Se invece arrivasse l’angelo e si posasse
innocuo come nel quadro di Caravaggio
accanto a san Matteo, vecchio, provato
dallo sforzo del braccio, della penna sul foglio.
L’angelo sospeso nel panneggio pesante
enumera sulle dita i fatti da raccontare
come un bambino gli anni che ha imparato
a contare. Matteo quasi in piedi barcolla
accanto al tavolo, non sa bene come starci
in questa posa di chi ascolta e annota,
la penna sollevata, il polso che dubita.
E se l’angelo arrivasse ma ancora più vicino
come nell’altra versione del quadro
distrutta dalle bombe a Berlino,
e intrecciasse le sue braccia alle nostre
come a quelle di Matteo, forse meno vecchio
qui, che afferra il libro come si tiene un animale
che sta per scappare, mentre l’angelo
ne guida le dita rapprese della mano.
Lui inchiodato alla sedia di legno, le gambe
accavallate nella posa innaturale, il corpo
pesante di muscoli e fatica. Eppure prova,
non ha scelta, a intendere il passo,
a comporre la parola, mentre l’angelo
lo accompagna e quasi gli si aggrappa,
tenendo a bada le ali bianche, enormi,
costrette all’opposta fatica di tenersi
vicine alla terra, loro così grandi
che un solo movimento potrebbe riportare
tutti indietro, farli sparire in tutto quel nero.


Lo stesso nero, più affollato, che circonda
la Vergine morta a Parigi. Dall’alto cala
il drappo rosso, ma l’angelo non arriva,
l’angelo che le aveva annunciato la nascita,
che l’aveva sorpresa non a scrivere
ma a leggere la sua storia. Ora il ventre
è gonfio ma vuoto, come quello di una donna
morta nell’acqua. Accanto al corpo
un uomo raccoglie gli occhi nelle mani
mentre Maddalena nel pianto scopre
la nuca accesa di vita e di sangue
contro il livido del viso, delle mani della madre.

