“Noi”, scriveva Nietzsche in un appunto dell’estate del 1886 mentre si trovava in Svizzera a Sils Maria, “collochiamo una parola là dove comincia la nostra ignoranza, dove non possiamo vedere oltre, per esempio la parola ‘io’, la parola ‘fare’, la parola ‘patire’: queste saranno forse le linee dell’orizzonte della nostra conoscenza, ma non verità” (Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1885-1887, Adelphi, Milano 1975, p. 175). Ci osserviamo in uno specchio, e crediamo di scorgervi un volto umano, e quel volto, almeno così ci hanno insegnato, è il ‘nostro’ volto; poi dal volto, attraverso un passaggio temerario e inconscio, evinciamo che quello che stiamo vedendo è il ‘nostro’ io. Ma se quello che vediamo nell’immagine riflessa siamo noi, se cioè vediamo noi stessi fuori di noi, chi è allora che propriamente vede sé stesso, cioè il cosiddetto ‘proprio’ corpo, là fuori? Come fa, propriamente, un corpo a vedersi? In effetti se quello che vedo è il ‘mio’ corpo, se cioè quello sono io, chi è che lo sta vedendo? Il mio io, ci viene da rispondere (se non avessimo paura di pensarci già il sintagma “il mio io” è assolutamente misterioso: se l’io è ‘mio’ questo vuol dire che chi pronuncia le parole ‘il mio io’ è distinto dall’io di chi si dichiara proprietario. Ma questo, allora, è forse un altro io?). Ma allora l’io non coincide con il corpo, dal momento che lo può vedere dall’esterno. Quel volto, che sarebbe il ‘mio’ volto, il volto dell’io che sono, allo stesso tempo vede e viene visto, è dentro e fuori di sé. Ma allora quello che vedo nell’immagine non posso essere io, perché “io” è unico, mentre qui ci sono almeno due “io”. E se ce n’è più di uno, allora forse possono essercene tantissimi. Che cos’è l’io, allora?
Ci accorgiamo così, ed è qualcosa che accade all’improvviso, in modo inaspettato e piuttosto sgradevole, che il cosiddetto ‘mio’ corpo in realtà mi sfugge del tutto, al punto che lo posso vedere fuori di me: al punto che lo posso vedere solo se “io” e il “mio” corpo non formano un’unità, solo se sono separati da una distanza che mi accorgo improvvisamente essere affatto incolmabile. È la scoperta che facciamo osservando i corpi femminili messi in scena da Aneta Grzeszykowska nella mostra All’improvviso (a cura di Giuliana Benassi, Fondazione D’ARC, Roma, aperta fino al 24 maggio 2026). È allora l’abisso che separa l’io – qualunque sia ciò a cui questo pronome pretende di riferirsi – dal corpo che quello stesso io dice di essere il “suo” corpo che Aneta Grzeszykowska mette in mostra.

Si prenda il caso dell’Autoritratto di Aneta Grzeszykowska. C’è il suo viso (o almeno, lei ci dice che questa è il ‘suo’ autoritratto), e c’è una maschera di un viso che vagamente le somiglia, anche se è senza occhi (o forse le somiglia proprio perché è senza occhi. Non è forse lo statuto dello sguardo ad essere in questione in questi lavori?): è lei e non è lei, proprio come succede nell’immagini riflesse da uno specchio, o in un autoritratto, in un selfie. Non è tanto la scontata opposizione fra l’originale e la copia, è piuttosto la radicale messa in questione della stessa presunzione che esista un ‘originale’, che cioè esista una ‘lei’ in carne ed ossa distinta dalle sue repliche più o meno fedeli (dalle ‘sue’ copie). In effetti che cosa giustifica la credenza che quello che vediamo in un autoritratto siamo proprio noi? Ce lo hanno insegnato da bambini; ad esempio quando per primo un adulto ci espose al rito terribile di mettere una piccola umana di fronte ad uno specchio, dicendole – attraverso un atto linguistico che somiglia più ad un ordine che ad una descrizione – che quella là davanti, cioè fuori del corpo, in realtà è lei, è proprio lei. Aneta Grzeszykowska, ossia quella che per l’anagrafe di Varsavia si chiama appunto “Aneta Grzeszykowska”, finisce così per svanire. O meglio, ne svanisce ogni solidità sostanziale. E senza “io”, cioè senza poter più affidarsi alla fondatezza dell’io, anche lo statuto del corpo entra in crisi. In realtà pensiamo sempre al corpo come al ‘nostro’ corpo, mentre nei lavori di Aneta Grzeszykowska il corpo è affatto autonomo. È un corpo senza “io”. È un corpo, e basta. È questo lo scandalo di questa mostra, la messa in scena di corpi che non hanno bisogno di essere abitati e tantomeno posseduti da un io.
Intesa in questo modo si comprende perché l’intera mostra ruoti attorno a Clock, l’installazione video in cui il suo corpo diventa lancetta vivente in uno spazio delimitato da un pesante tendaggio nero – da cui proviene un potente battito regolare – che raggiunge ogni spazio della mostra. Al suo interno un video che dura per dodici ore mostra il corpo della stessa Aneta impegnata in movimenti regolari con le braccia e le gambe, a simulare le lancette di un orologio. Un tempo corporeo, incredibilmente inumano, perché è umano il tempo dell’io, mentre quello del cuore e del corpo-orologio è un tempo meccanico, ripetitivo, ossessivo: inumano, appunto. Perché il corpo è questo, è inumano, il corpo sfugge sempre all’io. Il corpo, propriamente, è l’impotenza dell’io.

Ma che succede quando il corpo si libera dell’io? Succede che vengono meno anche le gerarchie umane in cui collochiamo i corpi: i ruoli, ad esempio, come la distinzione fra madre e figlia, fra chi viene prima e chi viene dopo. In Daughter #04, ad esempio, vediamo la figlia di Aneta accanto a quella che sembra essere una sua coetanea che le somiglia dagli occhi stranamente fissi; in ‘realtà’ si tratta sempre del corpo di Aneta, con il volto coperto da una maschera che riproduce il suo viso di quando aveva l’età della figlia stesa accanto a lei sul letto. Parlando, in un’intervista ad Alessandro Mancini (Art-frame, 8 maggio 2026), proprio della serie Daughter è la stessa Aneta Grzeszykowska a mettere in evidenza questo aspetto, questa fondamentale anarchia dei corpi: in questa serie di lavori infatti “ci sono alcuni aspetti che per me sono molto importanti. Il primo è ovviamente la relazione con la famiglia, in cui ribalto l’ordine dei rapporti. Capovolgo la situazione famigliare: in pratica divento sorella di mia figlia, figlia di mio marito, nipote dei miei genitori. Era importante per me mostrare quanto siamo incasellati nei ruoli che la famiglia ci assegna”. I ruoli stabiliti dalla famiglia sono i ruoli stabiliti dall’io. E senza io non ci può più essere nemmeno la famiglia. Un corpo non sa cosa voglia dire essere “madre”, o “figlia”, un corpo è soltanto un corpo. Un corpo non ha bisogno di ruoli e di parole.

Un punto del tutto evidente in un’altra serie, quella denominata Domestic Animals. Si prenda il lavoro intitolato Domestic Animals #32, in cui vediamo un cane sdraiato su un fianco, che sembra dormire in una stalla, con il muso coperto da una maschera dalla forma umana. Anche questa, come quella dell’Autoritratto, è priva di occhi, perché i nostri occhi non riescono mai a vedere, nei corpi, quello che i corpi sono effettivamente: vediamo ‘Aneta Grzeszykowska’, oppure una ‘madre’ e una ‘figlia’, o ancora vediamo un ‘cane’ (Lacan direbbe che vediamo solo dei ‘significanti’). In effetti vediamo solo dei ‘ruoli’, ad esempio vediamo appunto una ‘madre’, oppure un ‘cane’. Per forzarci a vedere un corpo, un semplice corpo, Grzeszykowska lo deve rendere irriconoscibile, per questo deve mettere in mostra l’impensabilità del corpo. E allora un cane e una maschera umanoide, che cos’è che stiamo vedendo? Ci rendiamo conto che non è più importante sapere che cos’è, propriamente, che cosa sia quello che stiamo vedendo, quello che conta è rimanere in presenza di un corpo, al di qua del suo nome e dei pensieri che ogni nome trascina con sé. La maschera rende appunto irriconoscibile quello che vediamo, e solo così possiamo vederlo. In questo modo, infine, il corpo si mostra come pura presenza, massa spaziale, materia estesa. Così come in Daughter #04 non ci sono più né madre né figlia, così qui non vediamo più un cane, vediamo soltanto un corpo. Ma che cos’è un puro corpo? Torna qui l’estraneità che sentivamo battere in Clock, in cui il tempo del corpo, in realtà e paradossalmente, era senza tempo, elementare ripetizione meccanica. Fare a meno del tempo, è questo in fondo quello che Aneta Grzeszykowska vuole farci sentire, ché i corpi, appunto, sono questo, massicci blocchi di spazio, e nient’altro. E così, a Giuliana Benassi che le chiede del suo rapporto con il tempo, può rispondere semplicemente: “l’uso di determinati oggetti di scena nella mia pratica artistica fa sì che l’ibrido risultante eluda il passaggio del tempo: il vivente si fonde con il morto, i corpi con gli oggetti, la vecchiaia con la giovinezza” (Aneta Grzeszykowska. All’improvviso / Out of the Blue, Silvana Editoriale, 2026, p. 120). Di questo si tratta, di eludere “il passaggio del tempo”.
Aneta Grzeszykowska. All’improvviso /Out of the Blue
a cura di Giuliana Benassi
Roma, Fondazione D’ARC
1 marzo – 24 maggio 2026
In copertina: Aneta Grzeszykowska. All’improvviso / Out of the Blue, installation view, Fondazione D’ARC, Roma, 2026
