Da anni convivo con i Fasmidi, ossia gli insetti stecco. Mi prendo cura di loro e li studio, da entomologo e scrittore. In appositi terrari mantengo in casa una colonia composta da svariati esemplari di Sungaya inexpectata, Eurycantha horrida, due specie di Phyllium, Bacillus rossii, Ramulus artemis ed altre specie ancora. Per capire meglio questa altrimenti inspiegabile fascinazione ho affiancato ai libri e alle pubblicazioni di entomologia una nutrita biblioteca di studi antropologici e di storia della scienza. Ho deciso di affiancare agli strumenti d’analisi della scienza quelli mutuati dall’analisi iconografica.
Un testo è risultato centrale, tanto spesso viene citato e ricorre nei repertori bibliografici sul tema. Nel 1989, sul numero tredici della “Revue littéraire de photographie”, uscì il saggio del filosofo francese Georges Didi-Huberman (1953) dal titolo Il paradosso del fasmide. Il breve e assai citato scritto introdurrà poi la raccolta La conoscenza accidentale. Apparizione e sparizione delle immagini, in cui l’autore analizza “immagini trovate”, opere d’arte e fotografie, sviluppando il metodo d’analisi estetica ideato agli inizi del Novecento dallo storico dell’arte tedesco Aby Warburg.
L’articolo (citato oltremodo dai letterati e artisti ma negletto dagli scienziati) cosa comunica se interrogato con l’attitudine dell’entomologo? L’incipit è folgorante: “Soltanto ciò che all’inizio fu capace di dissimularsi può apparire”. Didi-Huberman fa emergere un paradosso perché l’apparente, per un solo momento, rende accessibile qualcosa che evoca il lato nascosto del mondo visibile, il lato nascosto della foglia, il territorio della dissomiglianza. È appunto lo spazio vago che apparenta il Fasmide al rovo, sua pianta nutrice negli spazi coatti dei fauna box.
Le pagine che compongono il breve testo raccontano di un’esperienza evenemenziale, la sua visita ai terrari del Jardin des Plantes di Parigi. Il filosofo francese – per quanto dotato di un occhio entomologico e pur avendo seguito le tracce intermittenti delle lucciole in Lucciole: una politica delle sopravvivenze (2010) – s’imbatte fortuitamente nei Fasmidi, non si reca al museo con l’intento di studiarli. L’insetto è, nel suo discorso (ed ancor più in quello degli epigoni), una metafora dell’apparizione e della scomparsa dell’immagine.
Cosa apparenta l’immagine del Fasmide a quella del rovo è stata una domanda ricorrente e perturbante anche per me. Per Freud il perturbante è quella sorta di sentimento spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare ossia è qualcosa che inquieta e atterrisce perché lo conosciamo già, ma non sappiamo riconoscerlo. Cosa c’è di più di più familiare di un ramoscello di rovo? Eppure, ecco, nega la sua stessa forma, è un insetto.
L’enigma del Fasmide è sia l’apparizione che elettrizza (la rivelazione di un’assenza) che il movimento dialettico dell’occultarsi, che confonde il profilo (l’identità) fino a farlo svanire. Ciò che strania, in tale creatura, è il fatto che quando l’insetto si sta per rivelare, è sul punto di farlo, ecco che si mostra acefalo, senza capo né coda. L’insetto stecco confonde l’osservatore invertendo la disposizione nello spazio. Capo e coda, come in un gioco di prestigio, possono essere al contempo là dove sono ma anche all’estremità opposta.
Per Didi-Huberman ciò che sembra una data cosa, proprio nell’istante in cui si mostra, si vota anche alla dissimulazione. Così il Fasmide non è più un corpo ma un rametto, una cosa inespressiva, inanimata. I Fasmidi sono insetti solo all’apparenza simili ad esseri viventi, tendenze imitatrici della materia che, dotata di memoria, ripete le forme specchiando ciò che la circonda. La loro vita, sta scritto nel succitato saggio, è quella stessa della scenografia che fa da sfondo. Le vite degli insetti stecco sono la vita stessa dell’habitat in cui vivono.
Didi-Huberman definisce il Fasmide il suo animale preferito in quanto capace di provocargli il terrore più squisito, quello del dissimile. Il Fasmide è un Fantasma, come l’etimologia stessa suggerisce. Ma è chiamato così anche lo stadio intermedio e incerto della larva che precede l’individuazione: è l’apparizione, il segno degli dei, il fenomeno prodigioso (per non dire mostruoso), il simulacro. Infine, è il presagio. Il Fasmide si nutre della pianta della quale sussume la forma e della quale assumerà la sostanza come nutrimento. Non si limita ad imitarne il colore e la forma. Fa del suo stesso corpo lo scenario in cui nascondersi, incorporando l’habitat in cui vive. Sempre secondo Didi-Huberman “il Fasmide è ciò che esso stesso mangia e ciò in cui esso abita”.
Pur realizzando una specie di perfezione imitativa il Fasmide infrange così la gerarchia che ogni imitazione esige. Non c’è più un modello e una copia. La copia divora il modello che quindi non esiste più. È il modello imitato che si trasforma in un “accidente” della sua copia, un accidente “fragile, che rischia di essere fagocitato”. L’insetto stecco imita il rovo e mangiandolo ne assume le caratteristiche. Così il Fasmide non si mimetizza solo assumendo il colore o la forma, ma incorpora in sé lo scenario in cui vive.
In senso esteso, tutti gli insetti sono mimetici e il Fasmide sarebbe solo l’esempio più eclatante. Proprio per questo l’avvento di ciò che appare accompagna l’emozione estetica dell’entomologo ogni volta che trova l’insetto desiderato. La “caccia sottile” di cui parla Ernst Jünger, i sui “avvicinamenti” all’epifania, sono emblemi dell’attesa di quest’apparizione, di un disvelamento improvviso di qualcosa d’impensato e al contempo desiderato, la possibilità che qualcosa accada senza la certezza che l’epifania possa veramente darsi. E quando l’incontro avviene è una scossa, un colpo di fulmine.
Ma alcune vetrine del vivario del Jardin des plantes di Parigi in cui curiosò Didi-Huberman quando compì l’esperienza che originò il suo saggio erano realmente vuote (forse in manutenzione) in attesa della venuta del Fasmide. Capita infatti che l’entomologo se ne vada senza aver trovato nulla. Tutti gli insetti sono mimetici e ogni forma, in natura, imita e si trasforma nelle contigue, in un colloquio infinito. Il Systema Naturae è tramato di citazioni, traduzioni, somiglianze.
Cercando raffigurazioni di Fasmidi nella storia dell’arte ho indagato i repertori delle nature morte del Seicento, con particolare attenzione a Rachel Ruysch e Maria Sibylla Merian, senza trovare alcuna occorrenza. Per lo più privi di colori sgargianti gli insetti stecco e gli insetti foglia non danno nell’occhio, passano inosservati nell’illustrazione naturalistica delle origini.
Forse allora gli insetti stecco non perturbavano l’osservatore? Quella del Fasmide è una traccia concettuale che, per essere apprezzata, deve oltrepassare il positivismo, la scissione tra natura e cultura. La sua forza straniante si attiva con quanta più forza tanto maggiore è l’impostazione finalista e teleologica dell’osservatore. Come mai quindi, a seguito di una sostanziale indifferenza di artisti del passato nei confronti del Fasmide, dopo la pubblicazione de La conoscenza accidentale il Fasmide è stato citato innumerevoli volte nei testi di eco-critica ed è diventato un esempio che molti creativi odierni hanno mimato?
La feconda nota di Didi-Huberman suggerisce una riflessione su come il suo metodo di analisi iconologica converga con certi recenti risultati scientifici. I Fasmidi affascinano per ragioni che vanno oltre quelle della “conoscenza accidentale”, dell’essere forme che aprono l’analisi delle immagini a prospettive impensate.
In uno studio dal ricercatore israeliano Zvi Sever pubblicato nel 2024 dal dipartimento di biologia dell’Università di Indianapolis, risulta come l’approccio di mettere in relazione il camuffamento mostrato dall’animale coi colori e le forme dell’ambiente (come se l’insetto rispecchiasse il contesto) sia frutto di un pregiudizio cognitivo antropocentrico. L’idea del camuffamento è un mito culturale della specie umana, un caso aneddotico non riscontrabile alla prova empirica dei fatti. Lo straniamento risiede nell’occhio di chi osserva, nei suoi vizi percettivi di predatore rafforzati, nella specie umana, da pregiudizi sociali e culturali.
Il fenomeno del mimetismo criptico quale risposta evolutiva ha radici meno unidirezionali: non è la preda che imita un contesto statico, bensì predatore e preda costituiscono una dinamica “coppia evolutiva” e di conseguenza s’identificano a vicenda poiché co-evolvono assieme, plasmati entrambi dalle retroazioni di un contesto in perenne cambiamento, variato dalle mutazioni a-biotiche ed eco-fisiologiche. Non è solo il Fasmide a essere selezionato dal rovo, ma anche il rovo sviluppa le sue caratteristiche morfologiche in relazione agli animali e agli insetti che lo abitano.
L’incessante processo evolutivo genera agli occhi di chi osserva un ordine che solo a posteriori, nel ricordo, viene motivato come mimetico ma che è piuttosto necessario, chimico, a-biotico appunto. Il Fasmide non solo non sceglie il mimetismo ma la selezione non avviene neppure sulla sua pelle bensì attraverso l’interscambio chimico col contesto, a partire dalle sostanze nutrienti della pianta.
Non avviene solo una selezione evolutiva che premia i Fasmidi capaci di mimetizzarsi con un ambiente di sfondo fisso, quindi, ma un contesto vivente diffuso, fatto di iperspecializzazioni talvolta lente e cumulative, talvolta repentine, quella che Richard Dawkins nel celebre libro L’orologiaio cieco (di pochi anni precedente rispetto alla pubblicazione del saggio di Didi-Huberman, in quanto edito in inglese nel 1986) definì la “selezione genetica cumulativa”.
L’immagine di successo, diffusa da Didi-Huberman, del Fasmide che non si mimetizza gerarchicamente ma che è alla lettera “l’ambiente in cui abita” continua ad affascinare perché ruota attorno al superamento delle visioni antropocentriche e finalistiche, convergendo su una prospettiva naturalistica e deterministica del mondo per cui la mente non è confinata al cervello individuale ma è immanente nei circuiti di informazione dell’intero sistema ecologico.
L’affermazione “dell’essere il Fasmide tutt’uno con l’ambiente”, ganglio di una rete più vasta di intrecci, offre spunti olistici che rimandano al panteismo immanentista di Baruch Spinoza (Deus sive Natura) e al contempo al materialismo evolutivo di Richard Dawkins, passando attraverso gli studi di cibernetica e la teoria dell’“ecologia della mente” di Gregory Bateson, una visione sistemica dove l’uomo è solo una parte di una mente più vasta, appunto quella della natura.
Così a distanza di oltre trent’anni dalla pubblicazione del saggio di Didi Huberman, osservando nel terrario le animule vaghe degli amati Fasmidi con occhio quieto e per nulla turbato dall’immagine mentale che ho di loro si stratifichino significati antropologici ulteriori, evolvano continuamente sottili e plurime rispondenze filosofiche.
Bibliografia
Emanuele Alloa, Il pensiero fasmide, in “aut aut”, 348, 2010.
Georges Didi-Huberman, La conoscenza accidentale. Apparizione e sparizione delle immagini, Torino, Bollati Boringhieri, 1998.
Richard Dawkins, L’orologiaio cieco. Creazione o evoluzione?, traduzione di Libero Sosio, Milano, Rizzoli, 1988.
Zvi Sever, What If I Told You Camouflage is a Myth? Animal Coloration is Mainly A-biotic and not Biotic (Camouflage), in “Research in Ecology”, Volume 06, Issue 01, March 2024.
In copertina: disegno di Tommaso Lisa
