La fotografia che ritrae la relatrice speciale dell’ONU per la Palestina Francesca Albanese vicino a un murales in cui è rappresentata la senatrice a vita Liliana Segre ha avuto una notevole circolazione sui social questa estate in occasione di due eventi indipendenti ma contestuali. Da un lato le polemiche seguite alle decisione del comune di Bari di donare le chiavi della città alla giurista per la sua opera di rigorosa denuncia delle responsabilità di stati, organizzazioni internazionali e multinazionali nella tragedia di Gaza, in particolare in quell’occasione, come già in precedenza, è stata rivolta ad Albanese l’accusa di antisemitismo e di favoreggiamento del terrorismo di Hamas; dall’altro le polemiche legate alla presa di posizione di Segre per cui l’uso della parola ‘genocidio’ a proposito di Gaza rivela un intento antisemita o quanto meno produce un effetto del genere. La fotografia ha un valore politico quasi esemplare di una dinamica che Gaza ha prodotto nelle società occidentali ipermediatizzate e depoliticizzate, come evidenzia la fruizione ampia in tempo reale di questa immagine.
Chiaramente ci troviamo di fronte a un’operazione che ricorda il détournement situazionista, dal significato apertamente leggibile: una figura, che denuncia i crimini dello stato israeliano e per questo accusata di antisemitismo, aderisce all’insegnamento morale che scaturisce dall’esperienza di una testimone della Shoah, in qualche misura rivendicando di inverare nel presente l’imperativo di lotta all’indifferenza verso la violenza. Vi è però qualcosa di più qui e non alludo all’aspetto implicitamente polemico nei confronti della stessa testimone che nega che si possano applicare a Gaza quegli insegnamenti perché si tratta di una guerra e non di un genocidio. Guardando la fotografia, infatti, non si può non notare che Francesca Albanese occupa una posizione laterale, eccentrica, marginale e ha un’espressione quasi timida con un accenno sorriso, certo non ironico o di sfida, mentre il volto di Liliana Segre è ammonitore, magistrale e soprattutto di grandi dimensioni. È probabile che la memoria iconografica dell’autore del murales sia incorsa in una formula di pathos, nozione warburghiana che Carlo Ginzburg ha recentemente utilizzato in un contesto novecentesco in un fondamentale saggio sul manifesto britannico del 1914 di Alfred Leete Britons. Join your country’s army! nel quale il volto del generale britannico Lord Kitchener guardava severamente i sudditi di sua maestà invitandoli ad arruolarsi: sebbene manchi l’indice puntato verso l’osservatore, l’espressione seria e quasi accigliata della senatrice è alquanto simile a quella del manifesto. Non a caso mi è capitato di leggere in rete, a commento della fotografia, che si vede una grande donna che domina dall’alto della sua statura morale una figura da poco, che non può osare mettersi sullo stesso piano. Eppure la forza della fotografia è proprio nella titubanza e nell’esilità di Albanese che sembra incarnare una misura umana del discorso che prende atto di quello che è il presente.
Naturalmente se nella nostra cultura vigesse il buon senso anziché il senso comune, tutte le osservazioni che ho svolto sopra non avrebbero ragione di essere e forse non sarebbe stata nemmeno fatta quella fotografia. Infatti il buon senso ci suggerirebbe che il valore della testimonianza sulla Shoah di Liliana Segre non rende infallibili i suoi giudizi su altri contesti storici e d’altra parte le sue posizioni sul presente non inficiano il profondo significato della sua esperienza passata, ma viviamo in quello che Daniele Giglioli ha chiamato il paradigma vittimario e dunque in un’epoca di monumentalizzazione della testimonianza, di cui l’autore del murales ci offre un’involontaria prova. Essere vittima, afferma Giglioli, “immunizza da ogni critica” e “impone ascolto” perché tramite la figura della vittima si crea una macchina mitologica che riempie il vuoto delle nostre identità. Siamo perciò in presenza di un discorso pubblico ampiamente irrazionale, mitologico appunto, come è tipico di una società ipermediatizzata come la nostra. Potremmo dire allora che l’argomento della fotografia è la sfida che una voce dal presente, quella di Francesca Albanese, osservatrice di ciò che succede ora a Gaza, porta (involontariamente) alla regola dell’autorevolezza della vittima e della sua testimonianza. Non a caso nella polemica contro le denunce di Albanese non si è insistito tanto sul fatto che fossero false oppure che poggiassero su un’interpretazione tendenziosa dei fatti, ma sul suo antisemitismo o sulla sua prossimità ad Hamas, in altre parole sulla mancanza di autorevolezza e, per meglio dire, sull’abiezione di Albanese. È il tipo di giudizio che si riserva a colui che ha profanato un ordine sacro o un monumento.
Sappiamo che l’uso del termine ‘antisemitismo’ da parte delle autorità israeliane e delle organizzazioni per la memoria dell’Olocausto legate a esse è strettamente connesso alla questione palestinese: sempre di più coloro che criticano la politica di Israele nei Territori Occupati sono tacciati di antisemitismo e naturalmente tale pratica è assurta a livelli sistematici da quando è cominciato l’attacco a Gaza; dall’altro lato uomini e partiti politici di estrema destra, oggettivamente caratterizzati da qualche pulsione antisemita nei rispettivi paesi, sono esentati da qualsiasi critica per la loro posizione di appoggio al governo israeliano. Non occorre qui ricordare che l’uso strumentale e in definitiva l’abuso dell’accusa di antisemitismo rischiano di abbattere freni inibitori e alimentare forme di negazionismo, che qua e là fanno capolino. Invece bisogna ricordare che il paradigma vittimario, la sacralizzazione della testimonianza individuale e l’uso strumentale dell’antisemitismo sono tutti aspetti di una politica della memoria che si è realizzata nell’intero Occidente negli ultimi quarant’anni. Questa politica della memoria non nasce con finalità specifiche di controllo ideologico, ma probabilmente vuole semplicemente celebrare l’epoca aperta dalla fine della guerra fredda come trionfo della libertà e della democrazia e, tuttavia, si rivelerà anche utile per disciplinare alcuni tipi di discorso critico sul presente. Gli insegnamenti del passato sono raccolti tramite alcune testimonianze autorevoli e sono custoditi dal sistema politico liberale e dai paesi, guidati dagli Stati Uniti, che vi si riconoscono. Il segno più evidente di questa politica è la perdita del contesto storico della testimonianza e la sua assolutizzazione: la vaghezza dei riferimenti storici in un film chiave come La vita è bella non è (solo) un’abile mossa di marketing, ma è funzionale all’operazione filmica stessa, senza la quale la pellicola non avrebbe avuto una circolazione internazionale così ampia.
Naturalmente ogni memoria istituzionalizzata o pubblica del passato tende a monumentalizzarlo e questo processo è utile per il potere perché, come dice il vecchio adagio, chi controlla il passato controlla anche il presente. Questo vale a maggior ragione oggi in un quadro di depoliticizzazione a seguito della quale tradizioni di memoria alternativa dal basso e istanze critiche nei confronti della memoria ufficiale vengono meno, ma di fronte a Gaza abbiamo una situazione particolare perché Israele si presenta, in qualche misura con diritto, come la conseguenza e il risarcimento del male della Shoah. Sebbene sul piano storico questa affermazione sia molto complicata e solo parzialmente vera, se non altro perché la storia e anche le biografie dei gruppi dirigenti israeliani appaiono più incrociate con quella dell’impero coloniale britannico che con la Shoah, essa appare una verità morale indiscutibile a molti sopravvissuti e ai loro eredi e quindi ogni voce che viene dal presente a turbare tale verità va respinta e considerata quasi blasfema, con evidente vantaggio del governo israeliano e dei suoi alleati e protettori statunitensi.
Insomma questa fotografia rappresenta il conflitto tra testimonianza (memoria) e presente nella nostra cultura, dovuto a una mitologizzazione della memoria, che a sua volta è funzionale a determinati interessi: in generale diventa un modo per regolare e organizzare il discorso pubblico e quindi bandire tesi sgradite bollandole come contrarie alla memoria pubblica; nello specifico favorisce alcune operazioni politiche. Per esempio, molti storici hanno ricordato in questi mesi la dichiarazione di Merkel, ripresa poi da Scholz, del sostegno incondizionato tedesco a Israele come ragion di stato: il riferimento a questo concetto ‘così ambiguo’, secondo Enzo Traverso, perché storicamente indica anche il ricorso a pratiche spregiudicate e illegali nell’interesse dello stato, implica l’accettazione per così dire ontologica di Israele come erede delle vittime e della memoria dell’Olocausto. Il vantaggio che la Germania ottiene riconoscendo la sua colpa passata tramite l’appoggio totale a Israele è la certificazione della sua redenzione, che le permette di coltivare le proprie ambizioni di primato nazionale, prima solo economico, oggi anche di ordine politico e militare, senza evocare parallelismi o fantasmi di altre fasi storiche del nazionalismo tedesco, godendo quindi di margini di azione più larghi. E si potrebbero citare altri varianti, anche se meno macroscopiche, di questo caso, a cominciare dall’attuale governo italiano.
In altre parole il processo di monumentalizzazione della testimonianza si fonde con usi politici spregiudicati del monumento stesso e testimoniare il presente, compito politico per eccellenza, significa di fatto scontrarsi con questo processo. La monumentalizzazione infatti è anche l’affermazione dell’eccezionalità di un destino unico, che deve essere amministrata dai suoi eredi autorizzati, che non a caso usano una parola del lessico religioso, Olocausto, per chiamare l’evento che poteva e potrà accadere solo alla comunità ebraica; criticare questa concezione è far proprio il timore di Primo Levi che questi eventi si possano ripetere in contesti storici e politici diversi. È insomma un punto di vista razionale e materialistico che, analizzando le dinamiche del potere, percepisce il rischio che ciò che ci sembra l’assoluto superamento dell’evento non sia altro che una tregua. All’atto pratico affermare che è in corso un genocidio a Gaza non vuol dire in alcun modo, sul piano logico, politico e morale, relativizzare la Shoah, ma certo significa entrare in rotta di collisione con una politica della memoria, che svolge un ruolo in quell’operazione giustificando interessi, complicità e vigliaccherie piccole e grandi.
In copertina: la fotografia pubblicata da Francesca Albanese sul suo account Instagram il 3 agosto 2025
