Agnès Varda, memoria in movimento

17/06/2026

«Testimone del suo tempo, lo ha anche plasmato dando voce e volto ai precari, agli emarginati, ai ribelli, e partecipando attivamente alla lotta per i diritti delle donne». Sono queste le parole che definiscono Agnès Varda (1928-2019) e che aprono il bellissimo catalogo curato da Laure Adler per la mostra attualmente in corso alla Cineteca di Bologna: Viva Varda! Il cinema è donna. E in effetti il percorso espositivo mostra con chiarezza gli interessi e le battaglie condotte da Varda, lasciando inoltre emergere, tra film, foto, oggetti di scena e installazioni, la grande vitalità presente nella sua ricerca visiva in qualità di cineasta, fotografa, artista, ma anche attivista politica, sostenitrice della rivoluzione cubana e della lotta delle Black Panthers. Una moltitudine di prospettive, sensibilità, aperture ben sintetizzata da Marie-Claire Barnet nel volume Agnès Varda Unlimited (Legenda 2016).

Accanto a quella bolognese, sempre in questi mesi si è tenuta a Roma una seconda esposizione dedicata a Varda, da poco conclusa: Agnès Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma. Allestita a Villa Medici, nella culla della cultura francese in Italia, la mostra romana ha richiamato, sin dal titolo, una delle ultime produzioni della regista, la miniserie Agnès de ci de là Varda (2011) in cui l’autrice esplora mondi e ambienti culturali diversi per mezzo del suo personale punto di vista, unendo creazioni artistiche, riflessioni, ricordi, incontri.

Ma è tutta l’opera di Varda ad apparire oggi come un grande e personale diario a cavallo tra la seconda metà del Novecento e l’inizio del nuovo millennio, in una produzione che non ha mai rinunciato a una visione soggettiva, fuori da mode e tendenze, e in grado di sviluppare una dimensione confidenziale con il suo pubblico tanto quanto con gli artisti con cui ha avuto modo di intessere relazioni. Compagna di Jacques Demy, collaboratrice di Alain Resnais, amica di Chris Marker, nella sua vita Agnès Varda ha conosciuto alcune tra le figure centrali del mondo artistico e culturale del Novecento, da Catherine Deneuve a Marcello Mastroianni, da Jean-Luc Godard a Federico Fellini, da Jim Morrison a Fidel Castro, da Jane Birkin a Madonna.

Le iniziative di Bologna e Roma non rappresentano tuttavia i soli episodi di interesse rivolti a Varda[1]. La simultanea presenza delle due mostre testimonia infatti un fenomeno più ampio, quale l’attestazione di una vitalità crescente attorno all’opera dell’autrice. Il fenomeno Varda registra così una rinnovata attenzione da parte tanto della critica cinematografica quanto di una nuova generazione di registe e registi che non si limitano a osservare e interpretare la sua opera, ma sviluppano con questa un dialogo affettuoso e in grado di rilanciare i presupposti artistici della traiettoria creativa di Varda. Non è un caso che Maura Delpero, Alice Rohrwacher e Francesca Comencini abbiano dichiarato il loro legame profondo con l’autrice. «Non ricordo quanti anni avessi esattamente quando, insieme ad alcune amiche, vidi per la prima volta Sans toit ni loi. So per certo che era l’età fragile in cui tutto è polarizzato perché così fu la nostra visione del film: da un lato disdegnavamo l’idea di lamentarci sedute in una cucina come la ragazza che invidia Mona, dall’altro temevamo di finire in un fosso» racconta Delpero ricordando la visione del film Sans toit ni loi (1985), Leone d’oro al Festival di Venezia del 1985.

Sans toit ni loi, 1985, di Agnès Varda

Sempre in anni recenti, vanno poi ricordati alcuni contributi critici di grande importanza, in grado di ampliare lo spettro di visioni e riferimenti legati al cinema di Varda, ma anche di porre il suo nome al centro di una riflessione che travalica il cinema d’autore e che guarda in particolare al rinnovarsi di forme e linguaggi delle arti visive. Pianeta Varda (ETS 2022) e Agnès Varda. Tales of Images (Mimesis 2025), entrambi a cura di Anna Masecchia e Luca Malavasi, uniscono le riflessioni di un ampio novero di autori e studiosi, tra cui Delphine Bénézet, Emma Wilson, Gian Luca Farinelli e Sandra Lischi, nel tentativo di comprendere il lascito di questa autrice, la sua eredità culturale, evidenziando inoltre la propensione innovatrice della sua opera. Accanto a questi, i due volumi di Masecchia, Varda: les plages d’Agnès (2024), dedicato all’omonimo film del 2008, e Mi ricordo mentre vivo. Agnès Varda (da poco uscito nella collana «Oilà» di Electa), non fanno che avallare ulteriormente la percezione di una ricezione che continua ad espandersi e che, dopo la morte della regista (il 29 marzo 2019), sembra rigenerarsi, attestando la sorprendente capacità dell’opera di Varda di acquisire ulteriori significati e letture a contatto con le nuove generazioni di spettatori, studiosi, artisti.

Autoportrait, Bellini, Venise, 1959-2015, di Agnès Varda

Serve allora interrogarsi sulle ragioni di questa centralità e, ancor più, sui tratti di originalità dell’opera di Varda. Riscoperta della dimensione autobiografica, ibridazione dei linguaggi, sguardo femminile sono solo alcuni dei tratti che possono, se non spiegare, offrire gradi di interpretazione in merito al crescente fascino emanato da Varda. A partire dai suoi primi lungometraggi, quali La Pointe courte (1955) e Cleo de 5 à 7 (1962), i suoi film e le sue opere artistiche non hanno mai smesso di rivelare una forma di relazione con il mondo fondata sulla prossimità, sull’attenzione verso gli altri e sulla capacità di trasformare il vissuto individuale in esperienza condivisa. In Les glaneurs et la glaneuse (2000), ad esempio, l’incontro con alcune figure ai margini della società diviene un’occasione per trasformare il gesto documentario in una pratica di ascolto e partecipazione. Forse allora è proprio questo il motivo di un reciproco e profondo legame tra l’autrice e il suo pubblico.

Cléo au Café du Dôme, Paris 14e, 1961, di Agnès Varda

Nel suo ultimo film documentario, Varda par Agnès (2019), mentre si racconta dal palco di un teatro di Parigi, con la platea di fronte a lei, Varda ripensa ai suoi lavori precedenti, li riesamina mettendoli in relazione agli eventi intercorsi, ai cambiamenti vissuti e, soprattutto, al filo narrativo che tiene insieme tutto ciò: «Non si tratta tanto di raccontare un’altra volta le stesse storie, ma piuttosto di parlare di struttura, di intenti, delle mie fonti di ispirazione»[2]. Nel ritrovare le origini del suo pensiero artistico, Varda indica i cardini principali del suo itinerario: Invenzione, Creazione, Condivisione. In questa visione retrospettiva, a emergere è allora un punto di grande importanza: parlare di sé e della propria opera significa sviluppare una comunicazione con gli altri, o meglio, parlare degli altri. Il modo di osservare e raccontare di Varda rappresenta un atto di condivisione, una riflessione in merito alla necessità di guardare al prossimo, raccontarlo, creare un sentimento di vicinanza.

In questa lettura del tempo trascorso, si afferma una scrittura filmica destinata a farsi diario, racconto del proprio vissuto. Una narrazione che spesso procede per frammenti, visivi e narrativi, attraverso un punto di vista libero, in grado di attraversare il reale e rileggerlo per mezzo del filtro della macchina da presa. Un processo di scrittura che la stessa Varda ha definito cinécriture[3]: una costruzione drammaturgica che procede in modo affine a quello della composizione di un puzzle. Tassello dopo tassello, si arriva a «costruire una immagine fatta di frammenti destinati però ad incastrarsi tra loro»[4].

Autoportrait dans son studio, rue Daguerre, Paris 14e, 1956, di Agnès Varda

Prima e unica regista donna del movimento cinematografico che va sotto il nome di Nouvelle vague, nei suoi film, in particolare nei più recenti, Varda non ha mai mancato di richiamare quel glorioso passato, spiegando che cosa abbia rappresentato per lei, giovanissima, collaborare con autori come François Truffaut, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette, Claude Chabrol, Éric Rohmer e, in particolare, Alain Resnais, con cui ha realizzato i suoi primi lavori, e Jacques Demy, autore di opere indimenticabili e suo compagno di vita.

Molta parte della sua produzione creativa ha inoltre evidenziato come un racconto personale, privato, autobiografico possa divenire, a poco a poco, una narrazione aperta all’idea di incontro, attenta a creare un’identità comune. Daguerreotypes (1975), Jane B. par Agnès V. (1988), Jacquot de Nantes (1991), Les glaneurs et la glaneuse, Les plages d’Agnès (2008) sono alcuni degli esempi più evidenti di tale processo.

Les Plages d’Agnès, 2008, di Agnès Varda

A proposito di frammenti, di tasselli da ricomporre, va poi ricordata la cura per la memoria presente nell’opera di Varda, in un cinema che abita le voci di Gaston Bachelard, Charles Baudelaire e Michel de Montaigne, e che si apre al pensiero di autori contemporanei come Roland Barthes, Gilles Deleuze e John Berger. Durante l’incipit di Les plages d’Agnès, Varda sistema alcuni specchi lungo una spiaggia grazie all’aiuto dei suoi collaboratori, dando vita a un moltiplicarsi di punti di vista, di sensazioni, di spazi. Viene a crearsi un atto di rispecchiamento, di riconoscimento, ma anche un autentico gioco di specchi e riflessi, un puzzle, appunto, da comprendere e provare a ricomporre. «Dans les miroirs je peux voir les autres», osserva l’autrice. Specchi e sabbia come elementi attraverso cui vedere gli altri, ritrovare gli altri. E nel film sono molti i volti che riaffiorano: Jean Vilar, amico e creatore del Theatre National Populaire, Jacques Demy, ma anche il musicista Michel Legrand, Manoel De Oliveira, Chris Marker. La loro presenza fa di Varda la cantrice di un mondo in procinto di svanire, rendendo questo film una sorta di elegia, un tributo a un’epoca e a un mondo temporalmente prossimo, ma apparentemente lontanissimo. È questo «le murmure de la mémoire»[5], il mormorio della memoria, in cui le sequenze stesse dei film di Varda, qui riproposte in una sorta di caleidoscopica retrospettiva, sembrano rappresentare una materia su cui tornare a riflettere: «on y trouve de la substance de moi»[6] sottolinea nel film la stessa Varda.

Patatutopia, 2003, di Agnès Varda

Nella parte conclusiva del suo percorso, grazie a opere quali Patatutopia (2003), Les Veuves de Noirmoutier (2006), L’île et elle (2006), Varda ha osservato, non senza ironia, come il suo rapporto con le arti sia mutato progressivamente: «Sono passata allo statuto di artista plastica; se prima ero una “vecchia cineasta” adesso sono una “giovane videoartista”»[7]. Il suo sguardo rivolto al presente, e intento a cogliere i sintomi di cambiamento, ha significato per lei la possibilità di mantenere assieme un’esistenza fatta di memorie, predilezioni, inclinazioni molteplici. Un insieme di influenze e riflessioni che continua a segnare l’immaginario contemporaneo, attraversandolo e in qualche modo lasciando l’impronta dell’autrice, proprio come fa quel manto ventoso che si osserva in una delle sequenze più magiche e significative di Visages, villages (2017), il film realizzato assieme all’artista JR. Un vento che attraversa il corpo di Varda e che alza un velo di sabbia, rendendo l’immagine una collezione di pulviscoli di memoria. È qui, in questo inquieto soffio d’aria, che Varda sembra riconoscere qualcosa di sé, qualcosa del suo modo di stare al mondo: un moto perpetuo, intenso e acuto, e attento soprattutto a non tralasciare nulla di ciò che le è dinanzi. Una forma di esistenza in continuo movimento. Forse è proprio questo il vero segreto che si cela dietro al fenomeno Varda.

Viva Varda! Il cinema è donna
a cura di Florence Tissot
Bologna, Galleria Modernissimo
dal 5 marzo 2026 al 10 gennaio 2027 (chiusa dal 3 al 25 agosto)

Laure Adler
Agnès Varda
Edizioni della Cineteca di Bologna, 2026
296 pp. ill. col., € 30

Anna Masecchia
Mi ricordo mentre vivo
Electa, 2026
96 pp., € 12


[1] In linea con le due mostre italiane dedicate a Varda, vanno ricordate le recenti esposizioni: Viva Varda!, tenutasi presso la Cinémathèque française di Parigi (ottobre 2023-gennaio 2024); Le Paris d’Agnès Varda, de-ci, de-là,al Musée Carnavalet di Parigi(18 luglio-8 dicembre 2024) e Agnès Varda. Fotografiar, Filmar, Reciclar, presso il CCCB di Barcellona (18 luglio-8 dicembre 2024).

[2] AgnèsVarda in Rhonda Richford, Varda by Agnès (Varda par Agnès), in «The Hollywood Reporter», 31 gennaio 2019, ora in Alla scoperta di Agnès Varda in 5 film, Bologna, Edizioni Cineteca di Bologna, 2020, p. 58.

[3] Agnès Varda, Varda par Agnès, Paris, Cahiers du Cinéma, 1994, p. 14.

[4] Ivi, p. 159.

[5] Céline Gailleurd, Moi, si on m’ouvre, on trouvera des plages, in Agnès Varda. Le cinéma et au-delà, a cura di Antony Fiant, Roxane Hamery ed Éric Thouvenel, Rennes, Presses universitaires de Rennes, 2009, p. 206.

[6] Agnès Varda in Élise Domenach, Philippe Rouyer, Entretien avec Agnès Varda Passer sous le pont des Arts à la voile, in «Positif», 574, décembre 2008, p. 18.

[7] L’intervista a Agnès Varda è tratta da Gisèle Breteau-Skira, Agnès Varda expose «entre bonne humeur et mélancolie», in «Zeuxis», 24, 2006, pp. 4-8.

In copertina: Viva Varda! Il cinema è donna, Bologna, 2026

Denis Brotto

Denis Brotto

(Padova, 1979) è professore associato presso l’Università di Padova nell’ambito degli studi sul cinema, sulla cultura visuale e sui rapporti tra linguaggio cinematografico e nuove tecnologie. Le sue ricerche hanno dato vita a pubblicazioni quali “Osservare l’incanto” (2010), prima monografia italiana sul cinema di Aleksandr Sokurov, “Trame digitali” (2012) e “Jean Vigo” (2018). È autore di saggi dedicati all’opera di Marco Bellocchio, Michael Haneke, Agnès Varda, Nuri Bilge Ceylan, John Berger e ai rapporti tra cinema e letteratura. All’attività di ricerca teorica, accompagna lo sviluppo di una ricerca in ambito realizzativo: tra i suoi lavori il film “Logos Zanzotto” (2021), presentato al Festival di Venezia 2021, e “La forma della memoria” (2022).

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