Un ostinato desiderio di umanità

02/02/2024

Una delle immagini più cinematograficamente stupefacenti del racconto biblico è contenuta in Genesi, 3-5: “Dio disse: ‘Sia la luce!’. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno”. In questo passaggio dalle tenebre alla luce, racchiuso in un ontologico piano sequenza, è contenuta l’intera storia dell’Occidente, nel suo reiterato tentativo, spesso disperato, di squarciare il nero fondo cosmico per fare emergere qualcosa d’altro, una seppur flebile luce di speranza. Certamente, nella tradizione ebraico-cristiana questo “altro” si è incarnato, sebbene in modi diversi, nella figura del divino, di quel Dio unico a cui, anche qui in modi differenti tra ebraismo e cristianesimo, il popolo eletto e l’ecumenica comunità cristiana si sono rivolti per la propria salvezza.

In un libro minuscolo, composto da due conferenze tenute da Hans Jonas, in occasione di due premi conferitegli, il grande studioso della gnosi arriva a definire questo passaggio dalle tenebre alla luce, accodandosi così alla vulgata, come l’apertura del mondo, del mondo del popolo di Dio, verso la propria epopea di salvazione, ma anche, facendo risuonare tonalità eretiche o quanto meno eterodosse, come l’inizio di un sentimento di abbandono dovuto alla concomitante e inevitabile rinuncia di Dio alla sua onnipotenza. Dio crea, infatti, il mondo ritirandosi, in qualche modo, da esso, proprio come nella tradizione cabalistica incarnata dal processo dello tzimtzum. In un certo senso, il processo di creazione diviene una forma di autonegazione del divino. Se si dà luce, se una luce si rende visibile, è perché Dio si ritira (resta il problema di dove si ritiri), divenendo in qualche modo invisibile. La luce che resta, traccia indelebile, impronta luminosa della mano creatrice, viene affidata agli uomini. Da quell’istante, al loro sguardo libero è demandata la scelta di dove guardare, se verso la luce o verso le tenebre. Dio non può più intervenire nel mondo, può solo, come tutti gli umani o con tutti gli umani, soffrire per essi, con essi. Dio piange osservando il destino del suo popolo. Patisce, come tutti. Dio soffre il male, perché il male è, se così possiamo dire, il prezzo della libertà umana, dell’autonomia del popolo dei figli di Dio. Dio non vuole il male ma non può evitarlo, perché crede nei suoi figli, perché ha fede in loro. Se c’è Alleanza questa è sancita da una doppia fede nuziale, da un reciproco giuramento di fedeltà e di attesa degli uni verso l’Altro e viceversa. È un Dio profondamente umano quello della tradizione del Libro (almeno nella lettura di Jonas), un Dio amorevole e impotente che accompagna la storia degli umani, lasciandoli vivere, lasciando che essi compiano i propri errori, fino all’esperienza del male, alla sua incomprensibilità e all’assoluta responsabilità che ne deriva una volta che si è posti di fronte a esso.

Di questa responsabilità, di questo gesto che non trova riscontro né ricompensa, e che risulta perlopiù incomprensibile nella sua cieca o preveggente ostinazione, narra Uscire dal nero, lo straordinario libro che Georges Didi-Huberman ha dedicato al film di László Nemes, Il figlio di Saul. Ormai da molti anni la riflessione sulle immagini di Didi-Huberman è accompagnata da un’inseparabile controscrittura sull’etica e, in altro modo, sull’ebraismo in quanto pratica vivente. L’opera elefantiaca del filosofo e storico dell’arte francese vive di un doppio movimento o si muove al ritmo di un passo a due in cui risuonano tanto la questione della responsabilità che noi abbiamo nei confronti delle immagini, di quelle che creiamo e di quelle che guardiamo, quanto una pragmatica concernente lo statuto dell’immagine in sé o dell’immagine nella sua relazione con altre immagini (in una sorta, se si può ancora utilizzare questa parola, almeno così come la declina Jean-Luc Nancy in Essere singolare plurale, di ontologia pragmatica del con-essere delle immagini).

Alla luce di questo doppio registro, credo non sia un azzardo sostenere che il testo di Didi-Huberman sia, per certi versi, una ripresa di Genesi, di quell’immagine inaugurale che, così potremmo dire, non fa che ripetersi per e in ogni singola immagine, in ogni immagine singolare che colga la potenza e il senso di quel gesto inaugurale, nel quale si compie, per la prima volta, la separazione della luce dalle tenebre, del bene dal male.

Nella storia di Saul – membro dei Sonderkommando, squadre di ebrei che nei campi di concentramento avevano essenzialmente il compito di eliminare le tracce del male (erano anche definiti i “portatori di segreti”, Geheimnisträger), per poi scomparire a loro volta – possiamo ripercorrere il dramma di un’umanità che di fronte all’impotenza di Dio, alla sua assenza e al suo silenzio nella tragedia assoluta, non cede, non si piega, ma, anzi, risponde a una insensata ingiunzione: dare sepoltura al corpo di un bambino, quando questo gesto appare ormai del tutto privo di significato in un mondo in cui il male non ha freno.

Membri del Sonderkommando impegnati nella cremazione dei corpi in una fossa comune. Questa e altre tre fotografie furono scattate clandestinamente da un prigioniero del Sonderkommando di nome Alex (con ogni probabilità da identificarsi con il fotografo ebreo greco Alberto Errera).

Il figlio di Saul è, come scrive mirabilmente Didi-Huberman, il tentativo di uscire dal nero, non solo dalla paura in cui il nero sprofonda ma anche dalla sua fascinazione, dal silenzio che ispira o che impone (si pensi alle riflessioni di Adorno sul silenzio imposto alla poesia dopo Auschwitz o a quelle sulla mistica del nero, che proprio Didi-Huberman qui ricorda), per portare alla luce, per rendere visibile, per dare immagine, malgrado tutto, malgrado l’impossibilità di racchiudere o rappresentare il tutto – il tutto di dolore, di orrore e di verità – in un’immagine. Un’immagine, ogni singola immagine, diviene, così, l’esperienza di quell’immagine primordiale, di quella luce che irrompe sulle tenebre per aprire lo spazio della libertà e della responsabilità umane. “Un’immagine che esce dal nero è un’immagine che sorge dall’ombra o dall’indistinto per venirci incontro”. Le immagini ci vengono incontro e ci toccano, ci emozionano e ci feriscono. Ci toccano proprio come viene toccato dalla luce del mondo, da lui creato, il Dio impotente che descrive Hans Jonas, come l’unico Dio possibile dopo Auschwitz.

Una scena dal film Il figlio di Saul, di László Nemes (2015)

In fondo, potremmo anche ipotizzare che il mondo del Dio testamentario sia una grande narrazione per immagini che Dio ha creato per se stesso, lasciando agli uomini l’onere e la responsabilità di incarnarne, scriverne e illustrarne la storia. Forse, questa grande narrazione, questa trama di un film cosmico che la Storia rende visibile, non è, però, tanto uno spettacolo che un Dio, solitario e annoiato, ha inscenato per se stesso, ma un processo in cui Dio, alienandosi da sé, riesce finalmente a conoscersi, a conoscere la sua totalità, attraverso quel mondo di luce e di tenebre in cui le umane ombre gli svelano quel che lui stesso non sa di essere. È una narrazione che tocca Dio e lo trasforma: “[Dio] viene toccato da ciò che accade nel mondo, e ‘toccato’ significa alterato, mutato nella condizione che gli è propria” (Jonas). Il Dio della genesi non sarà il Dio dell’apocalisse, perché l’esperienza del tempo, costituito di luce e tenebra, l’avrà trasformato, facendogli conoscere l’imprevedibile estensione della fragilità umana, che è o sarà, alla fine dei tempi, coincidente con quella divina.

È questo un Dio che soffre per le sue creature e ne ha pena, perché soffre se stesso, la sua stessa dismisura, la tenebra e la luce che albergano in lui. È un Dio che, attraverso le immagini che compongono la Storia, si percepisce, si tocca. A loro volta, in una sorta di destino parallelo e speculare, gli uomini, gli uomini creati ad immagine di Dio, fin dai loro albori, creano immagini, si fanno immagini per toccarsi, per arrivare a comprendersi, a far luce nella caverna su un mondo di cui non conoscono i limiti, la misura, la forma. Dio e gli uomini sono legati da un unico destino di autodisvelamento della propria essenza che, probabilmente, alla fine dei tempi si rivelerà come unica. Il fare luce è ciò che congiunge l’umano e il divino, che rende il figlio colui che è fatto a immagine del padre. Fantasmagoria di figure che si inseguono e si specchiano le une con le altre, le une nelle altre: il mondo, il creato, Dio, gli uomini, le parole, le immagini, il dolore, le tenebre e, poi e per sempre, luce, luce, luce, di goethiana memoria.

La luce, quella scrittura di luce che un’immagine è, diviene così il luogo di un incontro, tra l’umano e ciò che lo supera, in tutte le direzioni. L’immagine ci viene incontro, si destina a noi, a tutti noi e a ognuno di noi. Ogni immagine, ogni immagine che voglia seriamente portare alla luce, portare luce sulla storia, sulla miseria del creato, è, in fondo, un’immagine dell’impotenza divina e della sua presenza, anche quando tutto sembra negarla, – l’impossibilità di dare sepoltura al figlio di Saul – ma è anche, nello stesso movimento, nella stessa luce crepuscolare, un’immagine della genesi del mondo, del suo inevitabile eterno inizio, giorno dopo giorno, notte dopo notte, nell’alternarsi dei giorni e delle notti e nell’operare degli uomini nei giorni e nelle notti.

Il gesto di Saul – l’assurdo gesto di Saul, la volontà di dare una sepoltura che rinvii l’insensatezza della morte di un bambino a Dio, alla parola che tutto ha creato, alla parola che squarciò la tenebra con la luce – è la sola risposta possibile, se davvero l’umano vuol corrispondere al suo destino, poiché “dopo essersi affidato totalmente al divenire del mondo, Dio non ha più nulla da dare: ora tocca all’uomo dare” (Jonas).

In fondo, sul fondo di tenebre sopra quale sono adagiate le nostre esistenze, adagiate come scintille di luce, le immagini, questi miracoli luminosi,  queste lucciole che vorticano su se stesse, rispondono, in ultimo, solamente a “un ostinato desiderio di umanità”, anche quando tutto sembra negarlo. Le immagini testimoniano di questa luce, di questo scintillio, di questi miracolosi fuochi fatui che ci furono un giorno lasciati, a ognuno di noi, in ognuno di noi, forse, in pegno di qualcosa, di qualcosa che non sappiamo più cosa sia, ma la cui immemoriale memoria, come folgore e tuono nella notte, non riusciamo a dimenticare.

Georges Didi-Huberman
Uscire dal nero
a cura di Francesco Fogliotti e Carlo Saletti
SE, 2023
188 pp., € 22,5

Hans Jonas
Il concetto di Dio dopo Auschwitz
a cura di Carlo Angelino
SE, 2023
112 pp., € 14

Federico Ferrari

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014; 2a ed. Sossella, 2023), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Il silenzio dell’arte” (Sossella, 2021), “L’antinomia critica” (Sossella, 2023) e, con Jean-Luc Nancy, “Estasi” (Sossella, 2022).

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