Cosa c’è oltre la pittura? Su un quadro di Guglielmo Castelli

Cosa c’è oltre la pittura? La pittura. L’opera di Guglielmo Castelli si muove all’interno del perimetro dello spazio trasognato di questa tautologia. L’evoluzione del suo lavoro è il progressivo ed inesorabile passaggio da una dimensione di certezza giovanile a una di incertezza matura. La posta in gioco è la pittura.

Se si mettono a confronto alcuni lavori del 2014, come La vita scelta e non capitata, con tele più recenti, quali You know the stripes of a tiger are hard to change (2020), si percepisce come Castelli si sia liberato da una volontà di originalità per trovare un proprio segno esattamente in una compenetrazione di piani provenienti dalla storia dell’arte. Sicuramente, nelle sue ultime tele si muovono interi stormi di anime e di fantasmi provenienti dal passato. Si può scorgere, qua e là, la figura spettrale di Carol Rama che sussurra, parole incomprensibili, all’orecchio di Max Beckmann, mentre El Greco sonnecchia, appartato, in un angolo delle stanze della memoria, labirinticamente disseminate nella scatola cranica del pittore torinese.

Sono quadri, quelli di Castelli, in cui ci si scontra con tutta la necessità di un incontro ineludibile. Eppure, non si riesce mai ad afferrare davvero chi sia il convitato di pietra che muove la scena. Tutto l’intrigo della sua trama pittorica resta come celato in un gioco di quinte e in mutevoli e repentini cambi di scena, attraverso i quali l’attenzione critica risulta sempre sviata e indecisa.

La figura si dissolve nel colore; la composizione si scompone in mille dettagli; il disegno trascolora nell’informe.

Afloat è il titolo di un dittico del 2019, in cui la pittura galleggia sulla sua stessa superficie.

Ogni corpo galleggiante indica una profondità sottostante. La pittura è superficie che può solo lasciar intendere una profondità a cui fa segno ma che non svela, non illumina. La pittura è la superficie increspata di una profondità immobile. Il quadro è il galleggiante che segnala un pericolo o un tesoro non visibile, sommerso, custodito nelle profondità più oscure. Castelli mostra il riverbero luminoso di questa profondità. Non vuole afferrare il mistero della pittura, la causa prima. Ma lascia che il mistero si celi nella magnificenza del colore e in forme che non indicano ma accennano. La sua pittura è al di là della dimensione del significato, dello stucchevole scimmiottamento intellettuale del concetto applicato all’arte; è al di là dell’arte dopo la filosofia. L’arte è, infatti, sempre prima della filosofia.

L’umano e il non umano convivono nel suo spazio pittorico. Si fanno segno e si inquietano l’uno con l’altro. Guardiamo e non afferriamo. Se qualcosa ci è dato di intuire, di sentire sulla superficie retinica è la vertigine derivante dalla comprensione dell’abisso di cui è intessuto l’atto di vedere. Vedere è afferrare quel che sulla superficie riverbera, in sempre nuovi cangianti forme e colori. La superficie non è il tutto ma il riflesso del nulla o dell’abisso su cui tutto poggia.

Cosa c’è sotto la pittura? Nulla. A cosa serve la pittura? A darci immagini di questo nulla, immagini del nulla di cui siamo costituiti. Cos’è il nulla? Tutto. Ma se è il nulla è tutto, allora non è nulla.

Guarda il rosa al centro dell’immagine e guarda lo spazio vuoto che lo divide e capirai che il tutto è, in quanto, nulla. E, se davvero ti concentri o ti perdi in quel rosa, allora sentirai, senza più bisogno di capirlo, che il nulla ha in sé una grazia che riempie ogni cosa.

Immagini – In copertina: Afloat, tecnica mista su tela, 2019, 90×100 cm cad.(in copertina). A seguire: La vita scelta e non capitata, olio su tela, 2014, 80×60 cm e You know the stripes of a tiger are hard to change, 2020, tecnica mista su tela, 120×100 cm.

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).