Il testimone barbaro. Paul Paulus Celan e le parole per l’assemblea

Wie sind Fremde / Noi siamo stranieri
Paul Celan

I.

In una lettera a Reinhard Federmann dell’inverno del 1962, una citazione kafkiana da Un medico condotto (Ein Landarzt) rielaborata in forma di terzina è l’occasione per Paul Celan di comporre quella che Camilla Miglio ha definito la «sua firma-pastiche»:

Pawel Lwowitsch Tselan
Ruskij poët in partibus nemetskisch infidelium
’s ist nur ein Jud –

Pawel Lwowitsch Tselan
Poeta russo in partibus di tedeschi infidelium
Non è che un ebreo –

Qui, in una plurivocalità di indizi esposti e tracce occultate, Celan traduce la propria impronta digitale e genetica in una firma capace di condensare in un segno intricato un’esistenza di fuga e viaggi, perdite e memoria; di cifrarla cioè in un emblema che vede il nome di Kafka quasi sovrapporsi in trasparenza al proprio e a cui si assomma inoltre – teste la russificazione onomastica – l’altro avatar celaniano, Osip Mandel’štam. Ma il corto-circuito non finisce qui: nell’invenzione di un «nuovo Nome Proprio», spiega ancora Miglio, risuona inoltre «la memoria del padre, Leo Antschel» e il «toponimo di Lwòw (Leopoli, oggi L’viv), la grande città galiziana fino al 1875 capoluogo del Kronland Galizia-Bucovina (dalla Galizia veniva del resto la famiglia di suo padre). E ancora: la consapevolezza di essere “dall’altra parte”, in partibus infidelium. Infedeli chiamati nemetski, che tradotto, in tutte le lingue slave significa “tedeschi”, che riconduce al significato letterale di coloro i quali non sanno parlare, un po’ come οί βάρβαροι del greco antico. L’etimologia slava viene pienamente accolta da Celan»; sicché «il tedesco di chi lo accusa è la falsa lingua di chi già ha ucciso sua madre». Tante strade lontane convergono avviluppandosi in un solo nome (che per completezza sarebbe Paul Pessach Celan; Pesach, il passaggio, ma anche la «festa che coincide con un massacro», come ha ricordato Davide Brullo). Strade lontane, anche periferiche: che portano il poeta che viene dell’est a ritrovarsi sconfinato nel cuore dell’Europa; lui, al pari delle furie nell’Orestea, eterno straniero residente in terre ospitali eppure ostili e abitate da chi, pur leggendolo, non lo capiva.

Già, perché Celan si rivolgeva propriamente a dei barbari – a qualcuno, cioè, che non comprendeva la sua lingua (dunque nel senso tecnico del lemma, quello impiegato sia dai greci che dai romani per designare gli altri) – non solo in Francia, dove aveva scelto di risiedere, con la famiglia con la quale parlava l’altra sua lingua, il francese; ma anche in quella terra dove il suo idioma sarebbe dovuto risuonare familiare, eppure risultava incomprensibile. In occasione di una serie di letture in Germania, difatti, allorquando Celan si trovò per davvero in partibus infidelium, ossia nel territorio di quel popolo che gli aveva trucidato la famiglia e il popolo, il poeta osservò come persino in quelle terre si ritrovasse straniero: che quel paese gli fosse «Etranger malgré la langue» (come ammise alla moglie – la quale, in altra occasione, si era premurata scrivendo al marito: «Mon Aimé, faites bien attention à vous, parlez bien l’allemand»); parimenti, allorquando – scrivendo ancora a Gisèle, stavolta da Düsseldorf, il 28 settembre 1955 – riconobbe l’estraneità della lingua con la quale componeva le sue poesie rispetto a quella che si parlava in quei luoghi («S’il y a une chose que ce séjour m’a, une fois de plus, apprise, c’est bien celle-ci: la langue dont je fais mes poèmes ne dépend en rien de celle que l’on parle ici ou ailleurs […]. S’il y a encore des sources d’où: pourraient jaillir de nouveux poèmes (ou de la prose), c’est en moi-même que je les trouverais et non point dans les conversations que je pourrais avoir en allemand, avec des Allemands, en Allemagne»).

Eppure, come un vescovo titolare, la cui diocesi si trovava appunto in partibus (ossia nei territori occupati dai Turchi, il nemico miscredente), l’autore di Sprachgitter scelse di radicare la sua esperienza poetica nella stessa lingua – la propria – che era in uso in quelle terre straniere, dove la sua parola riecheggiava incompresa. Si rivolga allora nuovamente lo sguardo a quella firma così sovraccarica di identità, stratificate coagulandosi intorno al nome del poeta: memori della pratica di parlare a chi non comprende, che potrebbe essere intesa come una forma di apostolato post-bellico in assenza di Dio, vox clamantis in partibus infidelium, si presti attenzione a quella parola delle due che sovente passa in sordina – vista l’attenzione che suscita da sempre l’alterazione del cognome Celan, spezzato e poi invertito. Pawel, ovvero Paul: dunque Paolo, come il santo che predicò ai gentili, ai non ebrei; insomma, agli infedeli, a quelli che parlavano un altro idioma: ai barbari, appunto.

Dalla Prima lettera ai Corinzi (14: 1-11):

[…] il glossolalo non a uomini parla bensì a Dio, perché nessuno intende; egli invece in spirito proferisce misteri. Chi al contrario profetizza, a uomini parla, producendo edificazione, esortazione e incoraggiamento. Il glossolalo edifica se stesso; invece il profeta edifica l’assemblea ecclesiale. Ora vorrei che tutti parlaste le lingue, ma di più che profetaste. In realtà è più grande chi profetizza di chi parla in lingue, a meno che egli faccia da interprete, perché l’assemblea ecclesiale riceva edificazione.

Or dunque, fratelli, se io venissi da voi a parlare in lingue, in che cosa potrei giovarvi, se non vi parlassi o con discorso relativo o con parola di conoscenza o con intervento profetico o con pronunciamento dottrinale? […] Così anche voi con la parola glossolalica: se non offrite una parola chiara, come si potrà comprendere ciò che viene detto? Sarete come gente che parla al vento. Chissà quanti generi di lingue esistono al mondo e nessuno è senza lingua. Se dunque non comprendessi il significato della lingua, sarei un barbaro per chi parla, e colui che parla dinanzi a me sarebbe un barbaro.

Chissà quanto Celan sia stato memore di queste parole (forse per nulla, per quanto fosse un lettore dell’apostolo di Tarso): a lui vicine non solo per la consonanza onomastica con il loro autore, quanto semmai per una parziale convergenza di una visione che si potrebbe definire estetico-metodologica e che concorre a fondare la sua deontologia del dire poetico. Nonostante l’incontro dei due Paoli sia poco plausibile, vale la pena di far incrociare perlomeno preliminarmente le strade dei due: se non altro per illuminare diversamente alcuni aspetti della poetica celaniana notori eppure ancora in ombra. Non si dimentichi peraltro, a volerla dire tutta, che non solo Celan portava il nome dell’apostolo che parlò ai gentili, l’apostolo dell’universalismo, ma scrisse le sue poesie in tedesco: la sua lingua, ma che fu già la lingua della prima traduzione popolare, aperta a tutti, della Bibbia; e come Paolo, che parlava e scriveva in un greco assai strano, così Celan, con il suo tedesco poco chiaro ai tedeschi, quale quello di un barbaro.

Ora, se essere barbari significa non saper parlare la lingua dell’Impero, e scrivere poesia, che per un poeta è come parlare, dopo Auschwitz – giusto il monito di Adorno – «è barbarico [ist barbarich]», allora Celan, che proveniva dalla provincia estrema di quello stesso Impero – dapprincipio romano, in seguito Sacro e infine, sanguinariamente, Terzo: il Reich –, parlando una lingua (si vedrà) per sua stessa ammissione incomprensibile che non fa altro che dire, senza nominarlo, ciò che è stato (das, was war), altri non è che il testimone barbaro. Colui cioè che ha visto il Tremendo (per usare le parole di un’altra superstite di quel tempo) ma è sopravvissuto all’incontro; e – a differenza di chi ha fissato negli occhi la Gorgone ma non è tornato per raccontarlo (a detta di Primo Levi, il vero testimone) – racconta da straniero in una lingua strana, niente affatto comprensibile agli altri: gli altri, ovvero gli abitanti dell’Impero, che sono però, al contempo, i barbari residenti in partibus.

La faccenda sembra intricata.

Si riparta dal testo paolino. Dunque, il glossolalo è colui che parla in glosse: il termine «glossa» designava anticamente, presso i Greci, quelle parole poco comuni – perché arcaiche o semplicemente desuete, o anche dialettali – ricercate dai poeti eruditi (in specie gli alessandrini) per i loro componimenti, o studiate dai grammatici. Chi parla in glosse parla insomma con parole particolari, rare, però nessuno lo intende; occorre invece offrire una parola chiara, altrimenti nessuno comprenderà alcunché. D’altronde, esistono tanti generi di lingue al mondo e, in un dialogo, se non si comprende il significato della lingua si diventa barbari rispetto a chi parla, e viceversa: viene cioè a mancare la condivisione di quella «coerenza di designazione» (il cui trasferimento è, per dirla con George Steiner, la traduzione) che consente di riconoscere un noi rispetto a un loro: uomini e barbari. Non serve a nulla allora parlare in glosse, a meno che chi parla non si faccia interprete a favore dell’assemblea: ossia, a meno che chi parla in glosse non interpreti quelle parole strane – da barbaro – agli altri uomini.

II.

Eppure, proprio a degli uomini Celan si rivolgeva: innanzitutto, a quelli che aveva più vicino: «voi umani [Menschen]» fu, infatti, l’appellativo usato dal poeta per rivolgersi al figlio – dopo un episodio particolarmente drammatico che lo riportò in clinica, alla fine di gennaio del 1967 – allorquando indirizzò a Eric un biglietto (datato 8 febbraio 1967) scritto peraltro in tedesco (la sua lingua, certo, seppure in un contesto, quale quello familiare, nel quale Celan parlava abitualmente in francese: l’altro idioma, quello comprensibile): «Mein Sohn Eric, ich grüße Dich. Ich grüße Euch, Menschen».

E fra tutti gli altri umani al mondo, forse non stupisce che l’unico con il quale il poeta bucovino avrebbe potuto intendersi, per sua stessa ammissione, era proprio un altro barbaro, anch’egli proveniente dai margini d’Europa, a quel tempo residente a Parigi e anch’egli, come lui, testimone diretto degli stessi terrificanti eventi. Sì, perché la volta in cui Celan sfiorò l’incontro con Samuel Beckett, irlandese disorbitato nel cuore del vecchio continente ed eletto vertice indiscusso della letteratura postbellica insieme all’autore di Sprachgitter proprio chi aveva pronunciato l’urticante dichiarazione sulla barbarie della poesia nach Auschitz (il cui ripensamento fu maturato peraltro da Adorno giustappunto grazie alla frequentazione dei due scrittori), la volta insomma che i due più grandi autori del secondo Novecento si sarebbero potuti conoscere – dopo un lungo studiarsi da lontano e una o due occasioni mancate –, in un giorno di marzo del 1970 per intercessione di Franz Wurm, Celan declinò l’invito a causa l’estemporaneità dell’incontro non programmato. Ma quando poi rivide l’amico Wurm, di ritorno dall’incontro con i saluti di Beckett, ammise rattristato: «È forse l’unico essere umano con cui avrei potuto intendermi [Das ist hier wahrscheinlich der einzige Mensch, mit dem ich mich verstanden hätte]».

Celan e Beckett: due testimoni barbari che si sono ritrovati a scrivere in terra straniera dopo la guerra con la determinazione radicale di chi ha colto realmente il senso e le conseguenze di quegli eventi catastrofici; e se ci sono riusciti è perché hanno fatto i conti con ciò che era successo innanzitutto alla lingua. Probabilmente è per questo se a quel tempo per l’appunto a Celan e Beckett furono cucite addosso dalla critica le etichette più costringenti e svianti, ermetico l’uno e assurdo l’altro, a fronte di quello che resta il maggiore malinteso letterario del Novecento: mentre gli autori di Sprachgitter e L’Innommable stavano cercando in tutti i modi possibili (con le parole rimaste dopo la guerra) di dire la realtà all’indomani di Auschwitz e Hiroshima, impossibile da esprimere se non con i frantumi di una lingua irrimediabilmente compromessa, la cultura di allora, rubricandone le opere come sperimentazione involuta o esercizio cervellotico, li emarginava – loro, giunti dai margini per dire agli uomini ciò che con una lingua non barbara stentavano a comprendere. Quasi nessuno, al pari di Celan e Beckett, ha cercato di dare senso alle macerie ancora calde della storia – macerie della lingua e della parola prima ancora che urbane e umane – per dare corpo a quel presente, a quell’oggi.

D’altronde, le macerie urbane sono rimaste esposte nelle città di mezza Europa per molti anni dopo la guerra (come si nota vedendole non solo sovraesposte in Germania anno zero di Rossellini, del 1948, ma anche nelle scene di The Third Man di Carol Reed, del 1949) e in alcuni casi durano tutt’ora, per non spezzare il filo del ricordo (come a Oradour-sur-Glane, o nella Frauenkirche di Dresda); queste macerie sono state e risultano tuttora tracce difficili da smaltire e impossibili da occultare. Pertanto, la lingua che dice la realtà – quella di Celan è, difatti, una poesia wirklichkeitbezüglich, referenziale alla realtà – non può che essere una lingua “rovinata” dopo il 1945, irta di quelle macerie che la guerra ha provocato ma che nessun altro, al di fuori del poeta, avrebbe potuto o ha voluto ricomporre: «Sulle proprie macerie sta e spera la poesia [Auf den eigenen Trümmern steth und hofft das Gedicht]», aveva scritto Celan nel 1961. Ecco la sua poesia, ecco il suo gesto.

Ezra Pound, peraltro, negli stessi anni e con ben diverso peso storico sulle spalle, stava cercando di fare lo stesso con la tradizione mondiale, eccedente per i secoli e i millenni di vita, ma poi di fatto esplosa con la guerra in un pulviscolo di brandelli mnemonici, innumerevoli «fragments» che il poeta, sulla scorta di Eliot, ha tentato di puntellare, di scaffalare (shored e shelved sono i verbi che impiega, il primo estrapolandolo direttamente da The Waste Land). Eppure, la critica ha riservato all’esule americano un trattamento differente: «Quando leggono Pound, capiscono perfino il cinese», annota Celan, amareggiato: «Questo pound, lo prestano a strozzo volentieri – non da ultimo anche perché vogliono tenere in vita Shylock come cliché» (siamo ancora nel 1961, allorquando cioè l’affaire Goll è appena deflagrato). La poesia di Celan, al contrario, restava oscura, ermetica, come fu detto da molti (fra i quali lo stesso Adorno): al punto da suscitare nel poeta una risentita “dedica” sulla copia di Sprachgitter regalata al suo traduttore inglese, anch’egli poeta, Michael Hamburger, «niente affatto ermetico!», o un commento – «Nessun trobar clus» – scritto a margine di una lettura dei suoi versi a opera di Gustav R. Hocke e poi riproposto nei suoi Microliti.

III.

Su tutti i giudizi relativi all’incomprensibilità della poesia di Celan, quello che grava forse con maggior peso è quello di Primo Levi. Questi, infatti, pur riconoscendo la grandezza di una poesia come Todesfuge, arrivando anzi a dichiarare ne La ricerca delle radici (1981): «la porto in me come un innesto», in Dello scrivere oscuro, raccolto ne L’altrui mestiere (1985), subito dopo aver liquidato Pound («che forse è pure stato un grande poeta», ma «non deve essere lodato né indicato ad esempio»), aveva rivolto all’opera di Celan un’accusa assai netta: «Ci avvince come avvincono le voragini, ma insieme ci defrauda di qualcosa che doveva essere detto e non lo è stato». D’altronde, la posizione di Levi era inderogabile: «Abbiamo una responsabilità, finché viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno»; insomma, «Se non si è chiari non c’è messaggio affatto».

La scelta etica e politica di dire l’orrore provocato dalla guerra non poteva eludere la scelta, ugualmente impegnativa, di come dire quello stesso orrore: se tradurlo direttamente sulla pagina, come ha fatto Levi, con la stessa lingua di prima (certo piegata innaturalmente fino ad accogliere l’inumanità compiuta da quegli “uomini comuni” che – come ha scritto Steiner – erano capaci di «leggere Goethe o Rilke» la sera, o di «suonare Bach e Schubert», e poi, «il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz»); o se invece tradurre ciò che è accaduto facendo i conti anzitutto con ciò che è accaduto alla lingua, a quella lingua cioè che ha consentito – per anni e anni – di dire ciò che stava accadendo: anzi, di più, come ha mostrato Victor Klemperer nel suo studio sulla lingua del Terzo Reich, di farlo accadere: insomma, la lingua del dopo. A voler azzardare un paragone decisamente forzato: al pari di Picasso, che prima della Seconda guerra mondiale dipinge le vittime di Guernica (1937) sostanzialmente alla stessa maniera in cui rappresenterà i morti della «Greatest War» alla fine di quel sanguinosissimo conflitto, ossia dopo tutto ciò che c’è stato, come ad esempio ne Le Charnier (1944-145, ma si veda anche il successivo Massacre en Corée, del 1951): vale a dire, senza che l’eccezionalità della più atroce fra tutte le guerre della storia alterasse in alcun modo il suo modo di raffigurarla (e come invece avvenne per molti artisti del tempo: Jean Fautrier, Louis le Broquy, ma anche, in certa misura, Salvador Dalí, Francis Bacon e Tadeusz Kantor); così Primo Levi, che pure da quella guerra ricevette – più che l’ispirazione – le stimmate della vocazione alla testimonianza, e dunque alla scrittura («È stata l’esperienza del Lager a costringermi a scrivere», dichiarerà nell’Appendice a Se questo è un uomo): perché Levi racconta l’orrore con una lingua apparentemente intatta, per quanto sovraccarica delle atrocità vissute; una lingua le cui fondamenta culturali emergono ancora riconoscibili, seppure in forma di lacerti memoriali (è il caso, notorio, del capitolo dedicato al canto d’Ulisse: emblema appunto di una lingua/memoria in frammenti, ma ancora comprensibilissima, finanche a uno straniero che quella lingua cerca di intercettare, e capace di significare oggi quello che indicava un tempo).

Levi, insomma, predica la sua testimonianza con la lingua di prima, reclamando per sé stesso e per chi, come lui, prenderà la parola innanzitutto chiarezza, comprensibilità: acché la voce non tradisca la memoria dei fatti. Celan, di contro, parla con la lingua di dopo, chiedendo un ascolto attivo, quello di chi responsabilmente affronti la sua opera cercando e ricomponendo le tracce disperse di qualcosa a cui il massacro bellico ha cambiato di significato. La lingua, per Levi, è la promessa di dire; mentre la lingua, per Celan, è compromessa per dire: ci sarà pure una ragione se il mondo che il poeta bucovino vede davanti a sé è da riprodurre «balbettando», Die nachzustotternde Welt, se insomma l’«uomo» che giunge qui «oggi» (l’oggi, appunto, dopo la catastrofe), «potrebbe, / se parlasse di questo / tempo, solamente / bal- balbettare [er dürfte, / spräch er von dieser / Zeit, er / dürfte / nur lallen und lallen]»? Non sono le parole a essere frantumate dal balbettio, ma è la lingua a balbettare per riuscire a parlare le parole già in frantumi: frantumate dall’eccidio, dall’ecatombe bellica. Balbettare, poi: come fanno i barbari. Ecco perché non si può non parlare la loro lingua, straniera e incomprensibile: d’altronde, Celan l’aveva pur detto – in un aforisma lancinante datato 1948 (ossia proprio all’inizio della sua parabola poetica) – e forse anticipando programmaticamente la strada a venire: «Piégati allo strapotere, ma parla da prigioniero una lingua incomprensibile [Beuge dich vor der Übermacht, aber sprich als Gefangener eine unverständliche Sprache]».

IV.

Paolo – il santo, non il poeta – aveva distinto chiaramente «il glossolalo» da «chi profetizza», chi parla una lingua incomprensibile da chi, al contrario, impiega un idioma chiaro e corrente, ma con un’importante precisazione: «Il glossolalo edifica se stesso; invece il profeta edifica l’assemblea ecclesiale. Ora vorrei che tutti voi parlaste le lingue, ma di più che profetaste. In realtà, è più grande chi profetizza di chi parla in lingue, a meno che egli faccia da interprete, perché l’assemblea ecclesiale riceva edificazione». È vero che, parlando in glosse, si corre il rischio di non andare al di là di sé stessi; ma il punto, decisivo per l’ermeneutica del poeta bucovino, è che Celan, con la sua poesia, non sta facendo altro che questo: interpretare; egli interpreta la realtà per come l’ha trovata dopo la guerra e dopo il massacro e lo fa a favore dell’assemblea, di tutti gli uomini. Celan scrive con le macerie della lingua che sono rimaste, e il suo fare poesia è giustappunto lo sforzo di interpretare quei resti di vita che, compromessi dal conflitto, oggi non raggiungono più la piena leggibilità.

Forse il suo continuo rifarsi alle stelle e alle costellazioni può anche essere letto come il tentativo di trovare finalmente, non riscontrandone più traccia sulla terra, elementi ancora in grado di conservare la loro antica capacità di corrispondenza: rivolgersi agli astri – dopo il dis-astro – potrebbe essere il tentativo di scovare qualcosa che non ha smesso di comunicare il suo significato, che non ha interrotto il dialogo; nell’inesausta traiettoria spaziale che la luce della stella compie per raggiungere l’occhio umano, irradiandosi attraverso il tempo e lo spazio, il filo che conduce il corpo celeste al suo osservatore sulla Terra resta saldo per quanto flebile e nonostante il ritardo con il quale giunge la sua luminosità. Sulla terra, al contrario, il filo che conduce dalla cosa al senso che l’uomo le offre si è spezzato, la relazione viene meno (e pertanto va risarcita: con l’agire anzitutto linguistico del poeta). Le stelle, dal lontanissimo buio intergalattico, continuano a durare il loro senso. Nella loro inviolabilità iperuranica, sono immuni dai conflitti: o lo sarebbero, se l’uomo non le avesse raggiunte inventando delle corrispondenze inedite, vergognose; costellazioni terrestri capaci di disorbitare le stelle, attirandole sulla Terra per costringerle a nuove significazioni: la stella di David appuntata al petto degli ebrei è la ferita dell’Impero alla volta celeste, intatto per millenni e ora sfigurato.

Nel perduto legame con il senso delle cose, compromesso dalla guerra, risiederebbe l’inesausto sforzo enciclopedico che ha spinto Celan a compulsare enciclopedie, dizionari e volumi specialistici di geologia, botanica, fisica e astronomia: occorreva ridestare lo strato di senso sepolto dalla cenere della storia che, dopo il 1945, sommergeva ogni parola, al fine di ricostruire nuovi canali di comunicabilità – essendo i precedenti, fino ad allora consueti, oramai non più funzionanti. «Chissà quanti generi di lingue esistono al mondo e nessuno è senza lingua», esclamava ancora Paolo, di Tarso: «Se dunque non comprendessi il significato della lingua, sarei un barbaro per chi parla, e colui che parla dinanzi a me sarebbe un barbaro». Lo scandaglio nel vocabolario della natura per trovare termini tecnici e specialistici, rari e inconsueti – vale a dire proprio le glosse, nel senso antico del termine, ricercate dai poeti – è il tentativo di Celan non ignorare la potenza delle parole, di recuperarne il senso perduto nella voragine spalancata dal massacro; affinché, con la lingua che si è ritrovato a parlare, potesse scoprire il modo per balbettare la realtà in frantumi così da ricomporla in versi e parlare finalmente l’unico idioma possibile dopo ciò che è stato: quello di chi deve inderogabilmente dire ma non può più farlo con la stessa lingua di prima. Sarà, la sua, una voce incomprensibile: come quella di un testimone barbaro che arriva nel cuore dell’Impero per raccontare ai suoi abitanti cosa hanno fatto con le parole e cosa hanno fatto alle parole.

Notizia bibliografica

Il germe di questo articolo è spuntato d’estate, nell’intersezione fra due riletture: il libro Vita a fronte. Saggio su Paul Celan, Quodlibet, Macerata 2005, di Camilla Miglio e l’Introduzione: la lingua minore di Andrea Cortellessa al suo La fisica del senso. Saggi e interviste su poeti italiani dal 1940 a oggi, Fazi, Roma 2006; se poi è germogliato, è stato per l’ulteriore slancio provocato dalla lettura dei primi capitoli di Ricercar per verba. Paul Celan e la musica della materia, il nuovo e prossimo libro di Camilla Miglio (se ne è letta un’anticipazione qui); e se, infine, fiorisce, è grazie all’ospitalità di Andrea Cortellessa e della rivista che cura. Pertanto, con loro due sono debitore – oltre che dei tanti suggerimenti e degli innumerevoli spunti ben riconoscibili in queste pagine – di una generosità che non è mai venuta meno: per questo, grazie.

Il passo di Kafka alluso da Celan è: «Spogliatelo, e lui guarirà, | e se non guarisce, uccidetelo! | Non è che un medico, non è che un medico [Entkleidet ihn, dann wird er heilen, | Und heilt er nicht, so tötet ihn! | ’s ist nur ein Arzt, ’s ist nur ein Arzt]» (F. Kafka, Un medico condotto, in Id., La metamorfosi e tutti i racconti pubblicati in vita, a cura di A. Lavagetto, Feltrinelli, Milano 1991, pp. 152-6, qui a p. 156). Il 23 gennaio 1962 Celan aveva mandato una lettera con la stessa citazione a Theodor Adorno: «[per loro] Non esisto. (“Poiché non è possibile che esista ciò che non può esistere”) | “E se non guarisce, allora uccidetelo”… | È solo un ebreo. | E ridotto alla stregua di un oggetto, può essere letterariamente adoperato in un modo o in un altro» (la cito da T. W. Adorno-P. Celan, Solo, con me stesso e le mie poesie. Lettere 1960-1968, a cura di J. Seng, traduzione di R. Di Vanni, Archinto, Milano 2011, pp. 60-3, a p. 61). Per la lettera a Federmann si veda R. Federmann, In memoriam Paul Celan. Briefe, «Die Pestäule», I, I (1972), pp. 17-21, alle pp. 17-8, che cito tradotta da C. Miglio, Vita a fronte cit., p. 95 (e da p. 96 la seconda citazione). Ha parlato del secondo nome di Celan, Pessach, Davide Brullo qui.

Le citazioni dalle lettere di Celan e sua moglie provengono dall’epistolario P. Celan-G. Celan-Lestrange, Correspondance, due voll., a cura di B. Badiou con la collaborazione di E. Celan, Seuil, Paris 2001, I, rispettivamente pp. 22, 77 e 83.

Il brano paolino, che si cita dall’edizione San Paolo, Lettere, a cura di G. Barbaglio, Rizzoli, Milano 2017, pp. 169-171, è al centro di una riflessione – particolarmente ispirante per queste pagine – decisiva per mettere debitamente in luce le politiche e le poetiche linguistiche degli autori del nach Auschwitz e intorno alla quale gravitano le stesse voci di questo testo: oltre a Celan, Beckett e Levi (ma si potrebbe aggiungere anche un’altra «figlia della guerra»: Amelia Rosselli), ovvero quella offerta da A. Cortellessa nell’Introduzione: la lingua minore cit., pp. XXIX-XLV, specialmente alle pp. XXX-XXXIV (il quale rimanda ad alcune delle più stimolanti riletture dell’opera paolina comparse negli ultimi anni: G. Agamben, Pascoli e il pensiero della voce [1982], in Id., Categorie italiane. Studi di poetica e letteratura, Laterza, Roma-Bari 2010, pp. 61-72 e Id., Il tempo che resta. Un commento alla Lettera ai romani, Bollati Boringhieri, Torino 2000; A. Badiou, San Paolo. La fondazione dell’universalismo [1997], traduzione di F. Ferrari e A. Moscati, Cronopio, Napoli 1999; G. Frasca, La letteratura nel reticolo mediale. La lettera che muore, seconda edizione, Sossella, Roma 2015, specie le pp. 37-48).

La celebre dichiarazione di Adorno, pubblicata per la prima volta in Crisi della cultura e società (Kulturkritik und Gesellschaft) nel 1951 – «La critica della cultura si trova dinnanzi all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie: scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie [nach Auschwitz ein Gedicht zu schreiben, ist barbarisch], e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie» –, si legge in T.W. Adorno, Critica della cultura e società, in Id. Prismi. Saggi sulla critica della cultura, traduzione di C. Mainoldi et al., Einaudi, Torino 1972, pp. 3-22: 22.

Prossima al Tremendo, «with the hatchet behind / our shoulders», fu Amelia Rosselli: cfr. A. Cortellessa, Amelia Rosselli, una vicinanza al Tremendo, in Id., La fisica del senso cit., pp. 317-339; le dichiarazioni di Levi sul vero testimone si trovano ne I sommersi e i salvati («non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. È questa una nozione scomoda, di cui ho preso coscienza a poco a poco, leggendo le memorie altrui, e rileggendo le mie a distanza di anni. Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i “mussulmani”, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione […]. Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma è stato un discorso “per conto di terzi”, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l’opera compiuta, non l’ha raccontata nessuno, come nessuno è mai tornato a raccontare la sua morte […]. Parliamo noi in loro vece, per delega»: P. Levi, I sommersi e i salvati, in Id., Opere, 2 voll., a cura di M. Belpoliti, introduzione di D. Del Giudice, Einaudi, Torino 1997, II, pp. 1056-1057).

Le parole di George Steiner sulla traduzione provengono da G. Steiner, Dopo Babele. Aspetti del linguaggio e della traduzione [1975], traduzione di R. Bianchi e C. Béguin, Garzanti, Milano 2004, p. 253; mentre la lettera al figlio Eric si legge in P. Celan- G. Celan-Lestrange, Correspondance cit., I, p. 499.

Riguardo al triangolo Adorno-Beckett-Celan, preliminari sono la ricostruzione dei rapporti fra il filosofo e il poeta bucovino di P. Gnani, Scrivere poesie dopo Auschwitz. Paul Celan e Theodor W. Adorno, La Giuntina, Firenze 2010 e la raccolta degli studi che il pensatore di Francoforte dedicò all’autore irlandese, T.W. Adorno, Il nulla positivo. Gli scritti su Beckett, a cura di G. Frasca, L’Orma, Roma 2019, in cui la postfazione di G. Frasca, «Planspiel oder Endspiel»: Samuel Beckett in Germania (pp. 193-239), chiarisce la storia della relazione fra i due; infine, in merito ai rapporti fra Celan e Beckett, che per anni si sono studiati da lontano senza mai avvicinarsi, e ai loro incontri mancati (quello succitato è ricordato, fra gli altri, da D. Borso nella sua Nota introduttiva a P. Celan, Oscurato, a cura di D. Borso, Einaudi, Torino 2010, pp. V-XV: XIV, n. 27), mi permetto di rinviare a T. Gennaro, La traccia dell’addio delle cose. Macerie urbane, umane e culturali nel secondo dopoguerra, Sapienza Università Editrice, Roma 2017, pp. 183-219.

Circa la questione delle macerie postbelliche, esposte o occultate, si vedano perlomeno i due studi di A. Tarpino, Geografie della memoria. Case, rovine, oggetti quotidiani, Einaudi, Torino 2008 e E. Pirazzoli, A partire da ciò che resta. Forme memoriali dal 1945 alle macerie del Muro di Berlino, Diabasis, Bologna 2010. Sulla poesia wirklichkeitbezüglich di Celan cfr. B. Maj, «durch… den Büßerschnee…». L’ultima poesia del ciclo Atemkristall, in Paul Celan in Italia. Un percorso tra ricerca, arti e media 2007-2014, a cura di D. D’Eredità, C. Miglio e F. Zimarri Sapienza Università Editrice, Roma 2015, pp. 274-284, pp. 276-277, n. 6.

L’aforisma di Celan sulla poesia che sta e cresce sulle macerie si legge in P. Celan, Microliti. Aforismi, abbozzi narrativi e frammenti di poetica, a cura di D. Borso, Mondadori, Milano 2020, p. 121, mentre quello su Pound è alla p. 129. La definizione di Celan come ermetico è stata espressa da Theodor W. Adorno nella postuma Teoria estetica, a cura di G. Adorno e R. Tiedemann, traduzione di E. De Angelis, Einaudi, Torino 1975, p. 538 (dove il poeta bucovino è definito «il più grande ermetico del Novecento»); dà notizia della dedica a Hamburger lo stesso nella sua Introduction, in P. Celan, Selected Poems, traduzione e introduzione di M. Hamburger, Penguin, Harmondsworth 1988, p. 17 (traggo la notizia da C. Miglio, Vita a fronte cit., p. 177, n. 17); il commento sul trobar clus lo si legge in P. Celan, Microliti cit., p. 91.

Le citazioni di Levi provengono da P. Levi, Opere cit., e rispettivamente dalle seguenti pagine: La ricerca delle radici, vol. II, p. 1513; Dello scrivere oscuro, vo. II, pp. 679-81. La frase di George Steiner riportata proviene da Linguaggio e silenzio. Saggi sul linguaggio [1967], trad. it. R. Bianchi, Garzanti, Milano 2006, p. 9, mentre il riferimento agli «uomini comuni» rimanda al libro di C. Browning, Uomini comuni. Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia [1992], traduzione di L. Salvai, Einaudi, Torino 2044 (in particolare, si vedano le pp. 165-198 e la Postfazione del 1998 alle pp. 203-244). Si fa riferimento all’opera di V. Klemperer, LTI. La lingua del Terzo Reich- Taccuino di un filologo [1947], traduzione di P. Buscaglione Candela, La Giuntina, Firenze 2011; ha parlato di «Greates War» in merito alla Seconda guerra mondiale G.L. Weinberg, A World of Arms. Global History of World War II, Cambridge University Press, Cambridge 1994, p. 3; la citazione di Levi dall’Appendice di Se questo è un uomo proviene invece da P. Levi, Opere cit., I, p. 200.

Le citazioni dalle poesie di Celan sono tratte da P. Celan, Poesie, a cura e con un saggio introduttivo di G. Bevilacqua, Mondadori, Milano 1998, rispettivamente pp. 1126-1127 (Die nachzustotternde Welt) e 380-381 (Tübingen, jänner), mentre l’aforisma del 1948 sulla «lingua incomprensibile» si legge in P. Celan, Microliti cit., p. 11.

L’intero articolo, e forse il paragrafo 4 più di ogni altro, è il frutto di riflessioni scaturite dalla lettura delle pagine di Camilla Miglio, Ricercar per verba. Paul Celan e la musica della materia, di prossima uscita presso Quodlibet e anticipate qui e qui.

In copertina: uno scatto di Josef Sudek

(Roma, 1987) si interessa di letterature comparate: ha pubblicato articoli su riviste e volumi relativi, fra gli altri, agli eredi novecenteschi del “Don Quijote” («Studi germanici», 2016), all’eredità otto-novecentesca di Leopardi (Carocci, 2018) e ai rapporti di Samuel Beckett con l’arte («Immagine e parola», 2020); ed è autore di due monografie dedicate alle poetiche postbelliche (“La traccia dell’addio delle cose. Macerie urbane, umane e culturali nel secondo dopoguerra”, Sapienza University Press 2017) e a Samuel Beckett (“Irishless. Samuel Beckett e la cultura europea”, «Studi irlandesi», Firenze University Press 2018).