Dopo Sanremo, Corsi e ri-Corsi della Maremma

20/02/2025

Il primo volto della Maremma, quando ero bambina, è stato quello della terra «amara» cantata con voce dolente da Caterina Bueno nel 33 giri di Bella Ciao. Un luogo quindi un po’ infausto dove l’«uccello che ci va perde la penna», a causa della povertà, dei terreni paludosi infestati dalla malaria. I miei genitori, infatti, con sarcasmo dicevano sempre: «i fascisti, quando vogliono parlare bene di Mussolini, dicono che ha bonificato la Maremma». Dopo l’unità d’Italia, la Maremma era infatti rimasta ai margini delle glorie sabaude, divenendo l’emblema tangibile del tradimento degli ideali mazziniani di Risorgimento. Ne sono testimonianza i dipinti di Giovanni Fattori, che traducono una visione scarna e solenne di quelle terre, con stesure aride di colore, talvolta quasi monocrome. Il «Far West d’Italia», il cui vanto erano i butteri, i guardiani a cavallo delle mandrie, capaci di domare destrieri ribelli che sovrastarono perfino i cowboys del team di Buffalo Bill, in una celebre sfida a Roma l’8 marzo 1890. Del resto, il mito di Grosseto come Kansas City risale al 1948, in un articolo dove Carlo Cassola scriveva di una città già percepita come una terra di conquista. E se in Maremma il latifondo verrà soppresso dopo la Seconda guerra mondiale, e con la riforma agraria del 1951 le terre saranno date ai contadini emancipandoli dallo sfruttamento della mezzadria, qualche vestigia delle grandi fattorie nobiliari resta sparsa qua e là, in fondo a viali di pini le cui radici hanno anche avuto la meglio sull’asfalto delle strade. Tracce della Maremma ‘amara’ sopravvivono nella memoria di quel che avvenne a Ribolla, paese costruito negli anni Trenta intorno a una miniera di lignite della Montedison, esplosa il 4 maggio 1954 e in cui persero la vita quarantatré minatori, perché i padroni avevano ignorato l’allarme di fughe di grisou. Evento al quale Luciano Bianciardi e Carlo Cassola dedicarono nel 1956 pagine importanti, e che è al centro del romanzo di Bianciardi La vita agra del 1962.

Vari anni dopo l’aver sentito quel canto di Caterina Bueno, avrei conosciuto molto bene la Maremma, e quindi anche le poche paludi rimaste, come la Diaccia botrona nei pressi di Castiglione della Pescaia, luogo dove nella luce del meriggio il tempo si è fermato; certe località vicine, invece, dove si andava a caccia di germani col barchino, come al cosiddetto Cristo, sono ora campi ricoperti di girasoli. Addentrandosi più nell’interno fino alle prime colline, la macchia mediterranea è interrotta da coltivazioni di viti e ulivi, di querce da sughero coi tronchi rosso sangue, da villaggi arroccati su speroni di roccia, come Montemassi, che fa da sfondo all’affresco di Guidoriccio da Fogliano nel palazzo Pubblico di Siena ed è rimasto quasi invariato, passando indenne sia dalle speculazioni edilizie del boom degli anni Sessanta, sia dal turismo di massa di oggi, che ha snaturato borghi tra Siena e Firenze, ormai ridotti a una tipicità plastificata.

In Maremma invece, la densità abitativa rimane molto scarsa e ci sono luoghi dove la notte non si vede alcuna luce, solo cielo stellato con gigantesche lune piene, silenzio e grilli. Al lago dell’Accesa, circondato da alti canneti, ma dalle acque chiare e profonde perché è una dolina, sta il podere del Mago (il mago «dell’Accesa»), meta di persone di diverse classi sociali, giunte anche dai palazzi dell’aristocrazia per farsi togliere il malocchio (ora il mago è defunto, ma il figlio ne prosegue l’opera). Non distante si trovano cascate di un torrente, scelte da Marco Bellocchio per ambientarvi scene de La Visione del Sabba con Beatrice Dalle, un suo film decisamente minore sulla caccia alle streghe nel Seicento, ma salvato dalla potenza visiva di certe riprese, come quelle sulla scalinata ripidissima e tagliata di sbieco della chiesa di Massa Marittima.

Rispetto ad altre parti della Toscana, come il vicino Chianti, fin dall’Ottocento meta di stranieri illustri e terra di vitigni pregiati, dove anche le strade bianche, a sterro, sono frutto di una scelta estetica, fonte di denaro – Commercial landscape intitolò Christian Jankovsky  un suo lavoro video del 2001 – , la Maremma resta dunque un territorio più selvatico, dove il turismo non ha mai veramente sfondato, restando destinazione eletta di cerchie di amici che in silenzio hanno colonizzato certi borghi, rifugio di scrittori come Italo Calvino (sepolto proprio nel piccolo cimitero di Castiglione della Pescaia) o di Pietro Citati. Certo, qualche attore famoso ogni tanto si ferma l’estate sul litorale di Castiglione della Pescaia o di Punta Ala, ma tanti sono i chilometri di spiaggia libera, fino alla riserva dell’Alberese, con la pineta incolta, le dune alte e la sabbia un po’ terrosa. Ma tutto è diverso e lontano dai fasti di Capalbio, che è un’altra Maremma, distante sessanta chilometri e affacciata su Roma.

Da questa parte di Toscana per certi aspetti  felix ma per altri, si potrebbe dire – se non odiassi questo termine – resiliente,  proviene Moira Ricci, che ne trae ispirazione per lavori che risalgono a ormai una quindicina di anni fa, inseriti  nel 2022 nel percorso museale del Palazzo delle Tradizioni Popolari del Museo delle Civiltà di Roma, dove, attraverso interventi di artisti contemporanei, Andrea Viliani rilegge un’istituzione nata in epoca fascista per esaltare il colonialismo e rivendicare l’italianità.

Moira Ricci, Da buio a buio, 2009

Nel progetto da Da buio a buio (2009), Moira Ricci, accogliendo la suggestione delle narrazioni popolari, inventa di sana pianta personaggi quali l’uomo lupo, l’uomo sasso, la bambina cinghiale, rivelando il lato efferato di una terra di frontiera, dove il canto delle cicale diventa ossessivo e le stoppie sono percorse da mulinelli di polvere. In questo scenario Ricci crea a supporto delle sue invenzioni un corredo di testimonianze totalmente fake (foto, articoli di giornale, oggetti), che nella loro potenza immaginativa acquistano una consistenza di realtà inusitata.

Moira Ricci, Da buio a buio, 2009

Quelle storie stravaganti non riguardano certo solo la Toscana, ma nel suo universo acquistano una forza visionaria e poetica che ci ricorda quanto l’arte sia «una menzogna che dice la verità», per usare la celebre definizione di Picasso. Nell’ambito di una pratica molto ricorrente negli ultimi decenni, che vede il ricorso al fake quale forma di linguaggio per riflettere sul concetto di verità e sulle manipolazioni del reale nell’era dei nuovi media, Ricci coniuga la tecnologia con la cultura locale e le sue credenze, mostrandosi capace di un’espressione allo stesso tempo lirica e brutale.

La famiglia occupa un ruolo centrale nella sua opera. Un progetto del 2004 è dedicato alla madre scomparsa, 20.12.53-10.08.04: Moira può raggiugerla, averla ancora con sé, inserendo accanto a lei la propria immagine in fotografie ormai ingiallite che ritraggono diversi momenti della vita della donna.

Insieme alla madre e a ‘Moira l’intrusa’, in quelle fotografie compaiono altre figure della sua cerchia di affetti che saranno poi coinvolte in Dove il cielo è più vicino  del 2014, progetto in cui Moira chiede al padre di aiutarla a costruire un’astronave usando una vecchia trebbiatrice parzialmente incendiata: partecipano poi all’impresa lo zio, il fratello, un cugino, i vicini di casa ed anche altri amici fino a coinvolgere una trentina di agricoltori tra Fonteblanda, San Donato, Collecchio che si trovano a essere autori di un’opera video collettiva che ha per tema la riflessione sul progressivo allontanamento dell’uomo dalla terra, ma mostrandone anche la disposizione delle sue genti all’avventura utopica. «Mi sono accorta, afferma Moira Ricci, che la mia generazione ha ormai un rapporto molto debole con la terra, il cielo e tutto quello che la natura ci dà». La vecchia mietitrebbia trasformata in astronave è dunque ironicamente uno strumento per «partire per un altrove dove trovare la speranza per ricominciare» [..] «È un tentativo di fuga e allo stesso tempo l’incapacità di metterla in atto». Come ha notato Andrea Cortellessa, nei ritratti (che accompagnano il video) dei partecipanti all’impresa, a grandezza naturale  e con lo sguardo rivolto verso l’alto, si legge «un’espressione indefinibile, un misto di attesa fiduciosa e inquietudine sottile, come pre-elaborando la nostalgia del futuro dal quale si troveranno inevitabilmente esclusi». 

Una condizione evocata anche dalla serie di grandi fotografie di poderi della Maremma diventati volumi chiusi e muti, quasi morandiani, poiché porte e finestre sono state cancellate, a siglare le mutazioni di un mondo, sul limite di una trasformazione epocale.

Lucio Corsi al Festival di Sanremo 2025

Curiosamente, ma nemmeno troppo in fin dei conti vista la comune appartenenza alla medesima terra, l’astronave si ritrova anche in due testi di canzoni di Lucio Corsi, la rivelazione del festival di Sanremo con Volevo essere un duro, sebbene si tratti di un cantautore che aveva già una sua precisa identità e notorietà pur di nicchia, ma che ora è entrato nel mainstream, grazie a toni lirici ‘made in Maremma’, calati in un look glam rock inglese, ma «pensato in casa», con il gruppo degli amici di sempre che lavorano ai suoi dischi. Quel che a tutti è apparso il carattere peculiare del personaggio è la capacità sincera di presentare una poesia nascente e pura, che ha sollevato dall’obbligo di dover seguire le regole di uno studio fashion per salire su un palco o dalla retorica della intelligenza artificiale, capace per ora di produrre, in arte, solo stereotipi dell’intrattenimento.

La Maremma è infatti la terra di cui Corsi va fiero, e dove si rifugia per scrivere, esaltandone proprio il carattere visionario, stravagante, di un mondo rurale, dove – dice nelle interviste – «i trattori sembrano avere degli angeli custodi, e sono invece gli aironi o i gabbiani che svolazzano intorno per mangiare i vermi nella terra smossa, una volta arata»: una campagna, coi suoi abitanti, che torna in tanti testi sulla divaricazione tra due mondi (per esempio, Migrazione generale delle campagne alle città).  Maremma quindi come fonte inesauribile di produzione di immagini, al di fuori del tempo, perché, scriverà nell’ultimo suo successo, «non ho perso tempo/ è lui che mi ha lasciato indietro», frase che ben si confà allo spirito di quei luoghi. Così, i cerchi di fuoco, sempre parte del progetto Dove il cielo è più vicino, che Moira Ricci disegna sul terreno per evocare il diavolo mietitore, sembrano anche il segno di un’astronave appena decollata, la stessa che «parte dal letto, sfonda il soffitto/e tocca il naso del cielo », cantata da Corsi[1].  

Non so se Moira e Lucio si conoscano, ma è certo che, ad accomunarli, pur nella quindicina di anni che li separano (Moira è del 1977, Lucio del 1993), è l’esser ancorati alla propria terra di origine: la nonna di Lucio cucina dal 1959 nella trattoria di Macchia Scandona i tortelli maremmani, mentre la mamma gli disegna copertine di dischi, come i contadini del Collecchio partecipano alle opere di Moira. Ma è anche la convinzione che talvolta, tra realtà e finzione, il confine sia proprio molto sottile e che addirittura la finzione possa anticipare la verità[2]. A chi chiede a Lucio se le sue canzoni siano autobiografiche, lui risponde: «in parte si, ma io reinvento anche i ricordi», ed aggiunge che nella provincia da cui proviene ci sono «tante storie vere inventate». Sembra così di veder correre nel buio, di cui Corsi ha cantato a Sanremo la propria paura, l’uomo lupo o la bambina cinghiale di Moira. D’altronde, «è necessario un incubo per svegliarsi con sollievo», perché solo nel sogno «riesci a chiudere i conti col mondo e la realtà».[3]

Lucio Corsi

E se in Magia nera, Lucio ha scritto «Il cielo come un telo mi è caduto addosso, erano i chiodi per tenerlo su /Ci ricoprono di tagli i sogni infranti/ siamo bambole vudù»[4], cucendo tra loro immagini maremmane e in Tu sei mattino afferma di aver imparato come stare al mondo «dagli ulivi nella rete», nella canzone presentata al Festival, Volevo essere un duro, lancia un inno al ritrarsi, senza alcun rammarico, ma con lucida e al tempo stesso sognante e candida disposizione, da un mondo fondato sul successo e sull’occultamento delle debolezze:  un manifesto che, in questo nuovo ordine mondiale trumpiano, fatto di muscoli esibiti, acquista una valenza ancora più sovversiva. Atteggiamento che trova forza proprio nel trascorrere ore a raccogliere coleotteri in campi, dove «girasoli con gli occhiali» gli rivelano che le «lune senza buche sono fregature», e che è inutile «fuggire dalle proprie paure»: meglio essere sé stessi, «nient’altro che Lucio». Un canto che evoca i calembours ironici o poetici dei cosiddetti ‘maggerini’, che ancora oggi nelle campagne maremmane vanno di podere in podere, nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio, suonando canzoni popolari e improvvisando filastrocche dedicate ai padroni di casa, con cappelli decorati da fiori e nastri stravaganti.

Sebbene una volta, nel 2018, « quasi per gioco», Corsi abbia partecipato alla sfilata di Gucci a Palazzo Pitti, chiamato da Alessandro Michele per il suo look fantasioso, vicino al gusto della linea ispirata al glam rock che lo stilista andava disegnando quell’anno (sfilava anche Francesco Bianconi dei Baustelle, un altro toscano migrato a Milano), i suoi abiti di scena non provengono da nessun sarto:  notizia che è parsa nell’ambiente sanremese così strana, da essersi diffusa la voce, – da Corsi presto smentita – che se li fosse cuciti addirittura da solo (ma il mostrare, il giorno dopo, i pacchi di patatine usati per tener su le spalline si è rivelata un’idea scanzonata e dirompente di fronte all’esibizione di diamanti e collane e abiti milionari, perfetti quanto spesso inespressivi).

In altre canzoni l’immaginario trasfigura l’orto di casa – «Provate a mettere le ali alle lumache/ diventeranno draghi/ i fucili in mano alle cimici/diventeranno simili /a carro armati volanti…[5] – , come avviene nelle opere di un altro artista maremmano, Francesco Falciani, della stessa generazione di Moira che, similmente a Corsi, da ragazzo collezionava coleotteri. Nella serie Capitale sive Natura, ha fotografato le pozzanghere dell’aia o ha trasformato in foresta tropicale le siepi del suo giardino, dove la stratificazione degli anni e della vita ha portato a convivere piante diversissime. Su quelle immagini seriali egli ha però trascritto meticolosamente a inchiostro su ogni foglia o ramo tutto il primo libro del Capitale di Marx; la medesima scrittura ad inchiostro bianco e nero, ricopre rocce o animali impagliati, facendo del Capitale lo smalto malinconico di sculture degne di una wunderkammer rurale. Quei lavori esprimono, – nota Debora Spini nel catalogo della mostra  Evoluzione Capitale dei Sogni  alla Galleria Artoxin di Monaco di Baviera (2015) – come nei nostri anni il capitalismo «si sia infiltrato  sotto quanto consideriamo naturale fino a sostituire la natura stessa».

Francesco Falciani, Capitale sive Natura, n.8, 2025, acrilico su pietra

E come Moira, anche Falciani, in un progetto fotografico del 2009, aveva immaginato astronavi o corpi celesti, trasformando in pianeti remoti, circondati da anelli, i tini solcati dai segni del vino che trabocca, nella cantina del podere dove vive.

Francesco Falciani, Pianeta, 2009, stampa fotografica su alluminio

Una Maremma che trova ancora ragioni poetiche in sé stessa: se la cantina può contenere pianeti sconosciuti e la mietitrebbia si fa astronave tra le cicale, il rischio può esser solo quello già indicato da Cortellessa, ovvero che il desiderio di un futuro irraggiungibile equivalga sempre, «per la razza di chi rimane a terra, dal venir trafitti da un raggio laser che si chiama nostalgia». Lo stesso sentimento che avvolge la Grosseto-Kansas City di Carlo Cassola, destinata presto a perdere la sua centralità in un’Italia mutata e a trasfigurarsi nel luogo del ripiegamento. Come nota Simone Giusti, nel luglio del ’59 Luciano Bianciardi scrive L’integrazione, pubblicato da Bompiani nel 1960, dove i due protagonisti del romanzo migrano da Grosseto a Milano, città entrambe mai citate col loro nome: ma di fronte alla seconda, «nuova grande, importante», Grosseto e la Maremma diventano ancora una volta il luogo cui fare ritorno per perdersi nei suoi ritmi malinconici senza tempo.

Anche per Lucio Corsi, Milano, dove pur abita, è «una grande città», in cui «sentirsi soli fa più male che dalle mie parti/Mi tagliano la gola queste armi bianche/le punte delle Alpi/ sentirsi soli in una grande città/è più dura che nella mia terra/ci sono troppe pareti, troppi muri/dove sbattere la testa»[6].


[1] L’astronave, album Altalena Boy-Da Vetulonia a Dakar, 2015

[2] Su Moira Ricci e il fake, vedi anche S. Frangi, Figure per Moira Ricci, in The gentle art of fake, a cura di L. Lombardi e T. Casini, Silvana, Cinisello Balsamo 2019, pp.73-80.

[3] La gente che sogna, tratta dall’album omonimo, 2023

[4] Magia nera, ne la gente che sogna cit.

[5] Godzilla nell’album Altalena Boy-Da Vetulonia a Dakar cit.

[6] Freccia bianca, nell’album Cosa faremo da grandi?, 2020

Laura Lombardi

Laura Lombardi

Insegna Fenomenologia delle Arti Contemporanee all'Accademia di Belle Arti di Firenze. Si è occupata di argomenti di arte e di critica d’arte dal XIX secolo ad oggi (con particolare attenzione all’arte dell’età unitaria, al simbolismo tra Francia e Italia, all’Orientalismo e ai rapporti tra parola e immagine), pubblicando saggi e monografie e collaborando a diverse mostre. Membro della SISCA (Società Italiana di Storia della Critica d’Arte), scrive da molti anni per il mensile “Il Giornale dell’arte” (Allemandi). Tra le sue ultime pubblicazioni “Un sogno fatto a Milano, Dialoghi con Orhan Pamuk intorno alla poetica del museo”, Johan&Levi, Milano 2018; “The gentle art of fake. Arti, teorie e dibattiti sul falso”, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2019.

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