Che sappiamo noi oggi della morte nostra, privata?

26/12/2025

Quarta casa è il titolo della prima retrospettiva di Moira Ricci (Orbetello 1977). La mostra ripercorre venticinque anni di carriera; allestita al piano terra del MAMbo, si inserisce nel percorso espositivo organizzato dalla Fondazione MAST per la città di Bologna in occasione della VII Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro. Il tema della Biennale di quest’anno è proprio: HOME/casa.

Uscita dal museo, la mostra mi interroga. Dentro è esposta interamente l’opera più nota di Moira Ricci, 20.12.53 – 10.08.04, la serie fotografica che ritrae la madre nell’arco della sua esistenza, prematuramente interrotta nel 2004, come dice il titolo con le sue date di nascita e morte (ne ha già parlato in modo approfondito Andrea Cortellessa nel libro che le è stato dedicato). 20.12.53 – 10.08.04 è il lavoro della memoria, del lutto, del ricordo, della riappropriazione del tempo, della scissione dell’anima. Le fotografie sono allineate su pareti in uno degli spazi a latere della grande sala delle Ciminiere, si passa con rispettoso silenzio davanti a loro come davanti a una serie di edicole votive, c’è qualcosa di sacro e sinistro.

A ben guardare c’è una figura che si ripete in ogni foto, sempre uguale e ben amalgamata nell’atmosfera: l’artista. Sì, perché Moira Ricci dal giorno della morte della madre ha iniziato a scandagliare gli album di famiglia e con fare certosino, grazie a photoshop, ha inserito sé stessa in ogni singola immagine. Il lavoro è eccellente, macabro e divino insieme, come le danze che esorcizzano il male. 20.12.53 – 10.08.04 è l’opera, del resto, che ha reso Moira Ricci nota in Italia e all’estero e che ha orientato la sua ricerca primariamente sugli archivi. È un lavoro intimo, personale, minimale, sussurrato con la grazia dell’abbandono. È il lavoro che declina la “casa” nel corpo simbolico per antonomasia, quello primigenio, femminino e uterino della madre. Avessi visto il lavoro dieci anni fa, avrei avuto suggestioni diverse. Il lavoro intimo e d’archivio, familiare e ripiegato ossessivamente sul sé ha avuto un suo tempo, e aquel tempo l’opera di Moira Ricci rappresentava un unicum.

Moira Ricci, Dove il cielo è più vicino – Poderi #8, 2014-2017

La mia casa sono io, sembra rimbombare in tutto il museo. Dove sono io è la mia casa. Protagonista della mostra è la Maremma, luogo di nascita dell’artista al quale quasi tutte le opere guardano e si ispirano, e nella grande e difficile sala centrale delle Ciminiere è difatti installato Dove il cielo è più vicino (2014-2017). Grandi fotografie come leggere e frastagliate paratie galleggiano nello spazio, ed entrambi i lati della superficie sono impressi: da una parte poderi senza finestre, dall’altra ritratti di contadini. Tra tradizione e arcaicità, i volti dignitosi e rubicondi, con i loro corpi ritti sullo sfondo blu che si staglia tutto intorno, narrano la fierezza di una vita trascorsa immersa nella natura. E in questi stili di una vita che sembra lontana si covano misteri e si raccontano storie. Laddove la parola conserva la sua carica sorgiva le leggende fioriscono ancora, e la realtà si unisce alla finzione senza potersi più scindere. L’entroterra della Maremma, fra strade sterrate e paesi rurali, non è rappresentato come il luogo sicuro a cui fare ritorno, perché dalle viuzze del suo passato sembra ancora echeggiare racconti dal sapore antico e minatorio: il lupomannaro, la bambina cinghiale, l’uomosasso, i gemellini prendono forma attraverso ritagli di giornali d’epoca, archivi privati, inaccessibili album di famiglia dove vengono custoditi terribili segreti. Da buio a buio (2009) è la parte più poetica della mostra, così narrativa nel suo farsi epica minore.

La casa è anche il luogo del ricordo e dell’infanzia, onirica immagine sospesa nel tempo. E a quella del passato, che ormai non c’è più, Moira Ricci ha voluto rendere omaggio in Loc. Collecchio, 26 (2001). L’opera è un saluto, un arrivederci a spazi che da quel momento in poi appariranno in un’altra dimensione. La casa dove l’artista ha vissuto da bambina viene ricostruita come un diorama, in quattro scatoloni (di scarpe) all’interno dei quali sono assemblati con la tecnica del collage ritagli di mobili e volumi degli ambienti domestici (bagno, salone, cameretta, cucina) in cui ancora una volta ricompare Moira Ricci bambina, e dietro di essi un video con voci d’ambiente sovrapposte in loop. Il passato non svanisce, ma ritorna nella stessa sostanza dei sogni.

Moira Ricci, Dove il cielo è più vicino – Contadini #6, 2014-2017

Fotografie, installazioni e video popolano questa scena impalpabile in cui ogni opera testimonia un’assenza. Anche quando la musica restituisce un senso più scanzonato, con il sottofondo di Fame di Irene Cara (ora sento la musica, chiudo gli occhi, sento il ritmo che mi avvolge, fa presa nel mio cuore, 2007), o il padre suona la pianola o muove dei passi in una balera (per sempre con te fino alla morte, 2012), è tangibile il respiro di chi non c’è più. E sulle note di Fame e di quella Italia in cui tutte volevamo ballare al ritmo delle ragazze di Non è la Rai, il sogno adolescenziale evapora, spingendo la nuvola dei ricordi delicati e speranzosi fino al 2025. E il cerchio si chiude là dove ha avuto inizio, e ci si trova fuori.

Nell’era della casa come diritto, in una Bologna divenuta spregiudicata negli affari immobiliari, nel mondo degli uomini senza nulla e di quelli che hanno troppo, questa mostra è una culla, un dondolio che accende ricordi, che sussurra il trauma laddove gli schermi ne fanno spettacolo. Eppure un dubbio mi resta. Per quanto la delicatezza delle opere di Moira Ricci riesca a parlare della morte come un affare privato che riguarda tutti, in strada, fuori dal museo, quando fa freddo e la città sotto i portici si riempie di senzatetto, mi risuonano dentro le domande di Judith Butler in Vite precarie. I poteri del lutto e della violenza (postmedia books 2013): «Cosa si intende per umano? Quali vite contano in quanto vite? E da ultimo, cosa rende una vita degna di lutto?» 

Moira Ricci, Dove il cielo è più vicino – Contadini #4, 2014-2017

Moira Ricci
Quarta casa
Bologna, MAMbo
VII edizione della Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro – Fondazione MAST.
dal 7 novembre 2025 all’11 gennaio 2026

Leggi anche: Andrea Cortellessa, Moira Ricci, l’ombra della vita

Serena Carbone

Serena Carbone

(1981) si occupa di storia e critica d’arte contemporanea, con particolare riguardo alla relazione che intercorre tra arte, storia e società. PhD in Studi Culturali Europei, è autrice del libro “Marcel Broodthaers. Poetiche dell’ombra” (Mimesis 2018). Ha curato la mostra “No, Oreste, No. Diari da un archivio impossibile” al MAMbo con la relativa pubblicazione (2019) e insegna presso la Fondazione Accademia Internazionale di Imola. Ha scritto saggi e articoli su diverse riviste di settore, collabora con il quotidiano “il manifesto”.

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