La notte del cabbalista

22/03/2024

Stralunato, sulla tomba di Simon bar Yochai, ascolti le voci festanti di Lag Ba’omer. Lunga è la notte, lunga l’attesa che libera dalle proibizioni, dalla legge che vige senza più significare. Cosa guardano i tuoi occhi? Forse il falò che tutto brucia. La fiamma sinuosa che squarcia il buio. Semplici luci umane, liturgie scaramantiche. Il tempo dell’avvento non è all’orizzonte. Davanti a noi nemmeno una danza di spettri, nulla è veramente visibile. Solo cieca speranza. Così ci diceva lo spirito dell’utopia in cui consolazione e pena oscuramente son uno. L’angelo della storia ha gli occhi rivolti al passato, scrisse, poco prima di andarsene, il cabbalista secolare. Nessuna illuminazione davvero è data. Solo la luce lunare, luce riflessa, in questa lunga notte, non smette di risplendere, dietro le nostre spalle. Hod she-be-Hod, Splendore nello Splendore. Splendore dell’esistente. Non è proprio questa la notte in cui colui che mai lo scrisse, bar Yochai, assentandosi da questo mondo, ci lasciò lo Zohar come scrigno di un oscuro sapere, di una prassi, un fare, uno stare, un abitare, destinati a tutti e a nessuno? Sui morti giacciono i nostri corpi. E su un letto di morte – la vita – facciamo esperienza del nostro respiro, di quel respiro che ci fu infuso il giorno della nascita e che, fin dall’inizio, è destinato a lasciarci il giorno della fuoriuscita di questo mondo. O, forse, in realtà, niente fugge, niente ci abbandona perché null’altro noi siamo se non quel respiro, caduto, per puro accidente, in un corpo. E tutto il resto, queste membra di putrescente carne, questo mondo materiale che così profondamente commuove è solo scorza, guscio senza alcun tangibile gheriglio. Ma anche di questa prossimità, di quel che noi siamo, nulla realmente è dato sapere. Tra le fessure della storia scrutiamo, senza mai davvero vedere, se non frammenti, cocci di vasi infranti. Malinconiche visioni di creature esiliate. Notturno cabbalista, quale segreto custodisce il tuo sguardo? Un segreto senza rivelazione, senza parola, senza comunione. Solitario ti adagi nella tomba del secolo. Il libro, il libro del mondo, più non si anima. Qualcosa è andato perduto del suo spirito vivente – se mai vi fu un segreto messaggio nascosto tra le lettere, i pensieri, i silenzi. Hai detto, un giorno, indirizzandoti con lingua d’ombra a un saggio gnostico, che il cabbalista non era un folle. Ma ciò che nasce dal tempo mutato rimane estraneo e invisibile. E, come tutto, come tutto quel che hai visto e non compreso (o, forse, hai compreso e non visto), anche il tuo sguardo, che ora balena davanti ai miei occhi stanchi, presto svanirà nei flussi luminosi generati dalla disumana macchina. Non resterà che un sussulto di energia, energia in espansione, senza apparente direzione, se non quella dettata da un dispendio insensato di sé. E così all’infinito – che infinito non è – fino alla contrazione ultima, in cui tutto si concentrerà nuovamente in un punto. Quando lo spazio e il tempo arriveranno al loro culmine, tutto intorno all’unità ricomposta, che dall’origine si era disseminata in ogni dove, non regnerà che il nulla. Un nulla incomprensibile. Quello che stava ancor prima dell’Ein Sof, l’Ain preprimordiale, l’impenetrabile nulla. Ma, qui, nell’intervallo, la mente vacilla e la parola manca. Questa sera, a Meron, però, la luna risplende, la vita si rinnova, gli umani si amano, stringendosi tra loro. In questa notte lieve, di solitaria malinconia, quello che resta ist verworfenes Glück.

Federico Ferrari

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014; 2a ed. Sossella, 2023), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Il silenzio dell’arte” (Sossella, 2021), “L’antinomia critica” (Sossella, 2023) e, con Jean-Luc Nancy, “Estasi” (Sossella, 2022).

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