Olga Florenskaja: dal collettivo Mi’tki alla ricerca verbo‑visiva
Olga Andreevna Florenskaja, nata a Leningrado nel 1960, è un’artista poliedrica il cui lavoro attraversa pittura, ceramica, poesia e cinema. La sua ricerca si distingue per una marcata vocazione all’ibridazione di media eterogenei nel processo di rappresentazione artistica. Al centro della sua indagine si colloca il dialogo costante tra parola e immagine: un intreccio che, saldandosi nelle sue opere anche quando appartenenti a linguaggi differenti, dà origine a un continuum creativo capace di attraversare e unificare l’intero arco della sua produzione, dagli esordi sino alle ricerche più recenti.
Negli anni Ottanta Florenskaja è stata tra i membri fondatori dei Mit’ki, collettivo non conformista che ha segnato in modo decisivo la scena artistica underground di Leningrado, fondendo pittura, letteratura, musica e ironia in una pratica collettiva dalla forte risonanza culturale.
A partire dagli anni Novanta la sua ricerca si è progressivamente estesa alla creazione di installazioni e opere multimediali, nelle quali materiali di recupero, elementi tipografici e segno pittorico convivono in un linguaggio ibrido e ludico, pur sempre sorretto da un rigoroso equilibrio compositivo e da una minuziosa attenzione al dettaglio.
Le sue opere sono state esposte in numerosi contesti internazionali: da istituzioni russe come il Museo Statale Ermitage e la Galleria Tretjakov fino al Victoria and Albert Museum di Londra, al Helsinki City Art Museum e alla National Gallery of Georgia. Le sue mostre più recenti si sono svolte tra San Pietroburgo, Tbilisi, gli Stati Uniti e l’Italia.
In questa conversazione Florenskaja ripercorre il proprio itinerario creativo, soffermandosi sul dialogo tra parola, oggetto e segno, e rievoca l’esperienza del collettivo Mit’ki, offrendo al lettore uno sguardo privilegiato sul suo universo artistico in costante trasformazione.

Ol’ga Andreevna, lei è cresciuta in una famiglia di artisti. Potrebbe raccontarci come è nato il suo rapporto con l’arte?
I miei genitori, Natalia Dolinskaja e Andrej Semčenko, erano scultori. Si potrebbe dire che io sia cresciuta all’interno di un vero e proprio laboratorio di scultura: assistevo all’intero processo creativo e, fin da bambina, imparai cosa significasse lavorare con le mani e utilizzare gli strumenti del mestiere. Tutto questo mi è stato estremamente utile negli anni successivi.
I miei genitori erano profondamente devoti al loro lavoro, quasi fanatici, e desideravano che anch’io diventassi un’artista. Io avevo in realtà progetti piuttosto diversi, ma per non deluderli, nel 1977 entrai al Leningradskoe Vysšee chudožestvenno-promyšlennoe učilišče imeni Muchinoj, oggi Accademia Statale d’Arte e Design di San Pietroburgo intitolata al barone Stieglitz.
Il duro lavoro dello scultore non mi attirava particolarmente; per questo scelsi un’alternativa, iscrivendomi al dipartimento di ceramica e vetro, uno dei più interessanti dell’istituto. I nostri insegnanti amavano ripetere: «Vi insegniamo l’arte attraverso la ceramica». Accanto alla ceramica in senso stretto, studiavamo pittura, scultura, disegno, grafica d’arte, tipografia e molte altre discipline, oltre naturalmente alla storia dell’arte, dell’architettura e delle arti applicate. Non di rado le lezioni si svolgevano direttamente nelle sale dell’Ermitage.
Nel nostro gruppo si riunirono inoltre, fortunatamente, persone estremamente appassionate e di grande talento. Aleksandr Florenskij e il nostro amico moscovita Nikolaj Polisskij riuscirono rapidamente a raccogliere attorno a sé una compagnia di pittori affini per sensibilità e visione. Anch’io mi unii a loro e fu allora che cominciai finalmente a comprendere perché, in fondo, le persone scelgano di dedicare la propria vita all’arte.
Lei è tra i membri fondatori del collettivo Mit’ki, nato nel 1984 e divenuto in breve tempo un vero e proprio fenomeno culturale. In che modo questa esperienza ha influito sul suo percorso creativo?
Il futuro gruppo dei Mit’ki nacque inizialmente da una compagnia di amici che già alla fine degli anni Settanta si era riunita attorno ad Aleksandr Florenskij. In seguito avvenne l’incontro con gli artisti Dmitrij Šagin e Vladimir Šinkarev, i quali avevano a loro volta una propria cerchia di amici. Il gruppo si ampliò progressivamente, accogliendo nuovi compagni di idee e anche alcuni allievi. L’interesse principale dei partecipanti era la pittura. La componente letteraria e la peculiare filosofia paradossale che accompagnava il gruppo Mit’ki furono invece elaborate in gran parte dal brillante scrittore Vladimir Šinkarev.
All’inizio tutto questo era percepito come uno scherzo, quasi una reazione ironica alla condizione del giovane artista povero e disinteressato alle difficoltà della vita circostante. Con il passare del tempo, tuttavia, i membri del gruppo finirono per prendere quel gioco estremamente sul serio, al punto che anche nella vita quotidiana adottarono alcuni elementi identitari: indossavano le tradizionali maglie a righe dei marinai, le tel’njaški, e svilupparono uno stile di comportamento davvero peculiare.
Durante la prima grande mostra collettiva del 1985 fu scelto all’unanimità un nome piuttosto bizzarro: Mit’ki, in riferimento all’omonimo testo di Šinkarev.
Per me la partecipazione ai Mit’ki è stata un’eccellente scuola non soltanto artistica ma anche umana. I miei amici erano persone di grande talento, profondamente curiose nei confronti del mondo che li circondava. Era una sorta di simbiosi tra pittori, poeti, musicisti e personaggi eccentrici di ogni tipo, capitati quasi per caso nella nostra compagnia.
Fu allora che mi convinsi definitivamente di una cosa: l’arte non ha confini. Se si comprendono le sue leggi plastiche fondamentali e si è disposti a sperimentare nuove tecniche, non importa se si dipinge a olio su tela, si modella l’argilla, si scrivono testi o si realizzano collage con carta e tessuti. Tutto diventa possibile. L’arte smette di essere una sorta di clausura fanatica e si trasforma in un gioco affascinante.

Quanto sono rimaste riconoscibili le singole individualità artistiche all’interno del collettivo?
Ciascun membro del gruppo possedeva una personalità ben definita e un’identità artistica chiaramente riconoscibile. Non esisteva alcuna forma di diktat creativo. Oltre agli interessi comuni per l’arte, ciò che teneva unita la nostra compagnia era anche il fatto che insieme fosse più facile organizzare mostre, farsi conoscere e, più semplicemente, sopravvivere in condizioni non sempre facili. Naturalmente esistevano alcune tendenze comuni nella scelta dei temi, così come una certa ironia e una caratteristica semplificazione delle forme. Alcuni partecipanti, tuttavia, non riuscirono a sostenere a lungo la dimensione collettiva e decisero di intraprendere un percorso indipendente. Con il tempo anche io e Aleksandr abbiamo compiuto la stessa scelta.
La mitologia dei Mit’ki sembra costruire un universo prevalentemente maschile, che gioca con l’immagine dell’antieroe destinato quasi inevitabilmente al fallimento. Essendo stata inizialmente l’unica donna all’interno del collettivo, quale esperienza ha vissuto in questo contesto?
All’inizio dell’esperienza dei Mit’ki ero effettivamente l’unica donna della compagnia e tutti mi chiamavano affettuosamente “sorellina O’lenka”. Tra gli altri membri del gruppo, ad eccezione di Aleksandr Florenskij, le fidanzate e le mogli non erano artiste e restavano quindi, in una certa misura, ai margini del movimento. Non c’era però alcuna forma di machismo né una svalutazione del femminile rispetto al maschile. Al contrario, si coltivava una sorta di affettuosa devozione nei confronti delle “sorelline” e delle “ragazze”, termine con cui venivano indicate le giovani donne che entravano nel campo visivo dei Mit’ki. Mi sono sempre sentita pienamente a mio agio e parte integrante del gruppo. Con il passare degli anni entrarono nel collettivo anche altre artiste.

Nei Mit’ki emerge chiaramente un approccio multimodale all’arte. Come si è sviluppata questa apertura verso linguaggi e media differenti?
All’inizio i Mit’ki erano, per così dire, pittori “puri”: qualsiasi deviazione dal culto della pittura veniva guardata con sospetto. Se si voleva esprimere un giudizio sprezzante su un’opera, la si definiva “arte decorativo-applicata”. È significativo che l’ibridazione tra diversi linguaggi artistici sia entrata nel gruppo proprio attraverso me e Aleksandr, poiché eravamo gli unici ad aver ricevuto una formazione decorativo-applicata. Credo che tutto sia iniziato con le illustrazioni ai libri di Vladimir Šinkarev e Boris Grebenščikov, che Aleksandr Florenskij realizzava improvvisando nel mezzo delle nostre lunghe tavolate tra amici. Quei libri, diffusi poi in tutto il paese come samizdat, alimentarono il desiderio di andare oltre la pittura. A metà degli anni Ottanta iniziai a realizzare collage di carta colorata, che presto si trasformarono in grandi composizioni tessili arricchite da scritte. Queste opere risultavano visivamente molto efficaci e permettevano di occupare spazi espositivi molto ampi. Abbiamo compreso presto che l’arte non conosce confini: se si comprendono le leggi fondamentali della forma e si è pronti a sperimentare, non importa il mezzo utilizzato.

Nel 1992 il collettivo realizzò il film d’animazione Mit’kimajer. Come si sviluppò il vostro approccio all’audiovisivo?
Il film Mit’kimajer fu il nostro primo esperimento con l’animazione. All’epoca nessuno nel gruppo aveva una reale esperienza in questo campo, perciò Aleksandr Florenskij assunse il ruolo di scenografo e direttore artistico. La realizzazione del film fu un’impresa enorme: un lungometraggio di cinquantotto minuti completato in quasi un anno, con tecniche molto diverse tra loro.
Successivamente anch’io entrai nel processo creativo, realizzando i titoli e un piccolo episodio dedicato al cibo modellato in plastilina. Questa esperienza mi portò poi a realizzare nel 1994 un mio film d’animazione, Racconto del miracolo dei miracoli, nel quale ricoprii i ruoli di sceneggiatrice, regista e artista. L’animazione si rivelò perfetta per la mia idea di sintesi tra le arti. Nel cortometraggio utilizzai tecniche diverse tra loro, dalla plastilina all’animazione con perline, carta e piccoli oggetti metallici. Per entrambi i film, la musica fu composta dal gruppo Akvarium. Nel 2003 io e Aleksandr realizzammo un ulteriore film, Film trofeo, in cui la sfida tecnica si fece ancora più complessa: all’animazione si aggiunsero scene recitate con attori e frammenti documentari. Quest’opera faceva parte di un progetto più ampio, intitolato Russkij trofej (Trofeo russo).
Nel 2001 ha pubblicato il libro Psicologia della grafia quotidiana, inedito in lingua italiana. Come è nata l’idea di combinare scrittura e immagine?
L’idea di unire scritte e immagini non è nuova: già i cubisti e soprattutto i futuristi russi se ne interessavano. La mia fascinazione per le scritte quotidiane nasce anche dall’opera di artisti come Michail Larionov, Natalija Gončarova e Ljubov Rozanova. A partire dalla metà degli anni Ottanta ho iniziato a collezionare graffiti, insegne dipinte a mano e iscrizioni urbane. Da questa raccolta è nato il mio studio Psicologia della grafia quotidiana. Successivamente queste ricerche hanno dato origine al progetto artistico “Insegne”. L’idea nacque in Georgia, dove scoprii molte insegne autentiche, quasi impossibili da acquistare perché i commercianti erano diffidenti. Per aggirare il problema dipingevo nuove insegne su metallo e compensato con testi in georgiano e russo: il nostro amico, l’artista Kote Džinčaradze, travestito da funzionario del municipio, spiegava ai negozianti che si trattava di una sostituzione gratuita. Così loro ricevevano un’insegna nuova e io potevo conservare quelle vecchie. A un certo punto ho capito che era troppo complicato e ho deciso di creare una mia “collezione ideale”: insegne realizzate con materiali locali — ferro, legno, compensato — spesso di recupero. Il progetto Insegne è poi proseguito in altri contesti, dagli Stati Uniti al Montenegro fino a Vladivostok, Mosca.

Quanto ritiene che le sue opere verbo-visive siano influenzate dalle peculiarità dei luoghi in cui nascono e dalla vita quotidiana che vi si riflette?
In ogni nuovo luogo in cui realizzo le mie insegne, ciò che per prima cosa cattura la mia attenzione è la forma dell’alfabeto locale. Amo disegnare lettere nuove e insolite, prestando particolare cura all’ortografia per evitare errori. Prima di iniziare il lavoro, osservo attentamente le insegne autentiche del luogo e scelgo i temi più rappresentativi della realtà quotidiana locale. In questo modo, le opere restano profondamente connesse all’identità visiva del contesto di appartenenza ma anche alla loro funzione intrinseca.
Lo stile della sua grafia personale ha subito evoluzioni nel tempo o è rimasto sostanzialmente invariato?
Posso affermare che è rimasto piuttosto stabile negli anni. Talvolta introduco nuovi elementi. L’avvento del computer ha offerto nuove possibilità, soprattutto per la grafica editoriale. Il computer accelera il lavoro, ma forse attenua la vitalità propria della creazione manuale.
Quanto il suo carattere tipografico riflette la sua individualità creativa e la sua esperienza personale?
Il carattere tipografico ha un ruolo fondamentale nel mio lavoro, perché molte delle mie opere includono lettere, anche se solo sotto forma delle mie iniziali. In larga misura, è proprio grazie a questo elemento che le mie opere sono diventate facilmente riconoscibili. Il carattere ritagliato a forbice differisce leggermente da quello dipinto a pennello, ma entrambi si fondano sullo stesso principio. Ogni lettera possiede un proprio carattere; la disposizione e l’inclinazione assumono un peso significativo. Creare una iscrizione per me è un’esperienza simile a comporre una poesia.

Passiamo ora alle sue opere in cui l’oggetto diventa protagonista. Può raccontarci come, nelle sue ricerche artistiche, sia avvenuto il passaggio dalla parola e dall’immagine astratta all’oggetto materiale?
Io e Aleksandr abbiamo iniziato a lavorare con gli oggetti all’inizio degli anni Novanta, sviluppando un filone che abbiamo chiamato “design russo”. Si trattava di una forma di creatività tecnica basata sull’utilizzo di materiali di recupero. La nostra casa di campagna in Estonia era piena di oggetti insoliti e antichi. Cominciai ad assemblarli, come faceva mio nonno per me e i miei fratelli, costruendo aeroplani, locomotive e altri oggetti fantastici. Quando Aleksandr vide questi lavori, si unì immediatamente al processo creativo. Da allora la nostra attività si divide tra progetti individuali e lavori realizzati insieme, firmati O & A Florenskye. Spesso i progetti includono, oltre agli oggetti veri e propri, una componente scrittoria, fotografie, disegni, pittura e tessuti.
Qual è il valore semantico che assumono gli oggetti prima e dopo la loro metamorfosi?
Gli oggetti che utilizziamo provengono da contesti molto diversi: alcuni sono antichi e preziosi, altri sono semplici materiali arrugginiti trovati tra i rifiuti. Ogni elemento porta con sé una storia invisibile. L’oggetto finale deve apparire naturale, come se fosse sempre esistito in quella forma. Per questo non utilizziamo vernici moderne né saldature elettriche: assembliamo tutto con viti e bulloni e invecchiamo artificialmente i materiali nuovi. Ogni progetto si concentra su un tema specifico. In una fase iniziale, le nostre opere avevano come tema soprattutto la scienza, la tecnologia e i viaggi; in seguito ci siamo dedicati a soggetti legati al mondo animale. Negli ultimi anni ci siamo appassionati all’architettura: vecchie lattine, cassetti di scrivanie, gambe di sedie antiche e stampi metallici per dolci si sono rivelati eccellenti moduli per modelli architettonici. Ci approcciamo al lavoro con grande serietà, pur mantenendo una buona dose di ironia. Il processo di straniamento è reale: gli spettatori scoprono la “messa in scena” scomponendo l’oggetto nelle sue parti e riconoscere la mistificazione rende l’esperienza ancora più sorprendente.
Quali sono state le principali fonti di ispirazione per questa fase della sua ricerca?
La mia principale fonte di ispirazione sono i ricordi d’infanzia: il laboratorio di scultura dei miei genitori, i giocattoli costruiti da mio nonno, i giochi con i miei fratelli. Io e Aleksandr condividiamo una sorta di inclinazione infantile al gioco e alla sperimentazione tecnica.

Ci parli di Made in Georgia, ultima mostra della serie “Insegne”, realizzata in collaborazione con suo marito Aleksandr Florenskij. Qual è l’impostazione concettuale alla base della mostra?
L’idea della mostra era molto semplice: presentare opere realizzate direttamente in Georgia. Dal 2007 viviamo tra San Pietroburgo e Tbilisi e molte opere sono nate proprio lì. Siamo molto prolifici e nel tempo si è accumulata una quantità di opere sufficiente per una grande esposizione. Aleksandr ha esposto dipinti a olio su tela, mentre io ho presentato le mie “Insegne georgiane” dipinte su metallo e legno.
In un’intervista di qualche anno fa aveva accennato al desiderio di pubblicare una monografia a partire dalle sue riflessioni sulla grafia quotidiana. È ancora un progetto a cui tiene?
Sì, sarebbe davvero stimolante riuscire a realizzare questa idea.
Qual è il suo rapporto con l’Italia?
Amo moltissimo l’Italia. Dopo la Georgia è probabilmente il mio paese preferito. Io, Aleksandr e nostra figlia Katja siamo stati in Italia molte volte e abbiamo anche realizzato alcune mostre a Cagliari. Nel 2004 ho trascorso alcuni mesi all’American Academy in Rome come borsista del Joseph Brodsky Memorial Fund. Abbiamo anche un piccolo studio nel borgo antico di Roccasecca, dove il paesaggio sembra un palcoscenico naturale in continuo mutamento.
Sta già lavorando a nuovi progetti?
Le nuove idee sono molteplici e molto diverse tra loro: pittura, oggetti, tessuti, grafica editoriale. La vera sfida è trovare il tempo per realizzarle tutte.

Traduzione dal russo di Marta Capossela
In copertina: Swimming is strictly forbidden, 2018. Ferro e acrilico, 47 × 73 cm. Serie Vyveski (Insegne), Collezione Georgian National Gallery.
