Roberto Sanesi, l’arte come visione

Esce in questi giorni Roberto Sanesi filosofo e pedagogista dell’arte, a cura di Alessandro Di Chiara, Quodlibet, Macerata 2020, pp. 176, 16 €). Riproduciamo qui l’introduzione di Federico Ferrari.

Cosa significa ricordare qualcuno? Molto probabilmente, significa ripensare alla sua eredità, a quello che quella persona ci ha lasciato dopo la sua scomparsa. Nelle pagine che seguono, il lettore troverà una serie di scritti e testimonianze che vanno, con il ricordo, al lascito di Roberto Sanesi, per molti di noi, collega indimenticato.

Sanesi è stata una figura poliedrica, tanto all’interno del panorama della cultura italiana del Novecento quanto nello spazio didattico dell’Accademia di Belle Arti di Brera. In quest’ultima, ha tenuto, per molti anni, la cattedra di Pedagogia e didattica dell’arte. Ed ha sempre prestato estrema attenzione a non fossilizzare questo insegnamento in una forma di specialismo, quello specialismo in cui, invece, negli anni successivi, si è cercato di trasformare l’insegnamento accademico, sulla scia di quello universitario.

Sanesi aveva chiaro che quel che davvero si trattava di trasmettere non fosse una dottrina ma una postura, un atteggiamento, una forma mentis, capace di aprirsi alla dismisura dell’atto creativo. Gli era evidente che, all’interno di una didattica accademica, il fine ultimo fosse favorire, non solo la creatività (parola oscena, più adatta al mondo dell’impresa e ai suoi creativi), ma lo spirito creatore, la capacità di creare nuove modalità dell’espressione e dello sguardo. In fondo, Sanesi non faceva che ribadire quel che dovrebbe essere ovvio: il fine ultimo di una pedagogia e una didattica dell’arte è quello di ampliare le possibilità della visione. In questo senso, egli era attratto dai visionari e di questi visionari cercava di far cogliere lo spirito vivente ai suoi studenti e, più in generale, alla cultura italiana del suo tempo che, come già accennato, si apprestava invece ad imboccare la strada maestra della formazione intesa come avviamento al mondo del lavoro. L’Italia, come buona parte del mondo, traghettava la visione nella vision, intesa come pluralità di obiettivi tesi al successo e profitto aziendale, poco importa quale fosse l’azienda (multinazionale, scuola, sanità, individuo). In un’accademia questa nuova via diveniva un paradossale e mostruoso tentativo di trasformare gli artisti in prodotti e manager di se stessi.

In un certo senso, Sanesi è stato uno degli ultimi grandi romantici, uno dei moicani della visione e della visionarietà dell’arte. Non ha mai smesso di credere che il fine ultimo dell’arte fosse altro da quello di riflettere questo mondo ma, piuttosto, di aprirlo alla sua dismisura, di metterlo in fibrillazione, allargandone i confini ed esponendo ognuno di noi a un sentimento di spaesamento davanti a terre incognite e sconosciute. Viene quasi da sorridere pensando alle facce degli studenti che al suo corso di Pedagogia e didattica dell’arte sentivano risuonare le parole dei grandi poeti visionari inglesi o dei Four Quartets di T.S. Eliot…

Ecco, nelle pagine che seguono, grazie all’impegno di Alessandro Di Chiara, si troveranno riunite una serie di ricognizioni su questi territori sconosciuti che Sanesi ha, certo con gioia e tormento, esplorato nel corso della sua lunga traiettoria intellettuale. Io, in quanto direttore della Scuola di didattica dell’arte dell’accademia che vide Sanesi protagonista per tanti anni, non posso che rallegrarmene, come spero anche il lettore. Ma, allo stesso tempo, non posso che prendere il suo insegnamento e la sua eredità come una sfida ad allargare ancora di più i confini della visione. Mi pare che il solo modo di raccogliere davvero un’eredità sia, infatti, di renderla vivente, di non lasciare che si trasformi in una caricatura di se stessa, rilanciandola ed amplificandola. Forse il solo modo che noi oggi abbiamo di rendere un autentico omaggio a Sanesi, di ricordarlo davvero, è cercare di essere nuovamente visionari. O, per dirla con le parole del poeta forse da lui più amato, William Blake, di far sì che la natura delle nostre opere e del nostro operare siano visionari e profetici. In un’epoca di programmazione, protocolli, classi di concorso, settori disciplinari, offerte formative, sbocchi professionali e griglie ministeriali mi sembra compito di non poco conto.

Roberto Sanesi filosofo e pedagogista dell’arte
a cura di Alessandro Di Chiara
Quodlibet
Macerata 2020, pp. 176
€ 16

Immagine di copertina: Hans Richter, Filmstudie (1926)

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).