Il medico della peste

Stato di emergenza sanitaria. Come la politica dispone delle epidemie

Come oramai è sotto gli occhi di tutti, l’accertamento dei primi casi di coronavirus in Italia ha subito avviato a pieno ritmo la macchina politico-mediatica. Questa si fa tanto più insistente quanto più riemerge  – come spesso avviene nel caso di un’epidemia – il punto nascosto d’intersezione fra politica e medicina, quel punto che portò Michel Foucault a definire l’ordinamento moderno uno «Stato medicale».

Poiché in questione è lo spettro di un’epidemia (non importa quanto effettiva) che coinvolge potenzialmente l’intero Paese, ciò sembra poter legittimare ogni misura e disposizione di legge. Non sorprende, in questo senso, la dichiarazione dello stato di emergenza che il governatore del Friuli Venezia Giulia ha decretato ad appena un giorno dalle prime notizie. Una misura adottata, si legge, «per fronteggiare il rischio sanitario […] anche in considerazione dei primi casi di contagio». La disposizione, la cui perentorietà è tutt’altro che scontata (tanto più se la regione, come è questo il caso, non è ancora interessata da alcun episodio), non tarderà ad essere emulata.

La dichiarazione fulminea dello stato d’emergenza – una tecnica di governo estremamente delicata e che invece, come ha notato Giorgio Agamben, sembra essere divenuta «normale e permanente» (Comment l’obsession sécuritaire fait muter la démocratie, 2014) –, deve lasciar riflettere se non sia più pericoloso il virus o piuttosto il clima di terrore mediatico che si sta diffondendo in ogni luogo.

Non può passare inosservata la chiusura immediata in Veneto delle università e delle scuole a fronte della sospensione tardiva delle manifestazioni del Carnevale di Venezia; o ancora le misure di controllo sui residenti in Lombardia e Veneto adottate da alcune regioni italiane e nazioni europee; mentre la richiesta del segretario generale del Sindacato medici italiani di obbligare l’isolamento domiciliare degli abitanti delle città interessate è stata accolta dal governo con un apposito decreto legge che, «per ragioni d’igiene e sicurezza pubblica», militarizza le zone interessate prevendendo una sanzione penale per chi viola l’isolamento.

Se, come l’analisi storico-epidemiologica ci insegna, la comparsa di nuovi focolai epidemici è sempre legata a profonde trasformazioni economico-sociali della popolazione, le misure intraprese per contenerne la diffusione registrano a un tempo il cambiamento nella loro gestione politica.

Jacopo Tintoretto, San Rocco risana gli appestati, 1549, Chiesa di San Rocco, Venezia

Il concetto di igiene è fin da sempre connaturato alla dimensione politica. Se in Platone «sana» è una forma di vita (bios)preferibile per i piaceri a quella malata (Leggi, 733) e analoga a quella giusta per la costituzione della polis (Repubblica, 444),fra i compiti assegnati da Aristotele ai dieci funzionari incaricati di sorvegliare la città ateniese vi era quello di controllare lo smaltimento dei rifiuti e lo stato d’igiene pubblica (Costituzione degli Ateniesi, L). Ma una compenetrazione sempre maggiore fra la prassi medica e quella politica si registra in Occidente a partire dal XVIII secolo, quando i governi nazionali creano le prime unità di sanità pubblica. Risale a quel periodo la diffusione del concetto di «polizia medica» (medicinische Polizey) elaborato da Johan Peter Frank (1745-1821), allora professore presso la clinica di Pavia. La «polizia medica», si legge, è un’«arte della difesa» (Verteidigungskunst) […] che protegge gli uomini contro le conseguenze nefaste dei grandi sovraffollamenti». Ma la novità, rispetto alla politia medica che eccezionalmente operava durante la peste, è che essa non si limita più ad agire in periodi di epidemia, ma contribuisce a «favorire» in ogni tempo dei cambiamenti nel regime di vita quotidiano delle persone (System einer vollständigen medizinischen Polizey, 1779-1819).

Come è stato mostrato in uno studio recente (B. Fantini, La storia delle epidemie, le politiche sanitarie e la sfida delle malattie emergenti, 2014), decisivo sarà il progressivo slittamento del significato di igiene dalla sfera medica a quella politica: l’igienista – questa nuova e dirimente figura – nutre «l’ambizione di formulare le leggi generali che caratterizzano la civiltà» (A. Proust, Traité d’hygiène publique et privée, 1881). I suoi studi sulla qualità degli alimenti e le condizioni abitative tendono progressivamente ad assumere forma di legge. Lo spazio urbano, è stato detto, diventa così il terreno stesso dell’«articolazione della coppia sano-morboso […] la forma stessa della popolazione» (A. Cavalletti, La città biopolitica. Mitologie della sicurezza, 2005).

Anche le forme di sapere si riorientano al nuovo modello sanitario. Quando nel 1878 s’inaugura a Parigi il primo Congresso Internazionale di Igiene e Demografia, statistica e biologia divengono strumenti pienamente politici. Iniziano così ad essere archiviati e comparati i primi dati sulle condizioni igieniche delle popolazioni europee. È la nascita di quella situazione che Foucault ha descritto in una conferenza del 1974, ove l’intervento medico non conosce alcun limite e il suo fine consiste in una «somatocrazia» generalizzata, cioè un governo sociale e giuridico della comunità in nome della relazione fra malattia e salute (Crise de la médecine ou crise de l’antimédecine ?, 1974).

La riflessione biopolitica contemporanea ha da tempo mostrato come, se lo Stato moderno si fonda sulla salvezza della vita biologica della popolazione – «la salute degli italiani», così il Presidente del Consiglio domenica 23 febbraio, «nella gerarchia dei valori costituzionali è al primo posto» –,  tuttavia a un tempo esso, proprio come la medicina con cui tende a confondersi, dispone in ogni momento della sua limitazione, cioè anche sempre della sua morte. Così Foucault non mancava di notare il legame sempre più stretto fra diritto penale e malattia mentale; come la paradossale concomitanza tra il piano Beveridge (1942) – modello per l’organizzazione di ogni sanità pubblica –  e la seconda guerra mondiale (La Naissance de la biopolitique, 1979).

Così è oggi evidente la confusione fra conoscenze e strumenti sanitari da un lato, e dispositivi e approcci militari di sicurezza dall’altro. Lo Stato italiano militarizza un territorio per ragioni di sicurezza pubblica, e queste coincidono immediatamente con ragioni di igiene.

Il medico della peste

Forse in nessuna figura il legame di autorità militare e perizia medica è impresso in modo così netto come nell’immagine del medico della peste, la cui terribile maschera a becco viene portata in giro durante i giorni del carnevale per le calli di Venezia. La tipica foggia con tunica in pelle nera, bastone e guanto d’arme era non a caso stata elaborata da Charles Delorme (1584-1678), medico di Luigi XIII, su modello di un’armatura medievale.

Nel Traité de la peste composto durante l’ultima grande epidemia di peste a Marsiglia (1720-21), il ginevrino Jean-Jacques Manget descrive la prassi che devono assumere i medici della peste. Il medico («Capo, Capitano o Direttore, come meglio si crede») deve disporre di un ingente apparato poliziesco (bien policées), e alla fine non si comprende se sia il medico a fungere da poliziotto o se sia piuttosto la polizia a governare l’assistenza medica. L’ospedale preleva da casa i pazienti con la forza e punisce severamente coloro che contravvengono al regolamento. Così Lodovico Muratori, ne Del governo della peste (1714), sancisce esplicitamente l’identità di epidemia e guerra: «nei sospetti e pericoli della peste una città si truova nello stato medesimo come se fosse minacciata di Guerra […] con questa sola differenza, che i mali e i danni d’una Guerra vengono regolarmente da chi è Nimico, e straniero; e quei della peste da chi regolarmente è Amico. […] Ma chiunque vuol’offendere la vita nostra, e del Popolo nostro, quantunque internamente non covi egli in seno sì barbara voglia, pure si presume nostro Nimico».

Quello che sta accadendo sotto i nostri occhi non può lasciarci all’oscuro di questo mortifero paradigma. Dinanzi alla comparsa dello spettro di una presunta epidemia, sembrano darsi le condizioni perché venga meno ogni distinzione tra potere militare e assistenza medica, politica securitaria e politica sanitaria.

Nello stato d’emergenza securitario-sanitario, i militari sequestrano i presunti luoghi del contagio, prelevano e consegnano agli ospedali gli abitanti, mentre i giornali alimentano, con la ricerca ossessiva di un “paziente 0”, una pericolosa caccia all’untore. Al netto delle decisioni, spesso radicali, che la prassi politica impone, non è tuttavia possibile esimersi dal premonire sulle possibili derive di ogni misura eccezionale di contenimento.

In copertina: immagine di un apparato in tela cerata per la protezione dalla peste, con a fianco un modello in terracotta di piede e gamba, proveniente dal Lazzaretto di Venezia © Wellcome Collection

è dottore di ricerca in filosofia. È tra gli ideatori del gruppo “Giardino di studi filosofici” e curatore della sezione “Poesia e Filosofia” per la rivista “Smerilliana”. Ha scritto sul concetto di esclamazione, il dialetto, la maschera, il mimo antico e moderno.