiero moderno: Hans Jonas, “L’Erma” di Bretschneider, Roma 1985.

[5] I.P. Culianu, Mircea Eliade, Cittadella Editrice, Assisi 1978 (2a ed. ampliata, a cura di M. Di Martino, Settimo Sigillo, Roma 2008).

[6] I.P. Culianu, Psychanodia: A Survey of the Evidence Concerning the Ascension of the Soul and Its Relevance, Brill, Leiden 1983 e Id., Esperienze dell’estasi dall’Ellenismo al Medioevo, (1984), prefazione di M. Eliade, tr. it. di M. Garin, Laterza, Bari 1986.

[7] I.P. Culianu, Out of this World. Otherworldly Journeys from Gilgamesh to Albert Einstein, Shambhala, Boston 1991. La prima edizione italiana aveva per titolo I viaggi dell’anima. Sogni, visioni, estasi, Mondadori, Milano 1991. La scelta del titolo in traduzione non fu, però, particolarmente felice, anche perché Culianu utilizzava una citazione, nemmeno troppo velata, tratta dal XLVIII Piccolo poema in prosa di Charles Baudelaire, dal titolo “Anywhere out of the world”, le cui ultime parole sono: “Finalmente la mia anima esplode, e saggiamente mi grida: ‘Non importa dove! Non importa dove! Purché sia fuori di questo mondo!’” (qui nella traduzione di Alfonso Berardinelli – Ch. Baudelaire, Lo spleen di Parigi, Garzanti, Milano 1989, p. 207 – e che in francese suona “N’importe où ! n’importe où! pourvu que ce soit hors de ce monde !”; mentre nella traduzione diKeith Waldrop in inglese, la lingua in cui apparve l’edizione originale del libro di Culianu, è, “Anywhere! anywhere! out of this world!”). In realtà, la scelta del titolo da parte di Culianu non era solo una citazione ma una mise en abyme, perfettamente rispondente ai suoi presupposti metodologici intertestuali, perché Baudelaire, a sua volta, riprendeva, nel suo finale, un verso di Thomas Hood, “Anywhere, anywhere / Out of the world”, probabilmente conosciuto dal poeta francese tramite Poe, e da lui tradotto “N’importe où, n’importe où / Hors de ce monde”. Ci è parso, dunque, soluzione migliore ritornare a un più consonante Fuori di questo mondo. Viaggi ultraterreni da Gilgamesh ad Albert Einstein.

[8] Sulla morte di Culianu si sono fatte molteplici congetture, dando vita a una letteratura assai eterogenea, dall’apocalittico Guido Ceronetti (“Punito per aver capito qualcosa del mistero del mondo…”, in G. Ceronetti, Insetti senza frontiere, Adelphi, Milano 2009) al più equilibrato Umberto Eco (“Un delitto troppo perfetto” in “La Repubblica” del 30 aprile 1997; originariamente pubblicato in inglese, il 10 aprile 1997, su “The New York Review” col titolo “Murder in Chicago”) fino alle tesi di complotto esoterico-politico come, ad esempio, Ted Anton, Eros, Magia e l’omicidio del professor Culianu, (1996), tr. it. di M. De Martino, Settimo Sigillo, Roma 2007. 

[9] I.P. Culianu, Eros e magia nel Rinascimento, cit., p. 8.

[10] Non è questo il luogo ma sarebbe, probabilmente, fruttuoso incrociare il metodo di intersezioni sequenziali di sistemi di Culianu con quell’apparentemente distante, ma altrettanto irriverentemente sovversivo e fertile, Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza (prefazione di G. Giorello, tr. it. di L. Sosio, Feltrinelli, Milano 1979) del filosofo della scienza austriaco Paul K. Feyerabend, così allergico agli effetti dell’ideologia e a ogni forma di totalitarismo epistemico e, viceversa, così attento e aperto ad altre forme del conoscere capaci di inaugurare nuove dimensioni della scienza, le n dimensioni a cui gli studi di Culianu si rivolgeranno, con sempre maggiore insistenza, nei suoi ultimi anni di vita. Si noti che Culianu ben conosceva l’opera di Feyerabend, da lui elaborata in un andirivieni di avvicinamenti, prese di distanza e ripensamenti.

[11] I.P. Culianu, I miti dei dualismi occidentali. Dai sistemi gnostici al mondo moderno,(1990), tr. it. di D. Cosi e L. Saibene, Jaca Book, Milano 1989; ora, Rusconi, Milano 2022, p. 327 (per diverse ragioni, uscì prima la traduzione italiana dell’originale francese, annunciata per il 1987 presso l’editore Payot).

[12] I.P. Culianu, “Sistema e storia”, (1990), tr. it. di R. Moretti, in Aa.Vv., Ioan Petru Culianu, argonauta della Quarta Dimensione, cit., p. 197.

[13] Si deve porre attenzione al fatto che Culianu non ripudiò mai l’approccio storico, cioè diacronico. Anzi, pensò che il limite del metodo strutturalista, a cui era in larga parte debitore, fosse proprio quello di fermarsi alla sola dimensione sincronica; così come il limite di ogni storicismo era quello della sola analisi diacronica. Culianu volle pensare, invece, come i principi elementari, sincronici, subissero trasformazioni imprevedibili proprio entrando nella dimensione ineludibile della storia. Volle indagare, detto in altri termini, la possibilità, assai complessa da realizzare, di una “morfodinamica” nella quale la morfologia dei sistemi si scontrasse con l’aleatorietà del tempo storico.

[14] Non certo casuale è l’impianto gnostico-cabalistico della teoria di Bloom, che troverà uno dei suoi vertici in un libro come Visioni profetiche, tr. it. di N. Rainò, SE, Milano 2022 quasi coevo, e per molti versi speculare, a quello di Culianu. Di Bloom, in questa direzione, si vedano anche Una mappa della dislettura, tr. it. di A. Atti e F. Rosati, Spirali, Milano 1988, La Kabbalah e la tradizione critica, tr. it. di M. Diacono, SE, Milano 2014 e L’angoscia dell’influenza, tr. it. di M. Diacono, Abscondita, Milano 2014.

[15] A proposito di questa metodologia fondata su un sistema di combinazioni, e sulle sue derivazioni dall’ars combinatoria di Lullo e dalla teoria cabbalistica delle sfere cosmiche nel loro rapporto con la permutazione delle coppie di lettere dell’alfabeto ebraico, è di grande utilità il testo, anche apertamente critico, di Moshe Idel, “Ioan P. Culianu e l’Ars Combinatoria”, (2021), tr. it. di R. Moretti e A. Scarabelli, in Aa.Vv., Ioan Petru Culianu, argonauta della Quarta Dimensione, cit., p. 32-38. Idel denuncia, proprio a causa dell’accentuazione nel “Culianu americano” di questo principio atemporale di combinazioni, quasi magiche, di elementi primari, una possibile deriva da mistagogo dello studioso trapiantato a Chicago. Resta, infatti, non spiegato da dove proverebbero questi “elementi semplici” che, in seguito, entrando nel tempo, verrebbero combinati dalla mente umana. Dire che siano “creati dalla mente stessa” o che siano genetici, spiega assai poco (e, in ogni caso, Culianu dice di non saperlo). Qui, l’innovativa metodologia struttural-matematico-scientifica di Culianu si approssima, senza affrontarlo esplicitamente, a quel principio originario totalmente altro, a quell’ordine ontologico al di fuori di questo mondo, che la gnosi, in tutte le sue varianti ebraico-cristiane ed ermetico-rinascimentali, aveva posto all’inizio e alla fine di tutto e che, nell’opera del giovane Ioan, aveva dato l’impulso iniziale.

[16] Per l’analisi di questa progressiva deriva anti-umanista di Culianu, non priva di interesse sarebbe una lettura comparata di un breve testo, del 1986, di Jean-François Lyotard dal titolo “Sulla possibilità di pensare senza corpo” (in Id., L’inumano, (1988), tr. it. di F. Ferrari e E. Raimondi, Lanfranchi, Milano 2001, pp. 25-41; il medesimo soggetto sarà ripreso, con il titolo “Une fable postmoderne”, in Id., Moralités postmodernes, Galilée, Paris 1993), nel quale il filosofo francese, partendo dal presupposto che il fine della vita terrestre sia l’elaborazione della complessità e la necessità di lasciare il sistema solare al suo spegnimento, ipotizza che l’uomo sia solo un momento di questa comprensione e formalizzazione della complessità; un momento destinato a essere, probabilmente, superato dalla macchina, maggiormente dotata per questo compito. La sfida che Lyotard pone al “programma” è, però – differenziandosi, in questo modo, da quel sistema binario che Culianu era arrivato a ipotizzare come chiave di ricerca a venire delle vicende umane – se sia possibile un sistema di calcolo intelligente che vada oltre la logica binaria della programmazione attuale. Credo che, probabilmente, proprio in questa direzione sarebbe potuto evolvere il sistema di pensiero di Culianu.

[17] Sono gli stessi territori che indaga, in un cammino per molti versi parallelo a quello di Culianu, Elémire Zolla. Non certo per caso, pochi mesi dopo la morte dello studioso romeno esce, da Adelphi, un libro di Zolla dal titolo quasi omonimo, Uscite dal mondo (ora, a cura di G. Marchianò, Marsilio, Venezia 2012). A Culianu, Zolla dedicherà anche una toccante monografia (Ioan Petru Culianu 1950-1991, Tallone, Alpignano 1994; ora, a cura di G. Marchianò, Airez, Montepulciano 2011) e un altrettanto commosso e incisivo ritratto in La filosofia perenne. L’incontro fra le tradizioni d’Oriente e d’Occidente, Mondadori, Milano 1999, pp. 179-205 (ora, a cura di G. Marchianò, Marsilio, Venezia 2013). 

[18] I.P. Culianu, Il rotolo diafano, postfazione di R. Moretti, tr. it. R. Moretti e M. De Chiara, Eliot, Roma 2010, p. 177.

Federico Ferrari

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014; 2a ed. Sossella, 2023), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Il silenzio dell’arte” (Sossella, 2021), “L’antinomia critica” (Sossella, 2023) e, con Jean-Luc Nancy, “Estasi” (Sossella, 2022).

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