Il viaggio nel “Gran Paese” dell’entomologia dello scrittore belga Henri Michaux inizia con Insectes, un testo che scrisse nel 1928 sulla nave che lo portò da Amsterdam a Guayaquil, in Ecuador. È uno dei sei compresi nelle Notes de zoologie uscite nella “Revue nouvelle” nell’aprile del 1929 e poi inseriti in Mes propriétés, la seconda parte della più vasta raccolta poi intitolata La nuit remue.
Negli impossibili “insetti a nove segmenti” sono racchiuse le ragioni d’una poetica che fonda sia la scrittura che le opere di grafica. Gli enormi occhi “simili a grattugie o lampade di minatori”, gli improbabili corpi a traliccio e le antenne sussurranti, le venti paia di zampe come “punti metallici” e altre apparenti assurdità non sono ingenue fumisterie bensì un catalogo dettagliato d’allucinazioni, distorcimenti percettivi descritti con cura e moltiplicati per rifrazione.
Tali ritratti d’una realtà altra, aliena e alienata, i grafi spezzati dei disegni e degli schizzi degli anni Settanta, simili a insetti fatti di lacca nera e madreperla che scrocchiano sotto i piedi come conchiglie, appaiono sulla pagina, emergono dagli interstizi degli inner spaces, dalle fessure dei muri della coscienza. S’infiltrano nel bianco.
Cosa c’è di più lontano dall’esattezza del delirio? Nell’attività scrittoria e in quella complementare del disegno Michaux cerca un’aderenza non al dato oggettivo, scientifico, ma all’analisi d’immaginazioni deformate soggettivamente, descritte in maniera ossessiva. La fissazione per il dettaglio e al contempo per il riflesso inconscio che metamorfosa nell’irrazionale e il fantastico, accomuna il suo fare artistico all’attitudine dell’entomologo collezionista.
Questi reportages dai mondi mescalinici non sono inferiori a certe descrizioni di Henri Fabre e di Ernst Jünger, popolati da insetti che somigliano a falci di mietitori, occhi piccoli simili a spilli, rossi come quelli dei topi albini, braci montate su steli. Zampe che si muovono in avanti come bielle zigzaganti nell’aria e teste calve, come d’avorio. Sembianze il cui lo scrittore si specchia, sentendoli simili, quasi fratelli.
L’immedesimazione rende gli insetti trasparenti: avanzano a migliaia, simili a “caraffe pelose”, formando una “fabbrica di cristalli”. Creature del delirio “sembrano cenere, prodotti della notte nera”; alterità larvali, difficilmente concluse in un’imago compiuta, deformate dalla scrittura e del disegno, diventano emblemi d’una lontananza interiore.
Il subconscio brulica d’insetti. È stato detto che Michaux ha l’animo del naturalista (un “naturalista dell’inverosimile” esploratore di rovinosi universi reali-immaginari, come scrisse Alfredo Giuliani nella Prefazione a Un certo Piuma del 1971), dell’esploratore nelle regioni incognite. Questo realismo magico e clownesco descrive con puntiglio una natura pre-immaginaria, allucinata, mescalinica.
Cercando in Animaux fantastiques, si trovano “elitre gigantesche”, alcune delle quali enormi, che trasudano dalle pareti, così pure insetti civilizzati che non capiscono come l’uomo non secerna i propri calzoni (e gli altri insetti non ci trovano niente di straordinario). Si delinea un’entomologia costituita d’innominabili insetti fantastici, un paese delle meraviglie malinconico, cupo e distorto, come in Note di zoologia (in Le mie proprietà) dove brucaliffo e giabberlocco, zanzara e cavalletta hanno perso i nomi, frantumati in dettagli deformanti. Essi vivono in un ecosistema surreale, didascalie in un Codex seraphinianus di là da venire.
È noto l’interesse di Michaux per bambini, bestie, piante, imbecilli, santi, inetti e – appunto – insetti. Anomali e fantastici, popolano il “lontano interiore”. Da un’analisi delle occorrenze, tra tutti gli Ordini di esapodi, i Fasmidi, ossia gli insetti stecco, e i Coleotteri della famiglia degli Scolitidi sembrano quelli deputati a lasciare più tracce.
Nonostante non vengano nominati, insetti molto piccoli (oltre alle formiche che costellano la sua infanzia) o altri assai grandi evocano l’ossessiva ricorsività del tarlo e il mimetismo criptico del Fasmide. Le deformità plastiche indicano che c’è qualcosa anche là dove si pensava non ci fosse niente. Il segno è testimonianza di una sorpresa, d’uno svelamento negato.
Bizzarro e incongruo l’insetto michaudiano è deforme perché solo la finzione e la deformazione interessano l’arte. La sua dedizione entomologica ha la tendenza a spaventare con immagini inquietanti, suggestioni inconsce, orrorifiche. Una trance che ricorda le scissioni indotte dall’oppio. Fricofobismi e pietrificanti occhi di Medusa spingono a supporre o immaginare (qui solo uno specialista della sua vita potrebbe fugare il dubbio) un incontro tra Michaux e Roger Caillois, intenti a trarre insieme ispirazione dai terrari o dalle teche d’un bizzarro cabinet de curiosités.
Forse non è azzardato immaginare che, fino dagli anni Cinquanta, Michaux possa aver sperimentato, tra le tante cose, anche l’allevamento dei Fasmidi, di quei Carausius morosus allora così diffusi nei laboratori scientifici da essere citati pure da Raymond Queneau nella Piccola Cosmogonia portatile.
Dov’è il viaggio, dove è l’altro, in tale deformazione interiore? Segno/insetto. Seguendo l’etimologia della parola, la castrazione della descrizione riduce i corpi degli Entomata in segmenti, in pezzi disparati. I segni si moltiplicano e si disseminano sulla pagina (si fanno insetti appunto) in un divenire di metamorfosi grafiche.
Insetti-demoni che animano le matrici dei segni. Demoni di ideogrammi, insetti striscianti, decostruzioni di addomi, antenne, mandibole (persi tra merletti e ragnatele), come degli osceni muta-forma, si compongono e scompongono. In Après ma mort si sottraggono alla vista: lucifughi, hanno la tendenza a nascondersi negli interstizi, la propensione al segreto, alla stratificazione.
Oltre a bizzarria e disgusto gli insetti in Michaux hanno anche una funzione trascendente, metafisica. Sono linee nervose che s’innervano nel corpo, metamorfosi di fascinazione e vertigine. Le “larve della coscienza” le chiama in Le champ de ma conscience. Per descrivere la propria morte, Michaux si dice osservato dalle “larve del vuoto” che suggeriscono la trascendenza.
L’insetto è nascosto, dissimulato, mimetico; come il Fasmide appare e scompare in ecosistemi di segni popolati anche da aracnidi, miriapodi e acari, che si fondono in un “superorganismo” eusociale, un sistema di segni che si comportano come un sistema integrato, dotato di omeostasi, probabilmente sotto effetto attivante della mescalina.
Allegorie della metamorfosi, dei suoi molti io in una pluralità entomorfa, suscitano vertigini larvali. Gli insetti/segni sono emblemi della molteplicità del pensiero stesso di Michaux, che è appunto “insettuoso” secondo Évelyne Grossman.
Talvolta presbite, talaltra miope (comunque mai cieco) lo sguardo entomologico di Michaux può non cogliere quello che diventa il grande assente, l’insetto nella sua completezza organica, che sfuoca e scompare dal campo visivo perché troppo vicino o troppo lontano. Già in Ecuador lo scrittore lamentava il difetto di non saper viaggiare né tenere un diario è perché ovunque esso si trovi continua a restare fermo, fissando la propria ombra tra i rami, trovandovi tante idee quante se fosse andato in capo al mondo.
Tutto è vuoto sulla pagina bianca. Il groviglio inestricabile di lettere e insetti, logos e bios si manifesta nel diario dell’opera pittorica, dove l’inchiostro testimonia tracce di strisciamenti sulla carta, di segni specie specifici, una tradizione di spiazzamenti grafici che discende fino agli odierni esperimenti di scrittura asemica: il supporto è perturbato, sconvolto, rivoluzionato e l’insetto non appare mai organico, completo.
Ogni narrazione odeporica è fatta di descrizioni, dettagli, reperti e occasioni, elenchi e cataloghi. Quando negli anni Cinquanta inizia a sperimentare l’alcaloide psichedelico derivato dal Peyote – la mescalina – Michaux compie viaggi più profondi di quelli reali. Negli sketch book dei suoi viaggi verso l’altrove si trovano fantasmi d’insetti, testimonianze non meno veritiere dei quaderni di Henry Walter Bates in Amazonia.
Le spedizioni naturalistiche mostrano reperti, portano al museo nuove specie da determinare, testimonianze d’un viaggio “di là”. Michaux è un esploratore che testimonia la sua esperienza non tra i tagliatori di teste della Papuasia ma nel continente della sua allucinazione. Scopre popolazioni “altre”, di umani come d’insetti. Tali moltitudini (i Poddema, la Gran Garabagna) costituiscono il sé, un io molteplice composto da popolazioni, in un territorio incognito, quello dell’allucinazione, che è “costellazione associativa” d’immagini ossessive, un formicolare d’imenotteri, un brulicare di bruchi.
Popolazioni immaginarie analoghe a villaggi di termiti e tarli, antichi imperi osservati con l’occhio esaltato ora dell’antropologo ora dell’entomologo.
Nelle testimonianze dell’uso delle droghe è noto come gli insetti si manifestino sotto pelle, bug worms che scavano gallerie nel corpo, come per William Bourroughs le allucinazioni de La morbida macchina o la macchina da scrivere a forma di scarabeo di Cronenberg, nella trasposizione filmica del Pasto nudo.
Le droghe sono per Michaux come degli animali: le provoca, le stuzzica e osserva le relazioni con la sua psiche, generano fantasmi. Non interessa cosa causino, ma se hanno il tempo necessario per interagire con immagini incongrue, si lasciano divorare, erodere. Corrodono il profilo delle cose.
Studiando le relazioni delle sue fluttuanti allucinazioni, ecco buchi di bruchi, profili smangiucchiati, discorsi tarlati. Assenze. In un disegno degli anni Settanta, è chiaro, la foglia è stata rosicchiata. Mancano parti. Vi sono omissioni. Questi insetti immaginari, nell’opera di Michaux, scavano nella carne, lasciano segni nella psiche. Sulla pagina si trova descritta l’esperienza d’essere divorati dagli insetti, da dentro il corpo.
Tra etno-entomologia ed etno-botanica, gli insetti hanno uno stretto legame con le sostanze psicoattive. Insetti psichedelici, miodesopsie che invadono il campo visivo come i pipistrelli in Paura e delirio a Las Vegas, o le formiche che assalgono l’occhio in Un Chien Andalou (1929), diretto da Luis Buñuel e sceneggiato con Salvador Dalí. Allucinazioni che accomunano Michaux a Bataille nel desiderio di auto dissoluzione e perdita del sé.
Il segno appare e scompare nel tratteggio caotico di queste tavole di Rorschach. Dal viaggio “di là” l’esploratore crede di aver riportato una cosa, un frammento inconscio, che però riposizionato nel testo assume un altro valore, tutt’altro significato; neppure lui può ricordarne l’origine, per cui al lettore non resta che l’esercizio della pareidolia.
Non disegni ma piuttosto “disogni”, come quelli seminali, “schizzati” dal padre di Valerio Magrelli. Un entomologo vi rintraccerà di preferenza ciò che desidera. Ci si riflette nell’altro, si cerca ciò che ci manca. Fin troppo esplicita risulta quindi a chi scrive adesso – in tali grafismi, calchi d’ossessioni che ricorrono e si rincorrono – la citazione di gallerie di Scolitidi, le figurine fatte di tratti, inequivocabilmente ritratti d’insetti stecco.
Apparire e scomparire, accompagnati sulla cima del vulcano dal cavallo Benegheli. “I miei paesi immaginari: per me sono come Stati-cuscinetto per non soffrire della realtà” scrive Michaux in Passaggi. L’entomologia è una “cura” del dettaglio, attraverso l’allucinazione del microscopico, per sfuggire alla contingenza della necessità, del dover essere sociale.
Del tutto mimetizzato sull’orizzonte del foglio l’insetto criptico si ridurrebbe all’afasia. Invece lascia tracce, deiezioni, escrementi, rosura, disegni, ombre. Rayogrammi, impressioni sul fondo della retina trascritte in linee. Ecco un esemplare accartocciato che giace accartocciato sul fondo del foglio: che sia morto di stupore?
Nell’accadere del “miserabile miracolo” è in atto una condanna ad essere senza esserci, ad una stratificazione geologica dell’inconscio profondo, prende forma la visione del riflesso interiore dell’insetto, una frase senza parole fatta di segni simili alla scrittura ma che la precedono in una fase onirica, segnando lo scorrere del tempo.
Linee ingarbugliate sulla pagina, gliommeri di rovo che si srotolano e assecondano stimoli percettivi, impressionando il supporto alla luce del giorno; così le opere di Michaux diventano insetti cinematici. In tanatosi, sembrano morti, ma passati al di là inducono stupore, thaumázein, una visione del reincanto. Presenze claustrali agenti da altre prospettive, oltre i sensi e la ragione.
Bibliografia
Alfredo Giuliani, Prefazione a Un certo Piuma, Milano, Bompiani, 1971.
Evelyn Grossman, L’écriture insectueuse d’Henri Michaux, in La Défiguration. Artaud – Beckett – Michaux, Paris, Les Éditions de Minuit, 2004.
Henri Michaux, Connaissance par les gouffres, Paris, Gallimard, 1961
Henri Michaux, Ecuador (1929), Paris, Gallimard, 1968.
Henri Michaux, Oeuvres complètes vol.III, Paris, Gallimard, 2004.
Henri Michaux, Passaggi (1950), Milano, Adelphi, 2012.
Henri Michaux, Altrove. Viaggio in Gran Garabagna. Nel paese della Magia. Qui Poddema (1967), Macerata, Quodlibet, 2005.
Martina Mileto, L’eredità sensibile di Henri Michaux nell’opera di Valerio Magrelli. Un dittico genitoriale, in «Finzioni», vol. 3, n. 5, 2023.
Gianluca Toro, Insetti e sostanze psicoattive. Tra etno-entomologia ed etno-botanica, Torino, Yume, 2024.
In copertina: Tommaso Lisa, Phasmidia plumi (inchiostro su carta, 2025)
