Il monumento a Felice

Nell’accesa discussione sui monumenti delle ultime settimane, si è trascurato forse un aspetto non secondario: a volte un monumento può suscitare una certa simpatia che il personaggio a cui è dedicato non merita affatto. Così capita che, volendo saperne di più, le statue ci facciano dischiudere orizzonti di storie inaspettati. E’ un meccanismo legato all’abitudine o a certi momenti particolari della vita: invece di far ricordare, un monumento può far dimenticare, ma anche solleticare la curiosità. Gli eroi della Storia, quando non sono vittime, sono un po’ tutti a più facce, né del tutto bianchi né del tutto neri, anche se si sono macchiati di cose orrende.

Quando andai per la prima volta a Varsavia, nel gennaio del 1977, mi capitò di star seduto in aereo accanto a un giovanotto bergamasco elegante, coi capelli rosso carota e il volto offuscato da una galassia di lentiggini, che stringeva tra le mani un bouquet di carciofi freschi, tenuti assieme con un elegante nastrino rosso. A un certo punto non potetti trattenermi dal chiedergli che cosa significasse. Mi spiegò, sorridendo timidamente, che in Polonia non c’erano carciofi e che la sua ragazza li aveva molto apprezzati quando era venuta a trovarlo in Italia. Così “invece del solito banale mazzo di fiori” aveva pensato di donare a lei, che lo aspettava all’aeroporto, questo spinoso e originale segno d’amore. In effetti la biondina che si lanciò ad abbracciarlo, non appena si aprirono i portelloni dietro il controllo passaporti, lo apprezzò tantissimo. Era venuta accompagnata da un’amica. Si proposero di darmi un passaggio verso il centro in una striminzita ed esausta automobilina Fiat polacca. Poi mi invitarono nel loro monolocale, si bevve molto e si fece tardissimo, sgranocchiando carciofi.

Durante la notte cadde una montagna di neve e, scostando le tende per ammirare quello spettacolo, scorsi alla debole luce arancione dei lampioni, al centro della piazza, un monumento scuro con un poliziotto intirizzito che gli faceva da guardia. Scesi giù, attraversai i binari del tram e lo raggiunsi. Mi guardò in cagnesco, sospettoso. Il signore della statua stava su un alto piedistallo intabarrato in una sorta di mantello e protendeva le mani in avanti con le palme rivolte all’insù. Aveva un’aria triste e sembrava che chiedesse pietà. “Scusi, chi è?”, chiesi alla sentinella. Quello mi rispose sorpreso: “Feliks Dzierzynski”. Non avendo compreso bene quella scarica di consonanti gettai un’occhiata al basamento. C’era scritto: “Feliks Dzierzynski to duma polskiego ruchu rewolucyjnego” (“Feliks Dzierzynski è l’orgoglio del movimento rivoluzionario polacco”). A me risultava fosse un russo sanguinario, fondatore della famigerata Čeka, la polizia politica bolscevica. Salutai, girai i tacchi e mi feci un ampio giro per non fargli capire dove abitassi e scoprire che la piazza prendeva il nome proprio dal signore della statua: Plac Dzierzynskiego.

Il monumento a Feliks Dzierzynski, Varsavia

Al mattino seguente mi feci anzitutto un’idea di quello strano luogo: più che una piazza era un ampio slargo stradale. Sul lato di fronte a dove avevo pernottato (un lungo e basso palazzo anni Sessanta appoggiato su una serie continua di vetrine, molte della quali appartenenti a una malinconica libreria specializzata per lo studio delle lingue) si ergeva il ministero del Tesoro: un grande complesso di edifici neoclassici con molte inutili colonne, opera dell’architetto livornese Antonio Corazzi (1792-1877), che dal 1818 abitò e progettò per 27 anni a Varsavia, prima di tornarsene a insegnare all’Accademia di Belle arti di Firenze. Dietro quei palazzi, un tempo si estendeva il quartiere ebraico che, durante la Seconda guerra mondiale, fu trasformato nel più grande ghetto nazista d’Europa (contenne fino a 450.000 persone in condizioni disumane). Dall’altra parte della piazza si ergeva la Grande sinagoga, progettata dall’architetto, sempre di origini italiane, Leandro Jan Marconi (1834-1919), figlio del grande architetto neoclassico Enrico Marconi (1792-1893) molto attivo in Polonia a partire dal 1822. La Grande sinagoga di Varsavia fu inaugurata nel 1878 e fatta saltare in aria personalmente, il 16 maggio 1943, dal comandante nazista Jürgen Stroop come atto conclusivo della sconfitta dell’eroica Rivolta ebraica e della liquidazione del ghetto. Nel 1977 al posto delle rovine della Sinagoga c’era uno scheletro di travi arrugginite circondate da una palizzata lignea. Si diceva che avessero tentato più volte di costruirci sopra un palazzo ma, a causa di una non meglio precisata “maledizione del rabbino”, tutte le volte si era verificato un crollo o un grave incidente. Negli anni Ottanta una ditta jugoslava si fece di nuovo coraggio e così, dal 1991, lì svetta un bruttissimo grattacielo per uffici con vetri celesti. Come “ricompensa” alla comunità ebraica sono stati assegnati tre piani e, al pianterreno, uno spazio espositivo per l’adiacente Istituto storico ebraico. Sul lato più stretto c’è un grande parco (chiamato Giardino Sassone), e su quello opposto si staglia il lugubre isolato occupato dall’edificio neoclassico Palac Mostowskich (ricostruito, nel 1826, su un precedente edificio della metà del Settecento, sempre da Antonio Corazzi), sede della polizia dove, nell’ex salone da ballo, molti oppositori sono state pesantemente percossi.

Al centro di tutti questi edifici e rovine così carichi di storia si ergeva appunto la statua di Feliks Dzierzynski. Non era un caso forse che stesse nei pressi del palazzo della Polizia. A Mosca, davanti alla Lubjanka, ovvero il palazzo del Kgb, sorgeva una grande statua raffigurante Feliks Edmundovič Dzeržinskij (che venne abbattuta dopo il crollo dell’Unione sovietica) e, nella stessa piazza, aveva sede la fabbrica, da lui fondata, delle calcolatrici meccaniche “Feliks” (le più diffuse nell’Urss prima dell’avvento dell’elettronica).

Ma che differenza c’è tra il polacco Feliks Dzierzynski e il russo Feliks Edmundovič Dzeržinskij?

Nato nel 1877 in una famiglia dell’aristocrazia lituano-polacca (suo padre era un insegnante di fisica e matematica), presso la tenuta di famiglia “Dzeržinovo”, a circa 15 km da Ivjanec (nella regione di Minsk, oggi in Bielorussia), Dzeržinskij era un ragazzo ribelle che si dichiarava “cristiano” ma non “cattolico”, scriveva poesie e traduceva quelle di Puškin, Lermontov e Nekrasov; suonava bene il pianoforte e amava eseguire le Ballate di Chopin e le sdolcinate musiche di Stanislaw Moniuszko. Aderì giovanissimo al marxismo e venne espulso da tutte le scuole di Vilnius nel 1896 per “propaganda rivoluzionaria”. Poi iniziò a essere arrestato e a passare da una prigione all’altra (per undici anni della sua vita): fu deportato in Siberia dal 1897 al 1900 su ordine della polizia zarista. Evase nel 1901 e, per recuperare le forze, andò a Capri dove fece amicizia con Maksim Gorkij, che lo aiutò finanziariamente. Poi si trasferì a Berlino, per tornare nuovamente nella Polonia sotto il dominio russo nel 1905 e prendere parte alla sollevazione dello stesso anno. Fu accusato, dai socialisti polacchi, di essere un provocatore al soldo della polizia zarista (Ochrana). Comunque fu nuovamente arrestato e rilasciato soltanto nel 1910. Il 10 novembre di quell’anno, nella chiesa di San Michele a Cracovia, sposò Zofia Julia Muszkat, di origini ebraiche (l’anno seguente nacque il loro unico figlio, Jan, morto a Mosca nel 1960). Dal 1912 si trasferì stabilmente in Russia. Le sue caratteristiche di onestà personale e incorruttibilità, insieme all’adesione incondizionata all’ideologia bolscevica, gli valsero un rapido riconoscimento e l’attribuzione del soprannome “Feliks di ferro”. Victor Serge (nelle Memorie di un rivoluzionario) lo descrive così: “Idealista probo, implacabile e cavalleresco, dal profilo emaciato da inquisitore, fronte grande, naso ossuto, baffi ruvidi, un viso che esprime stanchezza e durezza. Il partito aveva pochi uomini di questa tempra”.

Feliks Edmundovič Dzeržinskij

Lenin considerava Dzeržinskij un eroe della Rivoluzione e lo incaricò di organizzare la lotta contro i “nemici interni”. Così, il 20 dicembre 1917, l’aristocratico polacco diventato fedele bolscevico dette vita alla “Commissione straordinaria panrussa per combattere la controrivoluzione e il sabotaggio” (più conosciuta come Čeka). Ma il fanatico Dzeržinskij esagerò, inaugurando una pratica di terrore poliziesco che avrebbe trovato il suo tragico culmine negli anni di Stalin. Persino Lenin, ormai malato, se ne accorse e lo condannò. In una nota su La questione delle nazionalità o dell’autonomia (dicembre 1922) Lenin scrisse: “Penso che un ruolo fatale sia stato giocato dalla fretta di Stalin e dalla sua fissazione per l’amministrazione, come pure dalla sua ossessione per il famigerato ‘social-nazionalismo’. L’irritazione ha in politica un ruolo disastroso. Temo anche che il compagno Dzeržinskij, che si è recato nel Caucaso per indagare sui ‘crimini’ di questi ‘social-nazionalisti’, si sia pure distinto per il suo atteggiamento al cento per cento russo (sappiamo che gli allogeni russificati come lui forzano sempre questo tema), e che la sua commissione si sia caratterizzata per l’uso delle ‘vie di fatto’. Penso non si possano giustificare queste vie di fatto con nessuna provocazione od oltraggio, e che il compagno Dzeržinskij abbia commesso un errore irreparabile giudicando con troppa leggerezza”.

Il 31 gennaio del 1924 Dzeržinskij fu nominato presidente del Consiglio superiore dell’economia nazionale e fu quindi uno degli artefici della Nuova politica economica (NEP) decisa da Lenin per ridare slancio a un’economia stremata da sette anni di guerra civile (che causò, anche per le carestie, tra i 3 e 10 milioni di morti). Nel giugno 1926 morì improvvisamente per un attacco cardiaco, dopo una tempestosa riunione del Comitato centrale nella quale aveva pronunciato un violento discorso contro Kamenev e Pjatakov, avversari di Stalin.

Per tutta la vita, Feliks rimase molto legato, seppur a distanza (è stata pubblicata la loro fitta corrispondenza: Listy do siostry Aldony, Warszawa 1951), a sua sorella maggiore, Aldona Jadwiga (1870-1966), insegnante, rimasta in Polonia, il cui primo figlio, Antoni Jerzy Bulhak, imparentato con il maresciallo Pilsudski, combatté come ufficiale della cavalleria polacca contro i compagni dello zio, nella guerra russo-polacca del 1920, e nel 1939 emigrò per sempre in Canada. L’altro figlio, Rudolf, grande frequentatore di bordelli, nel 1915 contrasse la sifilide e si suicidò. Dzierżyński perse invece del tutto i contatti con il fratello più piccolo, Wladyslaw (1881-1942), famoso neurologo e psichiatra, autore del primo testo accademico polacco in materia (Dystrophia periostalis hyperplastica familiaris, 1913), che venne fucilato dai tedeschi a Lódz, dove si era stabilito dal 1930, assieme ad altri 99 polacchi, in rappresaglia per l’uccisione di due membri della Gestapo.

Il 21 giugno del 1951 (anniversario della sua morte) fu eretto a Varsavia il monumento (non in bronzo ma in cemento colorato) in onore di Feliks Dzierzynski, alla presenza delle massime autorità, del ministro degli Esteri sovietico Molotov e del maresciallo Žukov. La piazza, che si chiamava Plac Bankowy (piazza della Banca) da allora si chiamò ufficialmente Plac Dzierzynskiego, anche se nessun tassista accettava quel nome: per la maggior parte dei varsaviani continuò a chiamarsi piazza della Banca.

Abbattimento del monumento a Feliks Dzierzynski, Varsavia (1989)

Da subito iniziarono, contro la statua, frequenti “azioni di provocatori”: gli dipingevano le mani con la vernice rossa. Lo zio di un mio amico, nel 1956, venne arrestato in flagrante mentre, dopo una colossale bevuta notturna, stava orinando sul piedistallo. Pare lo facessero in molti (là vicino c’erano parecchi locali aperti fino a tardi…). Per questo fu deciso di porre un poliziotto di guardia, durante la notte, alla statua (secondo alcuni fu anche rialzato il piedistallo affinché le mani fossero difficilmente raggiungibili se non montando sulle spalle di un complice e dando quindi nell’occhio). Il 10 febbraio del 1982, durante lo stato di guerra, il sedicenne Emil Barchanski riuscì comunque, con l’aiuto di alcuni amici, a insozzare di rosso la statua e a darle anche fuoco. Fu arrestato il 3 marzo dalla polizia politica. Negli uffici della polizia venne massacrato di botte. Il suo cadavere fu ripescato nella Vistola.

Tornata la Polonia alla democrazia, dinanzi a una folla festante, il 16 novembre 1989, i funzionari dei Lavori pubblici tolsero la statua (che ora è conservata nei magazzini del Museo di storia polacca) e la piazza riprese a chiamarsi ufficialmente piazza della Banca. Non proprio nello stesso posto, ma qualche metro più in là, è stata eretta (il 20 settembre del 2001) la statua dedicata al grande poeta romantico Juliusz Slowacki. Brutta anche quella. Come giustamente disse il poeta Vladímir Majakóvskij: “Non ha senso buttar giù la statua dello Zar per collocarne al suo posto una di un rivoluzionario, ma nello stesso vecchio e retorico stile!”.

(Questo articolo è uscito su “il Foglio” il 9 luglio)

In copertina: abbattimento del monumento a Feliks Dzierzynski, Varsavia (1989)

(Firenze, 1955) ha studiato filosofia, arte e letteratura a Firenze e Varsavia. Ha curato le opere di Witold Gombrowicz (presso Feltrinelli e il Saggiatore) e di Bruno Schulz (Einaudi). Ha scritto: “Immaturità. La malattia del nostro tempo” (Einaudi, 2004; nuova edizione ampliata: 2014); “Che fine faranno i libri?” (Nottetempo, 2010); “Vado a vedere se di là è meglio. Quasi un breviario mitteleuropeo” (Sellerio, 2010; Premio Dessì per la letteratura); “Chernobyl”(Sellerio, 2011); “L’ambaradan delle quisquiglie” (Sellerio, 2012); “La memoria degli Uffizi” (Sellerio, 2013); “In occasione dell’epidemia” (Edizioni Casagrande, Bellinzona CH, 2020). Collabora a “ilPost.it” e “doppiozero.com". Nel 2013 ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński.