Nati sotto il sistema

Per Wittkower gli artisti erano «nati sotto Saturno» perché, da temperamento tipicamente saturnino, erano «contemplativi, assorti, cogitabondi, solitari e creatori», in una parola: melanconici. Forti di una tradizione che da Vasari in poi ha visto Michelangelo appartenere più alla sfera del divino che a quella dell’umano, le vulgate novecentesche hanno poi fatto incontrare lo spirito ribelle romantico con le bizzarrie avanguardistiche, semplificando ulteriormente la questione e facendo dell’artista un essere fuori dall’ordinario a cui invece i comuni mortali sono costretti. A ribaltare la situazione ci prova Santa Nastro con Come vivono gli artisti? Vita, economia, rapporto con il settore e pratica, pubblicato all’interno di Fuoriuscita, nuova collana curata da Christian Caliandro per Castelvecchi, interamente dedicata all’arte contemporanea. Il volume si struttura – nota bene nella postfazione Alessandra Mammì – come «un saggio che non è soltanto un saggio, ma un diario, un’inchiesta, una testimonianza o meglio la somma di testimonianze, inchieste e pagine di diario», in cui le interviste si alternano alle illustrazioni di Marco Raparelli e ai capitoli dove, con dati e fonti alla mano, Santa Nastro racconta la politica culturale italiana. L’autrice, che del giornalismo d’arte ha fatto una professione, con un taglio fresco e diretto indaga infatti la vita degli artisti a partire dalla loro quotidianità, cercando di capire come essa si inserisce nel sistema ufficiale e da esso viene “normata”.

Marco Raparelli, Let’s Talk about art (dal Libro “permafrost”, Cura edizioni), 2012, china su carta, cm 15 x21

Non è un caso che venga riportata la sfortunata frase dell’allora premier Giuseppe Conte quando, in pieno lockdown nel 2020, si rivolse al settore della cultura, letteralmente in ginocchio per le chiusure forzate, chiedendo di non dimenticare quegli «artisti che ci fanno tanto divertire e appassionare». Aldilà di ogni malevola interpretazione di quelle parole – che al tempo risuonarono più come un memento mori che come un effettivo sostegno agli spazi e alle iniziative in standby – è stato subito chiaro che il settore di riferimento fosse più quello dello spettacolo-cinema-televisione-cabaret che non quello del visuale-musei-gallerie-teatri. Per quanto una tale ingenuità non sia dato aspettarsela da un Capo del Governo, di fronte a questa affermazione o ancora peggio di fronte al fatto che nelle alte sfere si dia per scontata la coincidenza tra arte e spettacolo, sarebbe il caso di interrogarsi, lontano dai qualunquismi ma anche dagli iperspecialismi, sul ruolo che l’arte contemporanea e i suoi artisti occupano nella società.

Marco Raparelli, Artwork, 2012
Marco Raparelli, Work of art, 2012

Ed ecco il cortocircuito. L’immaginario che trapela da pubblicità e propagande elettorali parla agli italiani di un Paese con un patrimonio culturale unico e straordinario, vetrina per i Grandi Eventi e attrattore per i turisti da tutto il mondo, da salvaguardare e porre a traino addirittura dell’economia dell’intera nazione. Sfogliando le pagine del libro diventa invece evidente la condizione di penombra in cui versano gli uomini e le donne che di questo settore sono la linfa vitale, ovvero gli artisti (non esiste solo Maurizio Cattelan!), dinnanzi a chi questa immagine propone (ovvero lo Stato con il suo Ministero e il seguito di Regioni, Comuni e Città Metropolitane). Grazia Toderi alla domanda: «Come è cambiato, se è cambiato, il sistema dell’arte?» risponde: «Il “sistema”, che ha rubato la parola “arte”, continua a proclamare la sua crescita bulimica in nome dell’arte, ma al servizio dell’economia, del turismo, dell’intrattenimento, della comunicazione, della sociologia… Qual è oggi la parola che indica il contesto nel quale l’arte non sia necessariamente asservita a tutto ciò?».

Marco Raparelli, Interesting artwork, 2016 china su carta, cm 20×30

Quindi va bene investire in tutela, conservazione e valorizzazione, ma alla produzione e alla ricerca (baluardo della contemporaneità) chi ci pensa? E anche a ragionare per assurdo, posto che alla produzione e alla ricerca non ci pensi nessuno, è giusto fare della cultura tout court un volano – come andava tanto di moda dire nei primi anni Duemila – dell’economia del Paese? Dopo i primi entusiasmi, la risposta è sotto gli occhi di tutti, in città vetrina come Firenze o Venezia. Se l’economia italiana non tiene il passo con l’economia di un mondo globalizzato, è giusto che il posto delle piccole e medie imprese venga preso dall’unico bene in grado di essere per noi concorrenziale, ovvero il patrimonio culturale?

Le diciannove interviste (a Grazia Toderi, Aryan Ozmaei, Laura Cionci, Elena Bellantoni, Mariantonietta Bagliato, Marco Raparelli, Zanbagh Lotfi, Reverie, Fabrizio Bellomo, Salvatore Iaconesi e Oriana Persico, Giuseppe Stampone, Lucia Veronesi, Francesca Grilli, Rebecca Moccia, Luigi Presicce, Serena Fineschi, Eva Frapiccini, Roxy in the box, AWI-Art Workers Italia) costituiscono il cuore pulsante del libro e ne segnano la contemporaneità linguistica e di metodo. Progetti, passioni, stili di vita, abitudini, attitudini, lavoro, famiglia, committenze, arte e vita ritornano a essere un binomio tanto indissolubile quanto estremamente umano. Ma ai racconti si alternano le statistiche ed emerge, soprattutto grazie al lavoro di AWI (Art Workers Italia), un welfare legato al mondo dell’arte in Italia fragilissimo, se confrontato coi vicini francesi o tedeschi che possono godere di borse di studio, studi gratuiti o a prezzi calmierati, e una disoccupazione pensata proprio per chi ha un lavoro “intermittente”, ovvero che non sempre raggiunge i canonici dieci mesi di contributi.

Marco Raparelli, Vernissage, 2016, china su carta, cm 30×21

Ma le problematiche non si esauriscono al sostegno economico; c’è un chiaro problema di riconoscimento del ruolo dell’artista a livello sociale, dal quale deriva la mancanza di un percorso di alta specializzazione che non ci rende competitivi con le scuole straniere, aumentando le già note difficoltà di entrare in un sistema internazionale. Per quanto dal 2017 sia stato istituito dal Ministero il premio Italian Council, «un bando che nel corso delle ultime dieci edizioni ha stanziato oltre 12 milioni di finanziamento, che è andato crescendo di edizione in edizione, premiando quasi 150 progetti, tra artisti e curatori», si deve fare ancora molto di più. Quali allora le conclusioni di questa articolata ricerca? L’arte italiana esiste ma manca di una visione d’insieme, manca di un orizzonte di senso nel quale inserire idee e progetti.

Non è questa la sede per analizzare quali siano i legami secolari che intrecciano la storia dell’arte a quella della politica; basti però un rimando. Nella Civiltà del Rinascimento Burckhardt intreccia l’analisi degli artisti e delle loro opere alla storia d’Italia, a quella delle Signorie, delle Repubbliche e in particolare dei Principati con i loro “tiranni”. Sigismondo Malatesta, Cesare Borgia, Federico di Montefeltro, Ludovico il Moro, Lorenzo il Magnifico, nonché papi come Alessandro VI (padre di Cesare Borgia) o Giulio II, sono stati abili capi militari prima che illuminati mecenati. Così come gli artisti-artigiani, in quel tempo, riflettevano su una nuova visione del mondo attraverso l’arte, i principi-tiranni riflettevano su una nuova visione del mondo attraverso la politica: di qui la nascita della forma Stato, sintetizzata nell’espressione lo Stato come opera d’arte.

In conclusione, mettendo per un momento da parte numeri e statistiche, auspicando l’arrivo di un orizzonte di senso di cui gli artisti stessi possano essere portavoce, e ripensando al ruolo dell’arte nella società di oggi, è bello nonché rassicurante ricordare le parole di Italo Calvino nel Midollo del leone sull’importanza della letteratura: «Le cose che la letteratura può insegnare sono poche ma insostituibili: il modo di guardare il prossimo e se stessi, il porre in relazione fatti personali e fatti generali, di attribuire valore a piccole cose o a grandi, di considerare i propri limiti e vizi e gli altrui, di trovare le proporzioni della vita, e il posto dell’amore in essa, e la sua forza e il suo ritmo, e il posto della morte, il modo di pensarci o di non pensarci; la letteratura può insegnare la durezza, la pietà, la tristezza, l’ironia, l’umorismo, e tante altre cose necessarie e difficili. Il resto lo si vada a imparare altrove, dalla scienza, dalla storia, dalla vita, come noi tutti dobbiamo continuamente andare ad impararlo». Lo stesso si può dire dell’arte.

Santa Nastro
Come vivono gli artisti? Vita, economia, rapporto con il settore e pratica
Castelvecchi 2022, pp. 224, € 18,50

In copertina: Marco Raparelli, artist (Wall drawing, particolare) 2017 pennarelli, dimensioni variabili

(1981) si occupa di storia e critica d’arte contemporanea, con particolare riguardo alla relazione che intercorre tra arte, storia e società. PhD in Studi Culturali Europei, è autrice del libro “Marcel Broodthaers. Poetiche dell’ombra” (Mimesis 2018). Ha curato la mostra “No, Oreste, No. Diari da un archivio impossibile” al MAMbo con la relativa pubblicazione (2019) e insegna presso la Fondazione Accademia Internazionale di Imola. Ha scritto saggi e articoli su diverse riviste di settore, collabora con il quotidiano “il manifesto”.