Sebaldivision. Ian Curtis e la stella di Max

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Gracie Irlam, Manchester, 17. 5. 44

La storia di Max Ferber, il quarto racconto de Gli emigrati di W. G. Sebald, comincia con l’alter ego dell’autore che arriva a Manchester nell’autunno del 1966. Sebald, il vero Sebald, vi era arrivato come lettore all’università locale. Giungendo in macchina dall’aeroporto, a Moss Side e Hulme aveva visto «strade intere di abitazioni con assi inchiodate alle porte e alle finestre e interi rioni rasi al suolo». Aveva visto l’antico quartiere ebraico vicino al carcere di Strangeway – dalla «pianta a stella». Era abbandonato, anch’esso «raso al suolo», le «case vuote». Nei rioni di Ardwick, Brunswick, All Saints, «le autorità avevano fatto abbattere le abitazioni degli operai». Manchester, che era stata il fiore all’occhiello dell’industria inglese, non era più una città proletaria. Era un deserto.

Hulme, 1977

Ferber incontra poi Gracie Irlam, la sua affittacamere, una quarantenne che lo accoglie in vestaglia. In casa, una fotografia la ritrae nell’uniforme della Salvation Army. Sotto l’immagine, firma luogo e data: Gracie Irlam, Manchester, 17 May 1944. È il giorno prima: sono 24 hours a dividere quella foto dalla nascita di Sebald, il 18 maggio 1944. Lei nell’abito della salvezza, lui che vedrà la luce sommerso dalla colpa, figlio di un coriaceo nazista in permesso. Dalla parte sbagliata.

Ian Curtis, Manchester, 17. 5. 80

Il 17 maggio 1980, mentre Sebald ormai è a Norwich a opporsi alle politiche universitarie di Margaret Thatcher, un ventitreenne di nome Ian Curtis attraversa ancora una volta Manchester, la città devastata in cui è cresciuto. Ha un lavoretto in un ufficio, ma la sera suona – la sua band sta diventando famosa. Tre anni prima ha fondato un gruppo con dei ragazzi di Salford, un altro sobborgo di Manchester. Si chiamano Warsaw, in omaggio a un brano della trilogia berlinese di David Bowie.

Quando li obbligano a cambiare nome, Curtis ha tra le mani un libro uscito l’anno in cui è nato. Nel 1956 era stato tradotto in inglese il romanzo di un ebreo polacco sopravvissuto alla Shoah, Yehiel Feiner, o Di-nur. Si firma Ka-Tzetnik 135633: prigioniero 135633. Ha pubblicato l’opera in ebraico tre anni prima ed è stato un successo: nella congiura del silenzio e della vergogna che avvolge i reduci dall’universo concentrazionario il libro pare un’ascia kafkiana per il ghiaccio del dopo-Shoah, ma è davvero di specie particolare.

La protagonista di quel libro dal titolo rubato a Ibsen, Casa delle bambole, è una quindicenne, trasfigurazione della sorella dell’autore. Le bambole sono le forzate dei campi di Oświęcim aka Auschwitz, dove in una sezione speciale, la Freudenabteilung, vengono costrette a violenze sessuali. Il contenuto è letteralmente osceno: torture, esperimenti e stupri nel contesto del lager. La scrittura è kitsch, fitta di dialoghi gretti, esclamazioni, punti di sospensione. Molta, troppa realtà, qualche finzione. Indicibile auto-finzione. Diviene un successo in Israele prima, un bestseller mondiale poi – curioso, se si pensa che al tempo si faceva fatica a pubblicare memoriali della Shoah, se Einaudi rifiutava Primo Levi.

Freudenabteilung, la sezione delle ragazzine dedicate all’Enjoyment Duty dei soldati, in inglese si dice Joy Division. Diventa il nuovo nome del gruppo. Il nazismo, per quei figli di operai senza lavoro né prospettive, produce atmosfere interessanti. Curtis cita episodi raccapriccianti del libro in No Love Lost, va in giro con una svastica disegnata sulla giacca. E in Warsaw i Joy Division urlano il numero di prigionia di Rudolf Heß, riusano tutta un’estetica nazi ma per finta, per svuotarla, per livellarla a un’Inghilterra che sa solo radere al suolo quartieri. Anche la svastica fa da ornamento nichilista, non significa niente, mentre tutto intorno è punk. Tutto.

W.G. Sebald, Wertach, 18. 5. 44

Anche Sebald, che nel 1980 non aveva ancora pubblicato una riga di letteratura, aveva una nomea punk. All’epoca lo reputavano un “angry young man” della germanistica, perché era finito a parlare di autori della cultura ebraico-tedesca guglielmina come precursori (Wegbereiter) del nazismo. Era nato a Wertach nell’Allgäu, un ridente paesino bavarese che, disse con le parole di un altro suo ‘emigrato’, Paul Bereyter, «avrebbe voluto vedere distrutto e polverizzato insieme a tutti i suoi abitanti».

Anche nella storia di Bereyter compare la data di nascita di Sebald. È il figlio del barbiere-necroscopo del paese a dirgli che, se uno è nato il 18 maggio 1944, allora è nato di giovedì. È un Thursday’s child, uno che, nella filastrocca inglese, has far to go, deve andare lontano. Deve emigrare. Anche Bereyter, uno che più o meno ha l’età del padre di Sebald, negli anni Trenta andrà lontano, lui per un quarto ebreo, ma poi tornerà, e per sei anni farà il soldato della Wehrmacht. Molto punk.

Per decenni, di nuovo emigrato, gli correranno le mosche volanti negli occhi.

Mezzo cieco, in preda ai fantasmi, da vecchio Bereyter si sdraierà sulle rotaie in attesa di un treno.

Ian Curtis, Macclesfield, 18. 5. 80

A Macclesfield, Manchester, nessuno riuscì a fermare i fantasmi di Ian Curtis.

Il poeta epilettico che cantava con la voce da crooner scrisse gli ultimi testi, registrò un album che finiva con un brano ‘generazionale’ chiamato Decades, dove usa il ‘noi’ e guarda indietro. Parla della stanza d’inferno cui «abbiamo bussato», ne parla come di un teatro. Poi c’è una strofa dove mette in fila due ‘mai’.

Abbiamo visto noi stessi come mai ci era accaduto
ritratti del trauma e della degenerazione
i dolori che abbiamo patito senza mai essere liberi

Dopo che ebbe stretto la corda al collo, i suoi compagni formarono una nuova band, i New Order (ancora un’eco fascista, ma solo per gli italiani). Tra i primi brani, una canzone chiamata ICB, Ian Curtis Buried.

Max Stern, 18. 5

Sebald morì in Inghilterra per un attacco di cuore che lo colse alla guida nel dicembre 2001, pochi mesi dopo aver pubblicato Austerlitz.

Nell’ultima pagina di Austerlitz, ricorda l’uso che venne fatto di una fortezza a Kaunas, in Lituania. In tre anni, racconta, a Fort IX furono uccise più di trentamila persone. «Fino al maggio del 1944, quando da tempo ormai la guerra era perduta, a Kaunas continuarono ad arrivare convogli dall’Ovest». I detenuti scrivevano i loro nomi sull’intonaco della fortezza. Accanto lasciavano il loro nome, con l’indicazione di una data. L’ultimo nome è Max Stern, Paris, 18.5.44.

Se Parigi è il luogo in cui si svolge tutto il finale di Austerlitz, se il 18 maggio 1944 è il giorno in cui è nato, Max è il nome con cui Sebald voleva essere chiamato. Ripudiava infatti i nomi che presiedevano alle sue iniziali (W.G. che in tedesco si legge Wege, strade): né Winfried né Georg gli piacciono. Troppo tedeschi. Troppo nazi. Meglio Max, da Maximilian – il suo terzo nome.

“Stern”, invece, vuol dire stella. È un tipico cognome ebraico. Di più, è il simbolo ebraico. Alla fine del saggio sulle Affinità elettive, Benjamin vi vede la speranza data a noi per chi non l’ha avuta. Rosenzweig vi legge semplicemente la redenzione. Ma la stella è stata anche un simbolo giallo portato per un dodicennio sulle vesti, a indicare persecuzione e poi sterminio. La stella in Austerlitz è anche la forma delle fortezze delle torture (come Breendonk, dove fu straziato Jean Améry, come Theresienstadt, dove finì la madre del protagonista). “Max Stern”, dunque, è un segno di confusione tra la finzione e la realtà, tra decadi in conflitto, tra vittime e aggressori – è un trauma ancora in corso. È contaminazione di nomi finti e simboli veri. Ed è la traccia dell’autore iscritta in un oggetto che non parla più, eppure continua a dire, a violare il presente: il figlio di un nazista che se la rideva in Polonia di fronte alle persecuzioni ora ha la stella addosso, l’ha disegnata lui stessa, ma per finta.

La sua vita d’autore finisce così, con una mossa punk, una mossa alla Celan. Nella data iscrive il nome, Sebald. Il suo dentro il loro. Vi innesta l’eco della distruzione causata dai suoi contro loro. E la speranza, solo per noi, decadi dopo, per quando ci vedremo come non ci era mai accaduto, come “ritratti del trauma”. Per scrivere nomi e date senza anno: Max Stern, Ian Curtis, 18.5.

In copertina: i Joy Division a Manchester, agosto 1979

(Roma, 1978) scrive, traduce e fa ricerca. Studioso del pensiero tedesco e francese del Novecento, ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil e Alexandre Kojève e più di recente un saggio dal titolo “Foto di gruppo con servo e signore” (Castelvecchi 2017). Ha curato opere varie di Max Weber (“Economia e società”, Donzelli 2003-2018), Walter Benjamin (“Senza scopo finale; Esperienza e povertà”, Castelvecchi 2017 e 2018) e Georges Bataille (“Piccole ricapitolazioni comiche”, Aragno 2015). Ha pubblicato “Berlino Zoo Station” (Cooper 2012), guida molto alternativa alla città di Berlino, e “Happy Diaz” (Arcana 2015), una lettura politico-musicale dei fatti di Genova 2001. Il suo ultimo libro è “Nico e le maree”, racconto fantastico della vita di Nico (Castelvecchi 2019).