Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Odio i funerali per quella sensazione di estetica, convincente mestizia. Per le lacrime degli altri, degli estranei. Per quell’opprimente senso​ di gioia: “Non sei morto tu, ma un altro”. Per la segreta inquietudine riguardo all’imminente​ bevuta al banchetto funebre.  Per gli smodati elogi indirizzati al defunto. (Ho sempre avuto​ voglia di gridare: “A lui che gli frega? Siate indulgenti verso i vivi. Per esempio verso di me”).

Sergej Dovlatov, Compromesso undicesimo, 1981

Vale sempre quello che ha scritto La Rochefoucauld: “La morte è come il sole, non la puoi fissare negli occhi”. Vale oggi più di quattrocento anni fa, quando la morte – delle donne per parto, dei bambini falciati dalle malattie, degli uomini in guerra – era esperienza quotidiana. Oggi (parliamo del più o meno avanzato “occidente”) le morti sono più numerose delle nascite, ma ci appaiono come incidenti di percorso, guasti di programmazione che la tecnologia non tarderà a riparare. Eppure, proprio l’illusione di onnipotenza rende più inquietante l’appartenere a una specie cui è toccato in sorte il dono velenoso di sapere in anticipo che tutti i suoi individui sono destinati a finire. Ché questo è in fondo il cogitare intorno a cui abbiamo costruito religioni e sistemi di pensiero e rituali complessi per rassicurarci almeno un po’, quel tanto che basta per convincerci che la vita, sia pure a scadenza programmata, ha un valore.

A seppellire i morti, prima dei Sapiens e dei Neanderthal, pare siano stati mezzo milione di anni fa i Naledi: ominidi che avevano un cervello molto più piccolo del nostro ma già mostravano cura e rispetto per i corpi inanimati dei loro simili. Poco sappiamo dei millenni che precedono l’invenzione della scrittura, di fatto la parte più consistente della nostra storia, ma proprio i riti funebri sono considerati il primo coagulo di umanità, e anzi spesso rappresentano l’unico oblò attraverso cui ci illudiamo di penetrare nelle vite di coloro che ci hanno preceduto.

Anche oggi, però, che di oblò per scrutarci ne abbiamo fin troppi, “i funerali hanno molto da raccontare sulla società e la politica di un Paese”: è questa la premessa da cui prende avvio Gian Piero Piretto per il suo libro più recente, L’ultimo spettacolo, dove la storia dell’Unione Sovietica – un’Urss dai confini storici allargati, che comincia nel 1905 e non è ancora finita nel 2023 – viene ripercorsa attraverso una ventina di esequie memorabili, dai “funerali rossi” del rivoluzionario Nikolaj Bauman, collaboratore di Lenin, fino alla rapida e misteriosa sepoltura di Evgenij Prigožin, la scorsa estate. Ma Piretto avverte che lo stimolo è stato duplice: da un lato “il nuovo e preoccupante culto della morte per la patria, molto vicino a quello impostato sulle morti sacrificali dei rivoluzionari sovietici negli anni Venti” nella belligerante Russia putiniana, dall’altro l’attenzione mediatica globale al rito funebre della regina Elisabetta II, “con caratteristiche che erano state precipue delle manifestazioni, non solo funebri, sulla Piazza Rossa negli anni dello stalinismo”. Dunque, un doppio movimento che si concentra sui funerali sovietici per proiettarli in un contesto più ampio, anche grazie all’attività pluridecennale dei death studies, e che – come già nei precedenti libri di Piretto, da Gli occhi di Stalin a Quando c’era l’Urss – si basa su una documentazione iconografica vastissima: quadri, fotografie e soprattutto video d’epoca, questi ultimi ovviamente non inseriti nel libro ma subito accessibili grazie ai link forniti dall’autore, così che la lettura si amplia e si fa concretamente multimediale (caso non frequente di dialogo riuscito ed efficace tra codici differenti).

Sergei Loznitsa, State Funeral, 2019

Le esequie analizzate da Piretto sono in realtà molto diverse e non assimilabili, se non per la dimensione spettacolare che caratterizza ogni cerimonia funebre capace di attirare persone al di fuori della cerchia di chi ha conosciuto in vita colui o colei che si trova nella bara. Se un filo esiste tra i funerali dove l’ufficialità si celebra in tutte le sue sfumature (Lenin, soprattutto Stalin, e pure Majakovskij e Gagarin) e quelli invece dove si esprime il desiderio di resistere a quella stessa ufficialità (Pasternak, Achmatova, Vysockij, anche – se vogliamo – Gorbačëv), è appunto in questo pubblico, in certi casi dolente e partecipe, in altri semplicemente mosso dal desiderio di “esserci”. Ma fra i due la linea di demarcazione è più sottile di quanto si vorrebbe, e il Kitsch, ammonisce Piretto, finisce quasi sempre per essere la nota dominante, quella “famosa e universale ‘seconda lacrima’ teorizzata da Milan Kundera, causata dalla commozione per la commozione”.

D’altra parte, allo spettacolo della morte altrui non si resiste facilmente. Lo sappiamo tutti noi che abbiamo distolto a fatica lo sguardo da un povero corpo investito sull’asfalto (strage continua e continuamente dimenticata), lo sa Piretto quando ricorda di avere trascorso “sette ore di fronte al televisore seguendo sul canale della BBC i funerali della regina Elisabetta”, lo so io che nel gennaio 2023 sono andata a San Pietro con migliaia di altre persone per vedere la salma di papa Ratzinger. Perché l’ho fatto, non avendo motivazioni religiose? Per essere testimone di un avvenimento storico, cioè banalmente, per “esserci stata”. Senza lasciare tracce digitali personali – leggi: selfie – ma sapendo che, come scrive Piretto, i selfie ai funerali, in gergo deathfies, altro non sono che una “ennesima strategia per l’elaborazione collettiva di un lutto”.

Si sopravvive alla morte – finché è possibile – come si può, anche mettendosi in fila dietro la bara dei cosiddetti immortali. La lunga lista dei funerali più partecipati della storia ce lo conferma, e ci ricorda che le parate mortuarie non sono state un’invenzione sovietica. (Il cadavere di Abraham Lincoln viaggiò su un treno per tre settimane per consentire al maggior numero di cittadini americani di prendere commiato dal loro presidente. E qualcosa di simile avvenne per altri, inclusi FD Roosevelt e Eisenhower, e pure per Robert Kennedy, al cui ultimo viaggio prese parte Paul Fusco, fotografo della Magnum, che ne ricavò un servizio memorabile, dedicato appunto a questo lutto collettivo.)

E tuttavia, la morte di Stalin, e quello che ne seguì, ebbe caratteri di eccezionalità che oggi ci è difficile cogliere in pieno: “Decenni di lavaggio dei cervelli, ottenuto attraverso sofisticate quanto efferate pratiche propagandistiche, avevano portato la quasi totalità della popolazione a perdere di vista il ragionamento lucido, la possibilità di porsi dubbi e formulare interrogativi”, scrive Piretto, riportando tra le altre la testimonianza di Evgenija Ginzburg sulle reazioni dei suoi compagni di detenzione in un GULag: “Queste persone non potevano accettare l’idea volgare che il Genio, il Leader, il Padre, il Creatore, l’Ispiratore, l’Organizzatore, il Migliore amico, il Corifeo, e chi più ne ha più ne metta, potesse essere soggetto alle stesse leggi biologiche di pietra di qualsiasi altro prigioniero”.

Funerali di Stalin (foto d’archivio)

Fu probabilmente per questo spaesamento, per questo senso di incredulità, e non solo per lo spettacolo oscuro della morte, che milioni di persone, nel gelido marzo moscovita del 1953, si misero in coda, aggirando restrizioni e divieti, per accedere alla Sala delle Colonne nella Casa dei sindacati, dove – come già per Lenin, ma con ben maggiore sfarzo – era stata allestita la camera ardente di Stalin. Ne derivò un massacro i cui contorni sono tuttora incerti, leggenda nera nella leggenda nera staliniana. A me fu raccontata, nella Mosca dei primi anni Novanta, da Antonina Nikolaevna, Tonia: mia collaboratrice domestica, come si direbbe adesso, ma soprattutto mia porta d’accesso verso una quotidianità russa popolare che altrimenti avrei visto da lontano e (secondo le mie intelligentnye amiche moscovite, che ne diffidavano) pezzo grosso del Kgb. Fosse vero, non posso dire, ma certo lo confermerebbe tra le altre cose il suo lavoro di centralinista in quello stesso 1953, sulla ulica Gorkovo (adesso Tverskaja) o negli immediati dintorni, non lontano dalla Casa dei sindacati. Fu così che la giovane Tonia insieme ad altre ragazze si unì alla folla per rendere omaggio al “padre della patria”, ma di cosa vide nella Sala delle colonne non disse niente, o l’ho dimenticato. Ricordo bene invece la massa di corpi pigiati lungo il percorso, il lieve pendio della Neglinka ghiacciata, il senso di soffocamento e soprattutto la sorte di una sua collega che nella calca cadde e fu calpestata e sopravvisse, “ma sarebbe stato meglio se non ce l’avesse fatta”.

Ufficialmente i morti furono 109, c’è chi dice più di mille, quasi impossibile ormai sapere la verità. In ogni caso il racconto di Tonia si accorda con una testimonianza agghiacciante riportata da Piretto: “È un miracolo che non mi abbiano schiacciato. Non toccavo terra con le gambe mentre la folla mi trasportava. Poi ho appoggiato i piedi su qualcosa di morbido, ho pensato che qualcuno avesse lasciato cadere un colbacco, ma mi resi conto che stavo calpestando persone”.

Di questi morti non c’è né ci può essere traccia nello stupefacente documentario State Funeral realizzato nel 2019 dal regista ucraino Sergei Loznitsa a partire dalle oltre quaranta ore di pellicola in bianco e nero e a colori che erano state alla base di un altro film, Velikoe proščanie (Il grande addio), firmato da tre maestri della cinematografia sovietica, Dziga Vertov, Mikhail Ciaureli e Sergej Gerasimov. Girato dai più bravi cineoperatori dell’Urss a Mosca e in tutte le repubbliche sovietiche nei giorni immediatamente successivi alla morte di Stalin, Velikoe proščanie rimase “su uno scaffale” dal 1953 al 1988, forse – scrive Piretto – per “la volontà di molte delle figure autorevoli immortalate nella pellicola che, percependo l’incombente destalinizzazione, si cautelarono facendo sparire le testimonianze della loro vicinanza a Stalin”.

Sergei Loznitsa, State Funeral, 2019

Se l’intento fu questo, non si può dire che riuscì, almeno per i tre esponenti del Pcus che tennero un discorso dalla tribuna del mausoleo sulla Piazza Rossa: il temibile Berija fu giustiziato prima della fine del 1953, e non passò molto tempo prima che Malenkov e Molotov cadessero in disgrazia. Non sono però le sorti dei capi a interessare Loznitsa, o non solo quelle, nella sua rielaborazione dei materiali di archivio: State Funeral si chiude con una scritta in russo e in inglese per ricordare che “in base alle ricerche storiche circa 27 milioni di cittadini sovietici furono uccisi, giustiziati, torturati a morte, imprigionati, mandati nei gulag o deportati durante il regime staliniano” e che “altri 15 milioni circa morirono di fame”, ma soprattutto quello che preme al regista, con l’aiuto del suo straordinario montatore, il lituano Danielius Kokanauskis (lo stesso di tanti suoi film tra cui la Storia naturale della distruzione) è – come nota lui stesso in una conversazione con il collega italiano Pietro Marcello – mostrare “lo spazio che si crea intorno alla figura di un capo, di qualcuno che catalizza le aspirazioni collettive”.

In questo senso, dice Loznitsa (e Piretto è d’accordo), State Funeral non riguarda il passato, ma invita a osservare “il piccolo Stalin che si nasconde in milioni di persone, potenziali mattoncini di una macchina di distruzione totalitaria”: una caratteristica, aggiunge il regista, “tipica di una cultura dove l’individuo non è una persona che merita rispetto e lotta per i suoi diritti, ma è un nessuno, un puro strumento”. Parla della Russia, naturalmente, il regista, in questo dialogo registrato nel giugno 2021, e che oggi assume valenze profetiche, pensando alla guerra in corso e a quanto ha detto pochi mesi fa Vladimir Solov’ëv, conduttore tv molto vicino a Putin, in un intervento citato nell’Ultimo spettacolo: “Non lasciate che la paura della morte influenzi le vostre decisioni. Vale la pena di vivere solo per qualcosa per cui si possa morire, così dovrebbero stare le cose. Stiamo combattendo contro i satanisti. Questa è una guerra santa e dobbiamo vincerla”.

Del resto, come scrive il giornalista italiano Marzio G. Mian in Behind the New Iron Curtain, il servizio che apre il numero del gennaio 2024 di Harper’s, in Russia oggi “Stalin vive un Secondo Avvento. Il suo nome ricorre come un mantra… e il suo più grande sponsor, forse, è Putin, consapevole che, invocandolo, tira una corda magica che risveglierà segreti sogni di gloria”. Sogni antichi e mai sbiaditi in Russia, dove il ricordo dei milioni di morti durante la Grande Guerra Patriottica (la seconda guerra mondiale) è vivissimo. E certamente vivi anche altrove, in modo sotterraneo – flussi carsici di ingiustizie vere o presunte, di profonde insicurezze, di vecchi rancori, pronti a riemergere e che si estendono, nello spazio e nel tempo, ben oltre le frontiere di quello che è stato, e vorrebbe ancora essere, l’impero russo-sovietico.

Gian Piero Piretto
L’ultimo spettacolo. I funerali sovietici che hanno fatto storia
Cortina, 2023
232 pp., € 19

Maria Teresa Carbone

Giornalista, autrice e traduttrice, ha coordinato la redazione della rivista online «alfabeta2» dal 2014 fino alla sua chiusura, nel settembre 2019. In precedenza ha diretto la sezione Arti del settimanale «pagina99», ha lavorato alle pagine culturali del quotidiano «il manifesto» e ha curato alcune edizioni del festival romapoesia. Da diversi anni si occupa di promozione della lettura in Italia e all’estero. Il suo libro più recente, “111 cani e le loro strane storie”, è uscito nel 2017 per Emons e l'anno successivo è stato tradotto in tedesco.

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