L’infinito si muove per l’opaco centrale. Sulla fotografia di Vera Lutter

13.11.2024

“L’infinito si muove per l’opaco centrale”: questo potrebbe essere il sottotitolo di Rheinbraun, V: August 26 (2006), la fotografia di Vera Lutter che ritrae una delle più grandi miniere di carbone al mondo, la miniera di Hambach, in Germania. Qui, le gigantesche macchine estrattive sembrano emergere da un mare oscuro, trasformate in sagome quasi scheletriche, che paiono fluttuare sul paesaggio. Le luci e le ombre sono invertite e generano un effetto alienante: il terreno nero della miniera brilla come neve, mentre le grandi strutture metalliche si perdono in un vuoto impenetrabile.

Spectacular, la mostra personale, a cura di Francesco Zanot, che la Fondazione MAST di Bologna dedica all’artista tedesca, crea un dialogo convincente tra le fotografie e lo spazio espositivo, offrendo l’opportunità di confrontarsi fisicamente con circa venti opere dalla scala monumentale. Miniere, fabbricati dismessi e infrastrutture per il trasporto, rivelano l’immenso sforzo dell’uomo nel manipolare il paesaggio naturale, stravolto in un bianco e nero che lo rende onirico o spettrale. Attraversare la mostra, quindi, significa attraversare una realtà congelata tra passato e futuro, una realtà immune alla lenta e inesorabile erosione causata dal tempo, che permette alle tracce del movimento di svanire, lasciando solo ciò che è fisso, duraturo, resistente.

Nelle parole di Zanot contenute in catalogo: “Qui, tra fabbriche, cantieri e depositi, Lutter ritrova il medesimo senso di sfida e laboriosità che anima il suo processo. Come questi luoghi e questi oggetti, le sue opere sono grandi imprese. E come loro, non sono semplicemente visibili, ma sono il frutto di una visione”. Questo appunto mette in luce la stretta correlazione tra i soggetti industriali e il processo artistico di Lutter, che richiede una progettazione e una pazienza quasi maniacali, coltivate già negli anni di formazione.

Installation view ©️ Fondazione MAST, Bologna

Nata a Kaiserslautern nel 1960, Lutter ha radici nella scultura, che studia presso l’Accademia di Belle Arti di Monaco. Tuttavia, a metà degli anni Novanta, la sua pratica subisce una trasformazione decisiva quando si trasferisce a New York. Lì affitta una stanza che poi trasforma in una camera oscura, sigillando ogni spiraglio e lasciando entrare la luce solo attraverso un piccolo foro stenopeico creato nella finestra. Tale foro permette al mondo esterno di proiettare la sua immagine su un grande foglio di carta fotografica fissato alla parete.

È in un simile ambiente che Lutter inizia a sviluppare la sua pratica artistica unica, basata sulla realizzazione di camere oscure abitabili che vengono collocate direttamente in loco. Questo significa concepire una gigantesca macchina fotografica, un vero e proprio spazio in cui l’artista stessa s’immerge nella lavorazione. Come afferma Zanot, la camera oscura di Lutter “non è soltanto una fabbrica di immagini, ma è a sua volta oggetto di un processo di fabbricazione”.

Stiamo parlando di un metodo che porta a superare il concetto tradizionale di fotografia, per avvicinarsi piuttosto a un’idea di “scultura fotografica”: le opere di Lutter sono pezzi irripetibili che occupano lo spazio con la stessa imponenza dei luoghi reali.

Tuttavia, uno degli aspetti più affascinanti che emerge durante la visita è il rapporto delle immagini con il tempo. Le lunghissime esposizioni alla luce, che vanno da poche ore a diverse settimane, rendono il tempo un soggetto alla pari degli spazi fotografati.

Vera Lutter, Radio Telescope, Effelsberg, XII: September 9, 2013, cm 240 x 210.
Courtesy of the artist © Vera Lutter by SIAE 2024

Radio Telescope, Effelsberg, XII: September 9 (2013) ne è un esempio. Il radiotelescopio, un’immensa parabola che si staglia contro un cielo indefinibile, è uno strumento solido, affidabile, ma non appare del tutto ancorato alla realtà, anzi, sembra appartenere a uno spazio dove persino la gravità è messa in discussione. Non è chiaro se siamo sulla Terra o in un qualche pianeta lontano; eppure, questa struttura sospesa emana un barlume di familiarità, come quando si ritrova un oggetto appartenuto a un antenato mai conosciuto, il cui mistero ci interpella senza chiedere il permesso.

L’immagine, inoltre, non dice nulla della sua epoca. Potrebbe essere una scena degli anni Sessanta o Settanta, dei decenni in cui le esplorazioni spaziali erano fatti agonistici e politici insieme, ma potrebbe anche essere una visione del futuro o addirittura di un momento in cui la Terra è diventata qualcosa di diverso, un ecosistema compromesso per sempre, una distopia.

Attorno al radiotelescopio non appare alcun segno di vita: né esseri umani, né uccelli, né altra presenza che possa suggerire movimento. Ciononostante, in quell’immobilità, sembra che qualcosa stia accadendo, che un messaggio silenzioso passi attraverso le sue antenne, una trasmissione destinata a qualcuno che ancora non conosciamo. È questa ambiguità che rende difficile capire se siamo in una realtà ancora godibile oppure in ciò che resta quando non abbiamo nulla da salvare, se siamo in un tempo ancora nostro o in un tempo che ha smesso di appartenerci.

Carlo Rovelli afferma che il tempo non è un’entità assoluta, ma piuttosto un processo: non è una collezione di cose, ma una collezione di eventi. Allo stesso modo, le immagini di Lutter possono essere sperimentate come eventi, e cioè momenti estesi che si condensano in un’unica visione. Non ambiscono a catturare l’istante decisivo, caro alla fotografia più classica, bensì di dar voce a ciò che resiste al flusso della trasformazione e del disfacimento.

Questa tensione fra eternità e presente rende le opere di Lutter così drammaticamente aperte all’infinito. Esse spingono a riflettere sulla caducità degli oggetti e degli spazi che viviamo, ma ancor di più sulla nostra percezione di essi. Mentre tutto sembra accelerare, le fotografie ci ricordano l’importanza della durata, della contemplazione, del prendersi un margine sufficiente per distinguere e capire che cosa abbiamo intorno. Considerando ciò, la scelta di Lutter di lavorare con immagini in negativo assume un valore ulteriore, perché offre una visione del mondo ribaltata, in cui le luci diventano ombre e viceversa, e la quotidianità assume una sfumatura allucinatoria. Spectacular, in sintesi, è un’esplorazione che conduce in luoghi familiari eppure restituiti come se li vedessimo per la prima volta: trasformati, rovesciati, eterni.

“L’infinito si muove per l’opaco centrale”, scrive Jean-Patrice Courtois nel suo componimento Imballaggi, come se quel foro, aperto da Vera Lutter nella sua camera oscura abitabile, rivelasse una vastità altrimenti impossibile da comprendere.

Vera Lutter, Rheinbraun, V: August 26, 2006, cm 243 x 280, Fondazione MAST, Bologna © Vera Lutter by SIAE 2024

VERA LUTTER. SPECTACULAR. Un’esplorazione della luce
A cura di Francesco Zanot
Fondazione MAST, Bologna
fino al 6 gennaio 2025

Gabriele Sassone

Gabriele Sassone

(1983) insegna Critical Writing alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti. Collabora con “Il Foglio” e diverse riviste, tra cui “Mousse Magazine”, “Camera Austria” e “Flash Art”.
“Uccidi l’unicorno” (Il Saggiatore, 2020) è il suo primo romanzo.

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