Nell’abisso le stelle

The Ocean is the Ultimate Solution
Frank Zappa

Nonsuch, isola delle Bermuda, oceano Atlantico, 15 agosto 1934. William Beebe, esploratore, biologo marino, ornitologo e naturalista americano della Wildlife Conservation Society scende a 3028 piedi o 923 metri di profondità. È raggomitolato nella Batisfera, un angusto sommergibile in acciaio realizzato per l’occasione dall’inventore Otis Barton che lo accompagna nell’impresa. Si tratta della prima esplorazione umana della zona pelagica, frutto di una serie di tentativi tra giugno 1930 e agosto 1934, in cui Beebe e Barton s’immergono sedici volte negli abissi. Prima di loro non si era mai andati oltre 106 metri e, per inciso, ancora oggi il grattacielo più alto, il Burj Khalifa di Dubai (828 m), non sfiora lo stesso risultato.

Beebe e Barton galleggiano in un continente sconosciuto mai sondato dallo sguardo umano, e che resta tale perché “meno del 5 percento dell’oceano oltre i 30 metri circa di profondità è stato visto, figuriamoci esplorato”[1]. Conosciamo meglio la superficie di Marte che i fondali dell’oceano, e questo malgrado l’applicazione oceanica di Google Earth, lanciata nel 2009, con uno Street View acquatico che non ha riscontrato il successo sperato.

I due scienziati non si aspettano di trovare forme di vita a tali profondità finché, davanti ai loro oblò, passano pesci visibili grazie alla loro bioluminescenza. Difficile valutarne la taglia, perché la loro visione è priva di punti di riferimento: “In diverse occasioni i bagliori prodotti da organismi sconosciuti erano così brillanti che la mia vista si annebbiava per diversi secondi”, come ricorda Beebe in Half Mile Down (Harcourt, Brace and Company, New York 1934, p. 337, tradotto in italiano l’anno successivo da Bompiani: Mille metri sott’acqua). Quando il 23 gennaio 1960 il tenente di marina americano Don Walsh e l’oceanografo svizzero Jacques Piccard scendono a 10.916 m di profondità nella fossa delle Marianne, la sorpresa davanti al brulicare del vivente in condizioni così ostili sarà la stessa.

La scoperta di una presenza di vita tra 240 e 600 metri resta uno dei contributi scientifici maggiori della spedizione di Beebe e Barton, assieme al tentativo di comprendere la vita degli animali marini nel loro ambiente, senza farne risalire in superficie degli specimen per analizzarli e disseccarli sul tavolo della scienza. Un tentativo di andare al di là di celebri spedizioni come quella di Carl Chun con la Valdiva nel 1897, in cui i pesci erano studiati e ritratti senza vita, in accordo alla tradizione naturalista del XIX secolo.

William Beebe seduto sulla Batisfera

Per sopportare la pressione a meno mille metri, Barton progetta una sfera d’acciaio di oltre due tonnellate, con le pareti spesse più di 4 cm e tre oblò in quarzo fuso, piccole feritoie che misurano 22 cm di diametro e 8 cm di spessore (cui si aggiunge quello più grande che fa da ingresso). La Batisfera comunica con la superficie grazie a un cavo di acciaio intrecciato, “doppiato da una linea elettrica e una linea telefonica protetta da un tubo di gomma fissato al cavo ogni 60 metri. La respirazione dell’equipaggio è assicurata da due piccoli serbatoi di ossigeno, mentre l’eccesso di gas carbonico è assorbito dai cristalli di soda e l’umidità dal cloruro di calcio”[2]. La comunicazione con l’equipaggio a bordo della nave è così legata a un cavo; non solo: la stessa sopravvivenza dei due scienziati è legata a questo esile cordone ombelicale perché, a differenza di un sommergibile, la Batisfera non ha mezzi di propulsione.

Oggi esposta all’esterno dell’Acquario di New York, è difficile pensare che un aggeggio così rudimentale sia riuscito a scendere a mille metri sotto il livello del mare. Osservando video, foto e disegni che ci restano, fa pensare a una macchina fantasiosa da romanzo di Jules Verne, all’occhio-mongolfiera disegnato da Odilon Redon in L’œil, comme un ballon bizarre, se dirige vers l’infini (1882) che, anziché salire verso l’alto, s’inabissa. Ma anche, a causa degli oblò, a un mostro marino con globi oculari, simili a quelli che popolano da sempre la nostra immaginazione.

Beebe e Barton nella Batisfera

Nulla garantiva che la Batisfera fosse adatta all’impresa. Un piccolo problema tecnico di pressurizzazione avrebbe comportato una fine tragica che mette i brividi solo a pensarla: due uomini stretti in una palla di metallo, a mille metri sott’acqua, nell’oscurità totale non appena le luci si consumano, l’ossigeno contato, il contatto telefonico interrotto, alcuna chance di essere soccorsi, in balia di una lentissima fluttuazione, ripescati giorni dopo ed estratti dalla Batisfera senza vita e deformati dalla pressione come un palloncino bucato. Beebe era consapevole dei rischi dell’impresa quanto travolto dall’entusiasmo. Dopo la prima immersione nel 1930, scrive sul “New York Zoological Society Bulletin”: “Qui, sotto una pressione che, se allentata, in una frazione di secondo renderebbe il nostro corpo un tessuto amorfo, respirando la nostra stessa atmosfera fatta in casa, inviando poche parole di conforto che si rincorrono su e giù per un filo di tubo – qui ho avuto il privilegio di scrutare fuori e vedere effettivamente le creature che si sono evolute nell’oscurità di una mezzanotte blu che, da quando è nato l’oceano, non ha conosciuto un domani; qui ho avuto il privilegio di sedermi e cercare di cristallizzare ciò che osservavo attraverso occhi inadeguati e interpretavo con una mente affatto all’altezza del compito” (pp. 134-135).

La Batisfera in immersione

Mille metri sott’acqua

All’epoca, siamo ai tempi del New Deal, la vicenda viene molto seguita dalla stampa americana ed europea. Lo storico Gary Kroll ha definito Beebe “ad man of natural history”[3] per la ricerca pubblicitaria di fondi necessari a finanziare le sue dispendiose spedizioni. Ma Beebe è anche autore di diversi libri, oggi pressoché dimenticati se si eccettua il bel saggio di Emanuele Garbin, Bathygraphica. Disegni e visioni degli abissi marini (Quodlibet 2019): The Arcturus Adventure (1926), il già citato Half Mile Down (1934), The Book of Naturalists. An Anthology of the Best Natural History (1944). Quest’ultimo testimonia l’importanza che Beebe dava alla scrittura naturalistica: si tratta di un’antologia di 46 autori che spazia da Aristotele a Plinio, da Linneo a Alexander von Humboldt, da Thoreau a Darwin fino alla biologa marina Rachel Carson, che Beebe ha sempre sostenuto e che, già nel luglio 1937, pubblica un articolo dal titolo Undersea, poi confluito in Under the Sea-Wind. A Naturalist’s Picture of Ocean Life (1941). Un libro seguito da The Sea Around Us (1951, Il mare intorno a noi, Piano B 2019) e The Edge of the Sea (1955, La vita che brilla sulla riva del mare, Aboca 2022). Che Il mare intorno a noi sia dedicato a Beebe non sorprenderà.

Dalle imprese della Batisfera verrà infine tratto un film, Titans of the Deep (1938) che vede tra gli attori lo stesso Barton. Non solo: nel 1949 Barton scenderà col Benthoscope a 1371 metri, raccontando le sue imprese in The World Beneath the Sea (1953). Ma restiamo sulle tracce di Beebe.

Half Mile Down è un memoir sulla sua discesa nell’abisso, uno straordinario resoconto delle esperienze del primo uomo alle prese con un universo che nessuno sguardo umano aveva mai sondato. Un mondo che non conosce il trascorrere del tempo: “Fuori era nero, nero e ancora nero, e nessuno dei miei strumenti rivelava il più flebile baluginio ai miei occhi. Avevo appena raggiunto uno degli obiettivi principali dell’intera immersione, vale a dire scendere al di sotto del livello della luce umanamente visibile. Mi trovavo oltre la luce del sole per quanto l’occhio umano potesse cogliere, e laggiù, per due miliardi di anni non c’erano mai stati il giorno o la notte, l’estate o l’inverno, alcun passaggio temporale finché giungemmo noi a registrarlo” (pp. 164-165).

Se il libro è diviso in quattro sezioni distinte che affrontano la spedizione sotto il punto di vista emotivo, storico, pragmatico e tecnico, è sul primo che la scrittura di Beebe si accende.

Sublime profondo

Sono tanti i passaggi di Half Mile Down che vorrei citare: la prosa scientifica di Beebe è chiara, coinvolgente e ben congegnata, abile nel restituire l’eccezionalità della sua impresa e le emozioni che lo animano. Ma la scintilla si produce, ai miei occhi, davanti a una delle 123 illustrazioni – tra disegni e fotografie – del libro. Poco appariscente, si tratta di una tavola con due immagini simili, sebbene diversa è la tonalità del nero e la quantità di puntini e scie luminose, più rarefatta e fioca in quella inferiore, scattata dalla scienziata Gloria Hollister, allora collaboratrice di Beebe.

Leggo la didascalia: “(upper) The stars in the heavens. (lower) A photograph of the waters of the sea at great depths shows only complete blackness, with a scattering of sparks and lights from the bodies of fish and other organisms”.

Mi accordo che non è l’unico punto in cui fa capolino questa potente immagine stellare: “mi rendevo conto di quello che mi era stato concesso di vedere, a quasi mezzo miglio sotto la superficie, e realizzai che non avrei mai più mirato le stelle senza ricordare la loro controparte attiva e vitale che sguazza a quella terrificante pressione” (p. 175); “Spesso l’abbondanza di punti luminosi era così vasta che s’imponeva un confronto con le stelle più grandi in una notte chiara senza luna” (p. 337).

Nel paragrafo conclusivo di Half Mile Down, Beebe ricorda che, se nel corso del libro ha evitato paragoni (cosa solo in parte vera), “l’unico luogo paragonabile a queste meravigliose regioni abissali resta senza dubbio lo Spazio rarefatto, ben al di là dell’atmosfera, tra le stelle, dove la luce del sole non ha alcuna presa sulla polvere e sui rifiuti dell’aria planetaria, dove l’oscurità dello spazio, i pianeti, le comete, i soli e le stelle splendenti devono essere davvero simili al mondo della vita per come appare agli occhi di un essere umano sbalordito, nell’oceano aperto, a mezzo miglio di profondità” (p. 225).

Restano da ricostruire le corrispondenze tra esplorazioni marine ed astronomiche. Se nel gennaio 1960 Walsh e Piccard scendono a oltre 10.000 metri di profondità, dopo cinque ore e mezza d’immersione – un record mai uguagliato prima del 2012 quando il regista James Cameron ha ripetuto l’impresa –, nell’aprile 1961 Jurij Gagarin vola nello spazio.

Insomma, con questo semplice montaggio Beebe produce un ribaltamento verticale se non vertiginoso, come se il plancton fosse un firmamento. Al fondo dell’oceano ritrova le stelle, nell’acqua il cielo, nell’idrografia l’astronomia. Una sorta di sublime profondo. A quasi mille metri sotto il livello del mare, rannicchiato in un bulbo di metallo che lo protegge da una pressione mortale per la sua anatomia umana, immerso in un mondo sconosciuto, inesplorato e che crede privo di vita, il suo pensiero da terrestre va alle stelle, che non sono mai state così lontane. Le due realtà più sconosciute all’essere umano, l’universo e l’oceano profondo, si congiungono per un istante.

Sconfitta del sole

È con questa fotografia speculare che vorrei chiudere, ma non senza un ultimo appunto su cui mi riprometto di tornare presto. Malgrado la prosa di sicura presa, Beebe non nasconde le sue difficoltà a restituire l’esperienza sensoriale della Batisfera. Più si cala nelle profondità più è buio, e più è buio più è difficile trovare immagini e parole adeguate per quelle creature bioluminescenti incorniciate dagli oblò. Rispetto all’arte dei più grandi naturalisti quali Ernst Haeckel, le riproduzioni fotografiche di Half Mile Down, con la loro estetica a bassa definizione, fanno magra figura. “Adequate presentation of what I saw on this dive is one of the most difficult things I ever attempted”, scrive dopo la prima immersione con la Batisfera nel 1930 sul “New York Zoological Society Bulletin”; difficile tradurre in parole “this alien world” (p. 196).

Lo stesso vale per il medium acquatico, con la graduale scomparsa di colori caldi man mano che scende: una transizione da “a golden yellow world to a green one” (p. 197). Poi il verde sbiadisce e a 200 piedi “it was impossible to say whether the water was greenish-blue or bluish-green” (p. 198). A 600 piedi, l’acqua diventa “dark, luminous blue, and this contradiction of terms shows the difficulty of description” (p. 199). Finché a 1000 piedi getta la spugna: “Ho cercato di dare un nome all’acqua: blu-nerastro, grigio scuro-blu. È strano che il blu non venga sostituito dal viola, la parte finale dello spettro visibile. A quanto pare era già stato assorbito. L’ultima traccia di blu si assottiglia in un grigio senza nome, e questo infine nel nero, ma dal livello attuale in giù l’occhio vacilla e la mente rifiuta qualsiasi distinzione articolata dei colori. Il sole è sconfitto e il colore è scomparso per sempre, finché un essere umano non penetra e fa balenare un raggio elettrico giallo in ciò che è rimasto nero per due miliardi di anni” (pp. 200-201).

Come arginare la povertà delle fotografie in un mondo che ha sconfitto la luce del sole? Affidandosi al linguaggio, che però fa acqua da tutte le parti: “Qui ho iniziato a sentirmi inarticolato e sconnesso, per la quantità di vita che si palesava nelle luci danzanti e nella loro attività, per la consapevolezza del breve tempo a mia disposizione, e per aver realizzato che la maggior parte delle creature che osservavo erano senza nome e non erano mai state viste da alcun uomo, ed erano troppo per qualsiasi resoconto coerente e concentrazione continua” (p. 165).

Le lunghe didascalie così, come precisa la studiosa di environmental humanities Stacy Alaimo, “cercano di suscitare un apprezzamento estetico per creature le cui fotografie assomigliano più a radiografie sfocate che alle illustrazioni di un naturalista”[4]. Considerazioni ancora più accurate se pensiamo all’evoluzione della fotografia sottomarina dai tempi di Beebe agli attuali standard della biologia marina.

Eppure quella di Beebe resta un’esperienza squisitamente oculocentrica. Beebe è anzi ridotto a un bulbo oculare immerso nella zona pelagica per scrutare il medium acquatico, costretto a vedere attraverso un dispositivo – quello della Batisfera – che funziona anch’esso come un occhio. Un medium tuttavia che ha sconfitto il Sole. Che quanto scruti al di là dell’oblò sia una sua proiezione mentale? Che queste acque siano come l’oceano che circonda il pianeta Solaris, ovvero un’entità senziente capace di interferire coi sogni degli astronauti che lo osservano dalla loro stazione spaziale e che non riescono a indagare scientificamente? Ma Solaris, il romanzo di Stanislaw Lem, risale al 1961. Beebe una soluzione la trovò, sebbene appena accennata in Half Mile Down


[1] Sylvia A. Earle, Foreword, in Helen M. Rozwadowski, Fathoming the ocean. The discovery and exploration of the deep sea, The Belknap Press of Harvard University Press, 2005, p. X.

[2] Cfr. Robert D. Ballard, Adventures in Ocean Exploration. From the Discovery of the Titanic to the Search for Noah’s Flood, National Geographic, 2001.

[3] Kroll, America’s Ocean Wilderness, cit. in Stacy Alaimo, Jellyfish Science, Jellyfish Aesthetics: Posthuman Reconfigurations of the Sensible, in Cecilia Chen, Janine MacLeod, Astrida Neimanis (a cura di), Thinking with Water, McGill-Queens University Press, Montreal 2013, pp. 139-164, cit. p. 145.

[4] S. Alaimo, Jellyfish Science, Jellyfish Aesthetics, cit., p. 145.

In copertina: William Beebe nella Batisfera, 1934

Si occupa di storia e critica d’arte contemporanea; non ha mai capito dove finisce una e comincia l’altra. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.