All’inizio è inevitabile pensare che si tratti di un evidente caso di pazzia. Si apre così il film L’invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers) il capolavoro di Don Siegel (1956): in uno ospedale uno psichiatra viene chiamato a consulto per curare un medico, il dott. Miles Bennell (Kevin McCarthy), sospettato di psicosi, che racconta una storia evidentemente incredibile. Nella cittadina da cui sostiene di provenire, Santa Mira (che in effetti è ‘ammirevole’, ‘meravigliosa’, dal latino mirus), è in corso un’invasione di entità aliene, che entrano nei corpi degli esseri umani e che si riproducono attraverso delle sorte di baccelli deposti nelle cantine delle case. Al loro interno si sviluppano i cloni degli abitanti di quelle stesse case, che, una volta completamente maturati, prenderanno il loro posto. I “baccelli” della versione italiana (“pods” in inglese) rimandano al mondo vegetale, sono i contenitori dei semi. Nel film, però, i “baccelloni” contengono degli animali alieni: il mondo vegetale si confonde con quello animale.
Succede sempre così quando ci avventuriamo nel mondo degli insetti, allo stesso tempo familiare, peraltro molto più di quanto un cittadino possa immaginare, e contemporaneamente del tutto ignoto, alieno appunto. È interessante, a proposito dei baccelloni del film di Siegel (tratto dall’omonimo romanzo di Jack Finney) che la prima traduzione italiana fosse intitolata, nella collana Urania, Gli invasati, titolo che rimanda sia all’effetto che l’invasione aliena produce nelle persone ‘infettate’, sia allo stato mentale alterato di chi si accorge, com’è il caso di Bennell, dell’invasione. In realtà gli insetti sono talmente alieni da spingere quasi alla follia. Gli insetti sconcertano, e affascinano allo stesso tempo (non a caso lo stesso Peter Kuper ha dedicato a Kafka due graphic novel, The Metamorphosis e Kafkaesque, entrambi pubblicati in italiano da Tunué).
È da rimarcare un’altra peculiare caratteristica degli insetti – e questo punto ci porta direttamente dentro il mondo visivo di Insectopolis – una caratteristica in realtà propria del modo in cui li pensiamo, o meglio cerchiamo di tenere a bada la loro impensabilità: in biologia l’ultima fase del loro processo di metamorfosi viene chiamata “immagine”. L’insetto adulto è un’imago di quello larvale (così come il bruco, per Linneo, è invece la larva, nel senso di “maschera”, dell’insetto perfetto): per noi umani l’insetto è sempre qualcos’altro, è appunto un’immagine, che come tutte le immagini è un segno che rimanda a qualcos’altro. L’insetto esiste, ovviamente, eppure propriamente è come se non esistesse, è un’entità fantasmatica (le larvae dei latini erano gli spiriti errabondi e malefici dei morti).

Prendiamo il caso di quelli che ci mostra Peter Kuper, il fumettista statunitense che nel graphic novel Insectopolis. Una storia naturale (traduzione di Omar Martini, Tunué, 2025) che ci porta in giro per la New York Public Library, a immaginare un mondo misteriosamente abbandonato dagli umani, in cui gli insetti prosperano finalmente liberati non tanto, e non solo, dalla presenza umana, quanto dal loro immaginario.
In effetti l’animale umano, l’Homo anthropocenicus, pensa di sé di essere il ‘padrone’ del mondo, e non riesce nemmeno a immaginare, per l’appunto, quanti siano gli insetti nel mondo: “ci sono 1,25 miliardi di insetti per ogni ognuno di noi” dice un’entomologa al fratello all’inizio del libro mentre lo porta a visitare una mostra sul mondo degli insetti nelle sale della New York Public Library, quella stessa biblioteca che una settimana dopo avanti vedremo dal punto di vista degli insetti. Qual è la prima scoperta che faremo? Che gli insetti sono tantissimi, che ci sono miliardi di miliardi di insetti nel mondo, e che sono dovunque. In una ricerca di qualche anno fa (Matthew Bertone et al., “Arthropods of the great indoors: characterizing diversity inside urban and suburban homes”, PeerJ 4:e1582) si è scoperto che in un tipica abitazione statunitense (la cittadina di Raleigh, nello stato del North Carolina, molto simile, in effetti, alla Santa Mira del film di Siegel…) vivono centinaia di prevalentemente invisibili (e meno male, altrimenti impazziremmo tutti come il dott. Miles Bennell) specie di artropodi (il phylum di animali invertebrati di cui gli insetti fanno parte).

Le nostre case, cioè, non sono affatto nostre, così come la New York Public Library nelle cui sale ci accompagnano le tavole di Peter Kuper non è un luogo esclusivamente umano, per di più il luogo della cultura e della lettura; al contrario, si tratta di luoghi propriamente inumani in cui talvolta vivono anche gli animali umani. È allora un completo ribaltamento di prospettiva quello che ci mostra Peter Kuper, in cui il mondo si mostra attraverso lo sguardo impensato e impensabile degli insetti.
È questa la posta in gioco, quando prendiamo in considerazione l’inumana prospettiva degli insetti: “l’Io non è padrone in casa propria” come scriveva Freud in “Una difficoltà della psicoanalisi” del 1917 (il terzo terribile anno della prima guerra mondiale, quello degli ammutinamenti e delle rivolte dei soldati in trincea, costretti a vivere insieme a ratti e insetti). Ad essere conseguenti, ed è la più scontata delle conseguenze che facciamo scorrendo ammirati le pagine di Insectopolis, non è che l’Io non sia padrone a casa sua, in realtà quella in cui l’Io vive non è affatto la ‘sua’ casa, è piuttosto la casa di miliardi di altri viventi (in fondo quello che Freud chiama “inconscio” non è altro che questa casa inumana popolata di insetti), che erano sulla terra da molto prima della sua venuta e con tutta probabilità continueranno ad esserci anche molto dopo la sua scomparsa (a proposito, nonostante non ci sia alcuna prova che il comune scarafaggio possa resistere ad una esplosione nucleare, come si crede comunemente, è accertato che il batterio Deinococcus radiodurans resiste a dosi di radiazioni milioni di volte superiori a quelle che ucciderebbero qualunque essere umano; v. John Travis, “Meet the Superbug”, Science News, 154(24), 1998, pp. 376-378).

Tuttavia, se l’Io umano non ha nulla, al mondo, che possa davvero definire come suo, in realtà quello che Insectopolis mostra con piena evidenza è che nessun agente, umano o no, animale o no, può dire che il mondo sia il ‘suo’ mondo, nemmeno gli insetti (la posta in gioco non è sostituire l’antropocene con l’insectocene). Si vedano, ad esempio, le tavole in cui Peter Kuper mostra lo spaccato verticale della New York Public Library popolato da una miriade di forme di vita non umane: quello spazio fitto di libri (una biblioteca è un formicaio di libri, come un formicaio è una libreria di formiche).

Oppure le tavole che mettono in scena il ciclo vitale delle cicale, che si svolge sui rami degli alberi, poi sotto terra, e infine di nuovo – una volta che la larva è maturata e risalita in superficie – sugli alberi dove nasce la nuova generazione di cicale. Il nostro problema è che pensiamo la cicala come un’entità a sé stante, che prima si trova in un posto – albero – e poi in un altro – terra – senza mai smettere però d’essere sempre una cicala. Eppure le tavole di Kuper ci fanno vedere, a partire dal colore della cicala che è lo stesso della terra e delle radici dell’albero in cui e di cui vive, una continua trasformazione di qualcosa in qualcos’altro: la cicala in albero, l’albero in cicala, la terra in albero e cicala, l’albero e la cicala in albero. È questa continuità trasformativa del mondo – al di qua della stessa distinzione fra vivente e non vivente – il vero tema di Insectopolis.

Una ininterrotta interconnessione che Kuper esemplifica intrecciando le storie degli insetti con quelle degli umani, scienziati filosofi poeti artisti, che dagli insetti sono rimasti affascinati. Prendiamo il caso del famoso entomologo russo Vladimir Nabokov, l’autore del romanzo più urticante del Novecento, Lolita, la storia della travolgente passione di Humbert Humbert per la dodicenne Dolores: che cos’è questa storia se non il resoconto etologico (l’etologia sta all’umano come l’entomologia all’icaro azzurro – Polyommatus icarus – il lepidottero a cui Nabokov dedicò lunghe e dettagliate ricerche) di un incontro fra due viventi, un incontro che come tutti gli incontri autentici non può che produrre esiti imprevisti e incontrollabili? Come quello fra le api mellifere che cercando il nettare zuccherino all’interno dei fiori si ricoprono del polline – la materia seminale delle piante spermatofite – con cui fecondano altri fiori: si potrebbe dire, allora, che i fiori fanno l’amore fra loro attraverso le api. Che cos’è, allora, un’ape se non la fase sessuale della vita dei fiori? E che cos’è un fiore se non una fase di quella dell’alveare, in cui prende la forma transitoria del miele? Storie di storie che diventano altre storie, questo mettono in scena le tavole di Insectopolis.

E che cosa sono, infine, tutti questi insetti se non un infinito desiderio di vita e libertà? Come quello della farfalla Monarca (Danaus plexippus) che migra attraverso il continente nordamericano e che, nel graphic novel di Kuper si aggira sperduta fra le sale della New York Public Library alla ricerca della direzione verso quello che gli umani chiamano “Messico”, un nome che non ha senso per gli insetti, e per il mondo inumano in generale. Questo sono, allora, gli insetti, colore cielo e terra, vita. Ecco cos’è, infine, un insetto, una via d’uscita, dalla biblioteca, dal museo, dalla città, dai libri che vogliono dare un nome a tutto. Verso il mondo, semplicemente.
Peter Kuper
Insectopolis. Una storia naturale
traduzione di Omar Martini
Tenue, 2025
256 pp., 34 €
