Un altro pensiero, un’altra vita. La via di Giorgio Colli

Nella sua villa a San Domenico di Fiesole, Giorgio Colli ha vissuto, solitario, la sua esperienza nel pensiero. Sul suo tavolo ha intessuto, nell’arco della sua breve esistenza (1917-1979), un interrotto dialogo con i grandi scrittore e pensatori di Occidente e d’Oriente. Primi tra tutti i Presocratici, Platone, Aristotele, Spinoza, Kant, Schopenhauer e, naturalmente, Nietzsche. Il suo lavoro filologico è stato tra i più alti del Novecento. Ma le migliaia di carte ammassate, le decine di migliaia di volumi letti, non sono mai stati per lui il fine ultimo.

Non c’è alcun dubbio che la parola di Colli, la sua rara parola scritta (tra il suo primo libro, Physis kryptesthai philei. Studi sulla filosofia greca [1948], e il secondo, Filosofia dell’espressione [1969], passano ventun anni), indicasse sempre un “aldilà” della parola. Questa ulteriorità, talvolta, sembra far segno in direzione di una sapienza, di cui la filosofia, l’amore per la sapienza, sarebbe solo una forma di decadenza. Come per il Wittgenstein del Tractatus, la filosofia sembra configurarsi solo come una scala per arrivare a ciò che trascende la parola, a quell’agire e sentire silenzioso che si apre all’approssimarsi di ciò di cui non si può parlare. Wittgenstein chiamava questa dimensione il mistico. E, sicuramente, Colli non avrebbe trovata indegna questa parola.

Ma la via di Colli, il suo percorso intellettuale, non era una forma di ascesi, intesa come un tentativo di liberarsi dal mondo. Mi pare, al contrario, che si possa dire che Colli intendesse l’esercizio filosofico esattamente come preparazione a una nuova vita, qui e ora. Se si dava un senso alla pratica del pensiero e alla dismisura a cui il pensiero espone, questo consisteva, per Colli, nel disvelare la vita sotto un’altra e più intensa luce.

Il fine della pratica di pensiero è, in fondo, la comprensione o, forse, piuttosto, la percezione di una dimensione di immediatezza della vita. L’esistere è alogico, aniconico, perfino amouson, per usare il neologismo empedocleo, così caro a Colli. Nemmeno la Musa può dire quel fondo immediato, privo di ogni mediazione possibile, in cui la vita e il suo senso, nascosto nella sua assoluta visibilità, si mostra.

Giorgio Colli ha mostrato una via. Direi che quasi nessuno lo abbia seguito. Ma la via è lì e i sassolini che ha disseminato, instancabilmente, nell’arco della sua vita permettono a chiunque abbia un minimo di attenzione di ripercorrerla. La sua azione culturale non è stata vana.

Immagine di copertina: Pino Musi, Biblioteca di Celso, Efeso, Turchia, 2014.

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).