Introduzione alle possessioni

07.04.2026

È uscito presso Macula (240 pp. ill. col., € 35) Leçons de possession. Les archives de la drogue d’Henri Michaux, di Muriel Pic. Per la cortesia dell’autrice, dell’editore e del traduttore, ne proponiamo ai nostri lettori il capitolo introduttivo, nella versione italiana – realizzata specificamente per «Antinomie» – di Michele Zaffarano.

Sì, sento delle voci.
Susan Sontag, intervista, Paris Review, 1995

Entrare in una seduta

Henri Michaux è seduto a casa sua, su una poltrona a motivi floreali vicino al caminetto. A portata di mano, sopra un tavolino, ci sono un quaderno, delle penne Bic nere o blu, un bicchiere d’acqua, un po’ di tè molto zuccherato e alcune clementine. Ogni tanto chiude gli occhi, ogni tanto si preme le palpebre con le dita, oppure si copre la testa con uno scialle. A volte si alza e comincia a fare un giro nella stanza come un leone in gabbia, poi si rimette seduto e prende appunti. È uno scrittore, ed è anche un pittore. Le tende sono tirate e la luce del giorno è una fessura che si apre sul sesto arrondissement di Parigi. La guerra d’indipendenza dell’Algeria è appena finita, e da lì a qualche anno arriverà il Maggio. Ha passato la sessantina ed è alto, fisicamente robusto, un po’ magro, con gli occhi chiari e pochi capelli. È immerso nelle sensazioni e la sua attività interiore è intensa. A intervalli regolari, abbassa gli occhi sul suo Beyer, un orologio automatico svizzero con la lancetta dei secondi, perfetto per tenere il tempo sotto controllo con precisione e per misurarsi il polso. Finché non arrivano i brividi, niente incontri con gli angeli della mescalina. Sfoglia una rivista illustrata, prende appunti, chiude gli occhi e muove le labbra, però senza parlare in maniera distinta. Salmodia degli esorcismi e osserva quello che gli sta succedendo dentro. Vuole scrivere la sensazione di essere una parola, la sensazione di essere una linea, o un bicchiere d’acqua, o delle bucce di frutta, la sensazione di essere il bianco, o di essere una pagina, o l’ombra della pagina, la sensazione di essere tante sensazioni. Vuole scrivere le possessioni, i flussi, i brusii che fanno le cellule, si mette in ascolto dell’intracorporeo, palpa la vita sensibile. Non è pazzo, è sotto l’effetto di una droga allucinogena, la mescalina. È una trance ancestrale e farmaceutica. Delle tre fiale da 100 mg, due sono già vuote. Guarda l’orologio, si tasta il polso, il cuore batte troppo in fretta. Sta perdendo il ritmo. Un’altra crisi di tachicardia. Leggero panico di fronte alla possibilità di una tempesta, può sempre finire male. Ha la nausea e un lieve mal di mare, percepisce un piccolo disturbo del sistema vestibolare, e l’inizio di una emicrania. Dal petto ecco che gli esce e gli si mette a galleggiare davanti una nave con le vele spiegate al vento. L’eternità lo sta osservando. E anche l’istante. Sente delle presenze, delle voci che lo tormentano, e sono sempre più numerose. Prova un irresistibile bisogno di musica. Apre il grammofono, toglie il disco, però si dimentica di sollevare la puntina: le Trois petites liturgies de la présence divine di Olivier Messiaen sono definitivamente massacrate. Cerca un altro disco. Japanese Buddhist Ritual, Religious Music of India, Folk and Traditional Music of Turkey, Rythmes et mélodies du Bengale, Musique religieuse chinoise et tibétaine, Au cœur du Sahara avec les Touareg d’Ajjer, Gamelans d’Indonésie, Sounds of Animals, L’Hymne au soleil di Yma Sumac. Impossibile scegliere. Prende lo xilofono, però non funziona. Il tam-tam, però non funziona. Prende un libro, Philippe de Lyon, il guaritore, quello dei miracoli, e una frase salta letteralmente fuori dalla pagina: «I superbi, il cielo li ignora». Che sensazione, come frase! Gli viene voglia di scrivere un romanzo, il romanzo di un’unica sensazione che racconta le avventure di un uomo che naviga nel mare interiore. Ma un’altra frase è già scattata: «È difficile amare il prossimo come sé stessi, e però è anche facile: amatevi di meno». Ha la sensazione del vero, del pieno essere, dell’eccesso di essere. Una doccia luminosa gli sta piovendo addosso, sono raggi di comprensione che lo attraversano. È troppo. Prende un altro libro. Lezioni di psichiatria sull’alienazione mentale. Qualcuno si mette a ridere e ripete la parola «schizofrenia». Richiude il libro. Sembra mettersi male. Prende una penna, o meglio ci si aggrappa. Annota tutto quello che riesce. Sulla carta, la penna scava dei piccoli solchi. Lui osserva le parole, prova a rileggere. Impossibile, tutto troppo deformato, troppo sconnesso. Ricomincia a scrivere senza più cercare di decifrare. Ogni volta che scrive una parola, perde la frase e comincia qualcos’altro. Diventa impossibile finire qualsiasi cosa. Appunto per questo, decide di far voto di incompiutezza. Bisogna essere pazzi per pensare di poter concludere, di poter finire, di poter essere qualcuno. Nonostante la difficoltà, la sua mente cerca di risalire controcorrente qualsiasi idea di finalità, qualsiasi desiderio di possesso o di raggiungimento di un qualsiasi traguardo, e più si rifiuta, più da dentro si sente salire un ritmo che finisce per orientargli tutte le cellule del corpo lungo una stessa direzione, tutte le idee verso lo stesso invisibile sole. Ci sono navicelle metalliche che scintillano. E presenze dappertutto, ormai, una folla. Donne, persone anziane, animali, demoni. Presenze che lo possiedono e lo spossessano, che lo perseguitano e lo coccolano. Gli viene l’impulso di scappare, di muoversi verso l’infinito, l’Oriente lo chiama, sente «OM», la sillaba sacra, la sillaba magica. Dov’è la sua grammatica di bengalese? La cerca. Ma cosa sta cercando? Se ne è dimenticato. È il fenomeno del ritardo rispetto al pensiero. Si mette a giocare con un’idea. Dobbiamo desiderare il non-desiderio. Si mette a giocare con degli uccelli. Del loro canto, la percezione umana può registrare solo una parte infinitesima. Cerca di capire la follia, come faccia a sbocciare senza arrivare a compiersi del tutto. Si mette a bestemmiare il sovrano, tutto quello che è sovrano. I pensieri passano uno dopo l’altro, senza nesso. Salta sempre più in fretta di palo in frasca. Tutto accelera. Si trasforma in animale, un cane, un’aquila, un ragno. Poi gli tocca rientrare nella sua pelle. È tutto troppo, va tutto troppo veloce. Ha perso il ritmo, il film sta scorrendo con l’avanzamento veloce. Cascate, sgocciolamenti, cadute verso l’alto. Viene trascinato da una gigantesca corrente d’aria, un tappeto magico. Però non molla la penna, ci rimane aggrappato, e si mette a scrivere più in fretta, le canaline sulla carta si fanno più profonde, è un navigare di parole illeggibili su un solco che non ha inizio e non ha conclusione, e a furia di graffiare la carta andando a ritmo i pensieri finiscono per infilarglisi tutti quanti dentro uno stesso corridoio, polveri risucchiate da un unico movimento, forze che si riuniscono in un’unica frase: «L’infinito è tortura o beatitudine, vale a dire sperimentale».

Ecco un esempio di cosa possiamo leggere su uno dei tanti fogli volanti presenti negli archivi della droga di Michaux, ecco il tipo di seduta a cui questi archivi ci invitano[1]. Tutto quanto procede per lampi, per scosse, per alterazioni. Ci sono note sublimi e imprevedibili, indicazioni di dosaggi e di orari, nomi di medicinali, di psichiatri, poesie e visioni. Ogni pagina è costellata di folgorazioni e di illuminazioni, di istanti inchiodati alla sensazione di esistere.

Le nostre pagine si fondano principalmente su questo insieme di affascinanti materiali: tracce sopravvissute di esperienze estreme che aprono uno spiraglio sull’intimità di un autore geloso dei propri segreti, una tra le menti più grandi del suo tempo. Assistiamo alle sedute di Michaux senza riuscire a leggere o a capire tutto, sbalorditi di fronte all’intensità poetica dei suoi discorsi e allo spettacolo della sua mente in preda alle allucinazioni.

Prima pagina del Cahier «Violenté» di Henri Michaux: «Violenté jusqu’à ce que je m’aligne sur la vibration nouvelle». Archivi Henri Michaux (su gentile concessione).

Poesie per una rivoluzione scientifica

Michaux comincia a sperimentare la mescalina il 2, il 3 e il 9 gennaio del 1955, in compagnia del suo editore Jean Paulhan e di un’amica di quest’ultimo, la poetessa svizzera Édith Boissonnas[2]. Successivamente, a fini clinici e terapeutici, prende parte con crescente coinvolgimento alle ricerche scientifiche condotte con sostanze psicotrope, cioè, alla lettera, sostanze che «mettono in movimento la psiche». In effetti, nel corso del secolo, i chimici sono riusciti a isolare gli alcaloidi presenti in alcune piante utilizzate fin dalla notte dei tempi da stregoni e sciamani, e a sintetizzare nuove droghe, per esempio la mescalina, l’LSD e la psilocibina. Nell’ambito delle sostanze psicotrope, queste ultime hanno la particolarità di suscitare visioni che i medici considerano paragonabili agli stati allucinatori della schizofrenia. Provocando artificialmente la follia con le droghe, gli scienziati sperano quindi di poterla vivere in prima persona e osservare dall’interno[3]. Quando si rendono conto della propria scarsa familiarità con gli stati visionari, per documentare tutti questi viaggi ai confini della coscienza, decidono di rivolgersi ad artisti e a scrittori, sicuramente più abituati a dare forma ai vissuti della propria soggettività.

Tra i volontari dell’allucinazione, Michaux è un caso a parte. Al momento in cui comincia a interessarsi alle droghe ha già cinquantasei anni, è vedovo, possiede una solida esperienza della vita ed è largamente conosciuto come pittore e scrittore. In gioventù ha rinunciato agli studi di medicina, esplorato l’America Latina e l’Asia, e letto a lungo opere di etnologia e di letteratura spirituale, dalle più diverse tradizioni religiose. È con questo bagaglio che si approccia alle droghe, mettendo assieme medicina e magia e inaugurando un percorso fondato essenzialmente sull’ascolto del corpo. Michaux non è una semplice cavia: impartisce ai medici una lezione su cosa significhi essere (s)possessati e porta avanti per una decina d’anni una ricerca scientifica servendosi dei mezzi dell’arte.

Iniziate ai primi del Novecento, le sperimentazioni mediche con le droghe portano, negli anni Sessanta, alla produzione di un’ampia gamma di farmaci psicotropi: dai neurolettici o antipsicotici agli ansiolitici (per esempio, le benzodiazepine), dagli antidepressivi ai sonniferi. Tutti farmaci che, attenuando i sintomi gravi legati alla schizofrenia e ai disturbi bipolari, contrastano le psicosi e aiutano a convivere con le nevrosi. E che sono persino in grado di intervenire sullo stress professionale, sulla sofferenza affettiva, sugli attacchi di panico e d’angoscia, sull’ansia, sull’insonnia, e via discorrendo. Si tratta, insomma, di prodotti destinati a creare un mercato redditizio per l’industria farmaceutica. Anche se oggi il loro consumo si è decisamente generalizzato, restano comunque tabù in ambito familiare e all’interno di istituzioni mediche come ospedali, in particolare quelli psichiatrici, e residenze per anziani. Non se ne parla, in effetti, facilmente e, della loro storia e della loro invenzione, si ignora quasi tutto. A volte, però, succede che le conseguenze della loro diffusione li riportino al centro dell’attenzione. Pensiamo, per esempio, alla crisi americana degli oppioidi tuttora in corso: l’Organizzazione mondiale della sanità stima in circa 120.000 le vittime annue del fentanyl dal 2019.

Michaux è insomma testimone e attore della rivoluzione psicofarmacologica, il cui epicentro si colloca inizialmente tra Parigi e Basilea, prima di diventare un fenomeno mondiale. La parola «psicofarmacologia» nasce in Francia nel 1956 e viene coniata a partire dai termini greci psyche (soffio, vita, anima) e pharmakon (rimedio e/o veleno). È molto meno nota di «psichedelia», inventata nello stesso anno negli Stati Uniti per indicare lo stato indotto dall’assunzione di droghe allucinogene.

Contrariamente ad altri psicotropi come la cocaina o l’eroina, gli allucinogeni non producono dipendenze gravi. Questo non significa che siano meno tossici se assunti regolarmente e ad alti dosaggi. Nel corso dei cinque anni in cui li sperimenta in maniera sistematica, cioè dal 1955 al 1960, Michaux è perfettamente consapevole di esporsi a possibili devastazioni fisiche e psichiche. «Lo stato primordiale di delirio» a cui accede il soggetto sotto l’effetto dello psicotropo è «una messa in discussione brutale dell’esistenza dell’individuo nel suo rapporto con il mondo, e questa depersonalizzazione massiccia viene vissuta come il pericolo più grande». Solo un medico poteva scrivere parole come queste. Il passaggio è, in effetti, opera di Alban Jeanneau e si colloca in una prima fase della ricezione dei libri scritti da Michaux sulle droghe, una fase ancora confinata all’ambito scientifico, quando diversi medici decidono di dedicare monografie ai suoi libri della mescalina. La ricezione letteraria invece si rivela più prudente[4].

Gli scienziati accolgono con entusiasmo le testimonianze di Michaux, perché lo scrittore dimostra una capacità straordinaria di non mollare mai la penna e di mantenere il controllo stilistico nonostante gli effetti delle droghe. Michaux descrive direttamente le allucinazioni e i disturbi dell’umore, trasformando l’esperienza in una serie di racconti e di disegni, anziché fermarsi a risultati razionali e oggettivi. La sua diventa in sostanza una ricerca scientifica condotta attraverso il testo poetico: un’esplorazione della follia realizzata con i mezzi che gli sono propri, cioè la scrittura e le forme. Insomma, quelle prodotte sotto mescalina sono allo stesso tempo opere e documenti: poesie per una rivoluzione scientifica.

Stephan Geissbühler, copertina di un opuscolo di presentazione del dipartimento pubblicitario (Werbeabteilung) dei laboratori Geigy, 1966, illustrazione tratta da Corporate Diversity. Swiss Graphic Design and Advertising by Geigy. 1940–1970, A. Jansers e B. Junod (a cura di), Lars Müller Verlag, Zurigo, 2009, p. 177.

Gli angeli della mescalina

Michaux conduce almeno una trentina di sedute con l’hashish, una buona ventina con la mescalina, due con l’LSD, due con la psilocibina, e alcune altre con uno psicotropo non allucinogeno come la cocaina e con un equivalente farmacologico dell’iboga. Tutte queste sperimentazioni finiscono per alimentare i principali libri di Michaux sugli allucinogeni: Misérable miracle (1956), L’Infini turbulent (1957), Paix dans les brisements (1959), Connaissance par les gouffres (1961), Les Grandes Épreuves de l’esprit et les innombrables petites (1966). Nei riquadri «Dello stesso autore» delle sue pubblicazioni presso Gallimard, Michaux li fa indicare come «Libri sulla mescalina», in riferimento al suo allucinogeno prediletto. A questo insieme, vanno aggiunti due volumi usciti nel 1983, un anno prima della morte: Par surprise e Le Jardin exalté, che descrivono due ulteriori sedute di assunzione di hashish. Oltre agli scritti, le sperimentazioni con gli allucinogeni hanno dato vita anche a una serie di opere visive: scritture e disegni mescalinici, e il film Images du monde visionnaire, realizzato da Éric Duvivier e prodotto dai laboratori farmaceutici svizzeri Sandoz nel 1963. Infine, presso gli archivi Henri Michaux, sono conservate anche le note prese nel corso delle sperimentazioni ai fini delle sue ricerche.

Nel trasloco del 1968 dal 16 di rue Séguier, nel sesto arrondissement di Parigi, al 120 di avenue de Suffren, nel quindicesimo, lo scrittore distrugge buona parte dei manoscritti, delle carte e dei disegni. Conserva però le note prese durante le esperienze della droga, e le userà in seguito per scrivere alcuni dei testi confluiti nel 1973 nella raccolta Moments. Ogni volta che torna a quelle note trova perle nuove, osservazioni rimaste incomprensibili fino a quel momento. In effetti, leggere gli archivi della droga non è operazione semplice per nessuno, nemmeno per Michaux. La loro decifrazione non può limitarsi al buon senso e deve diffidare delle intuizioni, perché le concatenazioni inattese del pensiero richiedono di alternare sistematicamente ascolto fluttuante e lucida perseveranza. La grafia irsuta di Michaux non facilita certo il compito, e sotto droga peggiora. L’unica cosa che si può fare è lavorare a stabilire una lezione: raccogliere e collezionare i frammenti, e proporre una lettura che sia insieme interpretazione e montaggio di tutti quei materiali abitati da sensazioni e posseduti da visioni. La vibrazione connaturata agli stati indotti dalla droga si trasmette alla carta, e da lì alla sostanza sensibile di chi legge, una presenza su cui a Michaux capita ogni tanto di fantasticare.

In psichiatria, una lezione è al tempo stesso un testo che espone casi clinici e analisi e la dimostrazione con cui il professore presenta agli studenti un paziente in carne e ossa. Leggendo queste pagine d’archivio, in cui Michaux si espone metodicamente alla condizione di possessione da droga, ecco che l’autore si materializza davanti ai nostri occhi assumendo contemporaneamente i due ruoli, quello del folle e quello del professore. È la follia che parla per bocca sua. E che si incarna in ogni cosa, in ogni oggetto, in ogni immagine, in ogni parte del suo corpo: l’infinito che si apre nel più remoto angolo della stanza e della sua testa. Le più intime alterazioni irrompono ormai senza incontrare resistenza. E ogni seduta si trasforma in un corpo a corpo con gli angeli della mescalina. Michaux incassa duri colpi, però impara, e quello che impara lo offre come insegnamento. Maestro incontestato di queste lezioni di possessione, alienazione e influenzabilità.

Muriel Pic
Leçons de possession. Les archives de la drogue d’Henri Michaux
Éditions Macula, 2025
240 pp. ill. col., € 35


[1] La trascrizione di una seduta completa sotto hashish è riportata alla fine del volume, cfr. pp. 222-231.

[2] Tutti i documenti relativi alle tre giornate inaugurali, lettere, testimonianze, pubblicazioni, sono pubblicati, annotati e introdotti in Édith Boissonnas, Henri Michaux e Jean Paulhan, Mescaline 55, Muriel Pic (a cura di), Parigi, Éditions Claire Paulhan, 2014.

[3] All’epoca di Michaux la parola «follia» è di uso corrente e il lessico per designare i pazienti e le istituzioni è diverso dal nostro. Troviamo i termini «manicomio», «pazzo», «malati mentali» e «alienato». Il termine «alienista», invece, è già stato sostituito da «psichiatra». Nel complesso, a parte «follia», che qui ha valore letterario e generico, si è scelto di adottare una terminologia neutra ricorrendo il più delle volte a «istituzione psichiatrica» e «paziente». Tuttavia non intervengo sui testi d’epoca citati.

[4] Per la ricezione scientifica: Alban Jeanneau, «Henri Michaux et la recherche psychopathologique», Évolution psychiatrique, t. 37, n° 2, 1972, pp. 407-433; Julian de Ajuriaguerra e François Jaeggi, Le Poète Henri Michaux et les drogues hallucinogènes. Contribution à la connaissance des psychoses toxiques, Basilea, Laboratoires Sandoz, 1963; Olivier Loras, Rencontre avec Henri Michaux. Au plus profond des gouffres, Chassieu, Éditions J. et S. Bleyon, 1967. In seguito, è a una medica, Anne Brun, che si deve un volume interamente dedicato ai libri della droga di Michaux, Le Corps halluciné, pubblicato nel 1990 da Les empêcheurs de tourner en rond, casa editrice emanazione dei laboratori farmaceutici Synthélabo. Anche lo storico della medicina François Dagognet dedica pagine a Michaux in Le Cerveau citadelle, apparso nel 1992 presso lo stesso editore. Per la ricezione letteraria: Filippo Zanghi, Un hérétique de l’espace. Notations de l’expérience chez Henri Michaux, Université de Lausanne, Archipel, coll. «Essais», vol. 3, dicembre 2003, lavoro di Master con una postfazione di Philippe Moret e Claude Reichler. Naturalmente, tutte le biografie e le monografie su Michaux commentano i libri sugli allucinogeni. Alcuni articoli sono loro esclusivamente dedicati: Robert André, «Un hérétique de la sensation», in Henri Michaux. Cahier de l’Herne, a cura di Raymond Bellour, Parigi, Éditions de l’Herne, 1966, pp. 172-180; Claude Mouchard, «La “Pensée expérimentale” de Michaux», in Ruptures sur Henri Michaux, a cura di Roger Dadoun, Parigi, Payot, 1976; Laurent Jenny, «Récit d’expérience et figuration. Henri Michaux et les hallucinogènes», Revue française de psychanalyse, n. 3, 1998, pp. 937-946; Brigitte Ouvry-Vial, «Le vieux jumelage de la pensée et de la parole: approche clinique et théorique des récits d’expérience de la drogue», in Henri Michaux, le corps de la pensée, a cura di Evelyne Grossman et al., Tours, Farrago/L. Scheer, 2002, pp. 161-175; Anne Gourio e Dominique Legallois, «Michaux, témoin halluciné», in Esthétique du témoignage, a cura di C. Dornier e R. Dulong, Caen, Maison des Sciences Humaines, 2004; Laurent Jenny, «Styles sous influence», in Édith Boissonnas. L’écriture à l’état brut, a cura di D. Kunz-Westerhoff, D. Maggetti e M. Pic, Ginevra, Métispress, 2019, pp. 275-284. Per quanto riguarda le esposizioni: Henri Michaux. Dibuixos mescalínics, V. Combalia e P. Weibel (a cura di), catalogo della mostra, Barcellona, Centre Cultural Tecla Sala, 1998; Die Meskalinzeichnungen von Henri Michaux. 1954-1959/1966-1969, V. Colomba e P. Weibel (a cura di), catalogo della mostra, Neue Galerie Graz am Landesmuseum Joanneum, Colonia, Walther König, 1998; Henri Michaux, Mescaline Drawings, K. Gottardo (a cura di), catalogo della mostra, The Courtauld Gallery, Londra, 2025. Per la ricezione, nel mondo letterario, dei libri mescalinici mentre Michaux era ancora in vita, rimando alle bibliografie stabilite da Raymond Bellour per ciascuno dei libri della droga nelle Œuvres complètes, vol. 3, che offre anche una prima presentazione degli archivi della droga.

In copertina: Henri Michaux, Untitled, 1944, India ink on paper, 24 × 32 cm (Guggenheim Museum Bilbao)

Muriel Pic

Muriel Pic

scrittrice e ricercatrice franco-svizzera, affianca alla poesia, alla narrativa, alla saggistica e al teatro la creazione di cortometraggi e collage. Dopo aver conseguito il dottorato di ricerca in Letteratura, Arti e Scienze del linguaggio presso l’EHESS e ottenuto l’abilitazione alla direzione della ricerca, ha lavorato alla pubblicazione di diversi archivi inediti. Tra questi, nel 2025, Leçons de possession. Les archives de la drogue d’Henri Michaux (Macula), che integra le note redatte dallo scrittore sotto l’effetto di stupefacenti con i documenti psichiatrici, botanici e medici relativi alle sue varie sperimentazioni. Dal 2016 con Élégies documentaires (Macula), esplora una forma poetica che fonde la ricerca rigorosa tra archivi, fotografie ed eventi all’intimità lirica del lamento e del lutto. Su questa linea si collocano i racconti En regardant le sang des bêtes (trente-trois morceaux, 2017) e Affranchissements (Seuil, 2020), quest’ultimo insignito della menzione speciale del Prix Wepler. La raccolta di poesie L’Argument du rêve ha vinto il Prix Pierre Micheloud, mentre l’edizione critica dell’Herbier de prison di Rosa Luxemburg (Héros-Limite, 2023) ha ottenuto il Trophée de l’édition Livre hebdo 2024. In Italia sono stati pubblicati Reliquie moderne. Fotografia e sentimento religioso (EDB, 2016) ed Elegie documentarie (Castelvecchi, 2026).

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