È il 29 maggio 1985. Allo stadio Heysel di Bruxelles si gioca la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. L’impianto è vecchio, malmesso, privo dei requisiti minimi di sicurezza. Migliaia di tifosi juventini partono dall’Italia, convinti che sarà una serata storica, quella della vittoria definitiva. La più importante. Purtroppo, l’organizzazione è approssimativa, così una parte di loro si ritrova, per errore o per sottovalutazione del rischio, a pochi metri dagli hooligans del Liverpool. Li separa solo una rete leggera.
Durante l’attesa, i cori aumentano, via via diventano più aggressivi, provocatori, carichi di ostilità. Qualcuno inizia a lanciare oggetti: bottiglie, pezzi di plastica, pietre raccolte chissà dove, aste delle bandiere che diventano armi improvvisate. La tensione cresce. Ogni minuto, è più vicina all’esplosione.
Finché, intorno alle 19:20, esplode.
Un gruppo di tifosi inglesi abbatte la rete, sfonda, travolge tutto ciò che incontra; i settori collassano, la gente urla, spintona, cade, corre in ogni direzione. Non c’è un’uscita. Non c’è spazio. Non c’è nemmeno tempo per capire che cosa stia succedendo: chi è davanti viene schiacciato, chi è dietro spinge, chi è sotto non si rialza. La polizia interviene, ma non basta, c’è troppa disparità di numero rispetto alla folla.
All’improvviso, uno dei muri interni cede. Muoiono trentanove persone. I feriti sono centinaia. Ciononostante, alle 21:40, con un’ora e mezza di ritardo, si gioca.
Lo scorso 29 maggio, a quarant’anni esatti dalla tragedia dell’Heysel, è stata inaugurata a Torino un’opera commemorativa intitolata Verso Altrove. Curata da Luca Beatrice, recentemente scomparso, e ideata da Luca Vitone, tra gli artisti italiani più impegnati sui temi di identità e memoria collettiva, è situata in un’area verde di circa duemila metri quadri, a pochi passi dall’Allianz Stadium, dal centro sportivo e dalla sede della Juventus.

L’opera consiste in una rampa, lunga sessantacinque metri e alta cinque, che si sviluppa in una spirale percorribile a piedi, pensata per essere accessibile anche a persone con disabilità motorie. Il percorso conduce a una piattaforma dove si trova un cannocchiale, che gode di una particolarità: le lenti sono montate al contrario, costringendo lo sguardo a ridurre il campo visivo, a focalizzarsi sull’altrove, su qualcosa che si allontana mentre si prova a fissarlo.
Verso Altrove non è una scultura da contemplare. Non è un memoriale in senso classico. La sua funzione non è nemmeno quella di raccontare o di spiegare i fatti accaduti nel 1985; piuttosto, la sua funzione è di offrire un’esperienza.

Io quest’esperienza l’ho vissuta qualche giorno dopo l’inaugurazione, da solo. Innanzitutto sono rimasto sorpreso dal modo in cui le pareti della rampa, formate da assi di legno sfalsate, lasciano entrare il paesaggio, ma al contempo ne limitano la visione, creando così una situazione in cui lo sguardo viene trattenuto all’interno, orientato dalla direzione della salita, dalla torsione progressiva della rampa e dal ritmo stesso dei passi.
Sul lato destro, corrono delle luci al led che seguono l’andamento della spirale, rendendola visibile anche nelle ore notturne o dall’alto, per esempio da chi attraversa il cielo decollando o atterrando all’aeroporto di Caselle.
Appena ho raggiunto il termine della rampa, mi sono guardato intorno: l’opera è installata in una zona laterale, al margine di una delle vie tramite le quali il pubblico fluisce verso lo stadio. Di solito, chi assiste a una partita entra ed esce in tempi rapidi, senza soffermarsi, ma proprio questa marginalità, sfruttata con intelligenza da Vitone, può trasformare lo spazio di transito in un giardino, in una pausa dentro l’automatismo della corsa allo spettacolo sportivo.
La scelta delle piante che circondano Verso Altrove ha una precisa intenzione simbolica oltre che estetica: cespugli di lavanda, per il profumo; alberi di Ginkgo Biloba, per la memoria.
L’opera mi ha invitato a rallentare, ad allineare il tempo del corpo con quello del pensiero, ma quando finalmente mi sono avvicinato al cannocchiale, e ho guardato dentro, con una certa sorpresa non ho visto più lo stadio, né Torino, né le Alpi: al loro posto è riaffiorato un comunissimo bar dell’oratorio, ed era il 29 maggio del 1985.
Erano passati pochi mesi dall’insediamento di Gorbaciov alla guida dell’Unione Sovietica, dagli attentati di Beirut e dalla scoperta del primo buco nell’ozono. Io avevo due anni e due mesi. E di quel mercoledì sera, ricordo poco, quasi nulla; so soltanto che volevo restare sveglio, andare a giocare, salire sulle altalene.
Mio padre mi ha raccontato che gli adulti parlavano a voce alta, spostavano sedie di plastica da un tavolo all’altro, cercando il posto giusto per sistemarsi davanti alla televisione e guardare la partita tutti riuniti. Lui mi teneva sulle ginocchia, provava a tranquillizzarmi, diceva che l’avremmo vista così, mangiando il gelato con gli amici, senza agitarci troppo. Era la finale. Era l’apice della stagione sportiva – sebbene ancora non lo sapevo, e non sapevo nemmeno che da lì a pochi anni avrei tifato la Juventus, proprio come mio padre, e come mio nonno prima di lui.
Il calcio d’inizio era previsto per le 20:15, ma gli scontri sugli spalti avevano già cambiato tutto.
Nel bar c’era qualcuno che continuava a camminare nervosamente, e altri che bevevano in silenzio; e poi c’era chi bisbigliava tra sé e sé che forse non si sarebbe giocato, e chi invece faceva domande senza ricevere risposte chiare. E, infine, c’era la maggioranza, che non capiva cosa stava succedendo davvero, perché i filmati non mostravano abbastanza, perché sembrava assurdo trasmetterli ancora.
Fatto sta che la Juventus aveva vinto con un rigore di Michel Platini. Il gol era stato seguito da un’esultanza sotto la curva, ripresa dalle telecamere e criticata a lungo.
A me, di quella vittoria, non è rimasto niente, nessuna immagine, nessun rumore, nemmeno la voce di Bruno Pizzul, che poi sarebbe diventata così familiare, con quel modo di raccontare il calcio senza mai alzare il tono, con quella misura che teneva insieme ironia e competenza.
Insomma, di mercoledì 29 maggio 1985 ricordo solo questo: che non ricordo.
Eppure, cercando in rete, ci sono alcune storie legate alla strage dell’Heysel difficili da dimenticare.
Andrea Casula, appena undicenne, aveva ricevuto il viaggio a Bruxelles come riconoscimento per l’impegno scolastico. Era partito con suo padre, Giovanni. La madre, invece, era rimasta in Italia e seguiva con ansia le notizie che si rincorrevano, sperando che il marito e il figlio fossero al sicuro, che avessero trovato posto in un altro settore, più tranquillo, più distante.
Per ore, i nomi delle vittime non erano stati comunicati. Le riprese si susseguivano sugli schermi, confuse. Poi, senza più appigli né dubbi, la realtà si era imposta: Giovanni e Andrea erano tra i morti.
Accanto a loro, in quegli ultimi istanti, c’era anche Roberto Lorentini, un medico di trentun anni, venuto da Arezzo. Era già riuscito a mettersi in salvo. Ma poi aveva visto Andrea, steso a terra, immobile, e aveva deciso di tornare indietro. Si era chinato e aveva cominciato a soccorrerlo, a rianimarlo, finché era stato travolto da una nuova ondata di persone ed era morto anche lui. Quando avevano recuperato il corpo, Andrea, nonostante tutto, aveva ancora al collo il suo fazzoletto bianconero.
Ecco, questo lungo discorso, questa successione di immagini che si muovono tra il ricordo personale e quello collettivo, serve a dire che Verso Altrove di Vitone, a mio avviso, ha una forza rara: e cioè parte da qualcosa di netto, di indiscutibile – i fatti, i numeri, la cronaca dell’Heysel – e da lì costruisce un percorso che non si chiude su se stesso, ma si apre, si dilata, invita a una forma di pensiero che ha a che fare con l’immaginazione, con quella zona in cui ciò che è accaduto lascia spazio a ciò che si cerca di comprendere. Benché ci muoviamo in avanti sulla rampa, benché formalmente il gesto è quello di salire, di guardare oltre, la mente ama anche tornare indietro, rivolgersi al passato, alla sostanza enigmatica di ciò che è stato – di ciò che siamo stati. È lì che si concentra l’urgenza vera. È da lì che nasce la nostra umanità. E riconoscerlo non è una debolezza. È, semplicemente, giusto.
Immagini: Luca Vitone, Verso Altrove, 2022-25 (photo: Daniele Badolato, © Juventus Football Club)
