Un certo numero di cose

2019
Introduzione

Un racconto può prendere la forma di un testo definito da un titolo e da un autore, che lo ha sviluppato a partire da un’intenzione narrativa. Un testo che possiede una sua autonomia e una sua organizzazione formale che, una volta che esso verrà «licenziato» e dato alle stampe, non potrà più cambiare.

Mi piace pensare che, se è un artista a scrivere un racconto, questo sarà sempre, almeno in parte, uno strumento utilizzabile per scopi imprevisti, oppure un diversivo. Sempre, in qualche modo, incompleto, e mai del tutto separabile dai destini, sia dello scrivente che dei lettori. Il testo-racconto dell’artista non ha da essere rispettato nella sua definizione. Vuole essere riusato, trasformato, tradito; s’aspetta, e spera, di diventare, grazie all’altro, qualcosa d’altro. Perdere la fissità e lo statuto di oggetto finito, e de-testarsi. Ciò può portare il racconto a intrecciarsi con incontri e relazioni potenzialmente illimitati.

Le piccole storie che riempiono questo libro sono ordinate cronologicamente e accompagnano, come lunghe e a volte pedanti didascalie, un certo numero di cose. Esattamente sessantatré, ovvero il numero di anni che ho vissuto al momento in cui mi accingo a scriverne. Le sessantatré cose (oggetti materiali e ricordi, documenti e opere d’arte), tutte insieme, costituiscono una mostra retrospettiva – di cui questo racconto, e il libro che lo contiene, sono il «catalogo» – e una specie di autobiografia-per-oggetti, uno per ogni anno, dal 1955 al 2018. Nel loro statuto incerto fra arte e non-arte, fra singolare e plurale, fra vero e falso, queste cose vorrei che diventassero agenti di una reversibilità: fra racconto e oggetto materiale, fra autore e opera, fra scrittura e immagine. Una reversibilità sempre possibile, che rende evidente l’incompletezza a cui accennavo sopra. Insomma, questo libro è una combinazione inestricabile di testo narrativo e documenti visivi, e invita a una forma di lettura basata sulla reciprocità fra l’uno e gli altri. Una forma di lettura che può diventare una modalità di interpretazione del lavoro di un artista. Le sessantatré cose di cui qui si racconta possono porsi come prove materiali, evidenze di alcune storie; opere da riferire storicamente al momento della loro esposizione in una certa mostra, oppure che prendono valore e senso soltanto a posteriori, oggi, con il loro inserimento in una retrospettiva o in uno dei racconti che seguono.

Non è finita.

Il 2019, il sessantaquattresimo anno, sarà rappresentato da una super-cosa, costituita dalla somma dei rifacimenti delle sessantatré precedenti. Rifacimenti le cui modalità saranno decise, e messe in pratica, collettivamente, da un gruppo di giovani artisti e studenti che, con me, parteciperanno a un laboratorio attivo durante e, letteralmente, dentro la mostra.

In questo cervellotico gioco di rimandi fra testo e oggetti, fra materiale e immateriale, fra singolarità dell’opera d’arte e mostra-come-opera e, infine, fra tempi diversi, non soltanto viene soddisfatto il narcisismo dell’artista che vede riconosciuto, con la mostra retrospettiva, il valore di ciò che ha detto e fatto, ma ancor di più, viene avvalorata l’ipotesi che molto c’è ancora da dire e da fare; che l’opera, anche a costo di perdere la sua stessa distinguibilità, non è confinata nel passato. Non è finita. Forse, non è fatta.  

Neanche dopo averla catalogata.

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1956
Una scena paurosa

I prossimi due oggetti rappresentano due anni distinti, ma in realtà sono separati fra loro soltanto da poche settimane.

Dicembre 1956. Un’altra foto, scattata, credo, a Piazza Navona e con ogni probabilità opera di un fotografo «professionista», sodale di quel Babbo Natale troppo giovane, dalla barba eccessiva e dall’improbabile frangetta bianca che gli copre gli occhi. Né io né lui guardiamo in camera bensì, probabilmente, verso i miei genitori (i committenti dell’opera). Dall’espressione, lui sembra giustificarsi di qualcosa, forse del fatto che non riesce a rendermi allegro; io, d’altra parte, sono terrorizzato e sembro chiedere spiegazioni o meglio, aiuto. Ho un vago ricordo di questa terribile situazione, o forse di una simile, dell’anno successivo (anch’essa immortalata in altra fotografia) in cui Babbo Natale è accompagnato da un grande cervo che mi sembrava vivo e mi faceva molta paura. Probabilmente anche la scimmietta meccanica e il burattino-volpe che in questa foto appaiono sotto il controllo di quel barbutissimo signore, non mi facevano divertire affatto.

In secondo piano una piccola folla sembra assistere alla scena, che quindi prende l’aspetto di una performance collettiva, una sgangherata situazione à la «Las Meninas», con coppia di committenti invisibili, bambino al centro, fotografo di lato, attore principale colto in un momento di difficoltà, e animali semoventi e quasi-vivi. La stampa fotografica è malamente ritagliata. È possibile che quelle sforbiciate siano opera mia (e di chi sennò?). Chissà cosa, di quella traumatica scena, doveva essere eliminato.

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1958
Un disegno stimolante

Una cosa che mi è stata attribuita fin da piccolo, e alla quale ho creduto senza riserve, fino ad assimilarla come una caratteristica costitutiva della mia soggettività, è l’assoluta incapacità a disegnare. In effetti in Disegno, materia curricolare alle scuole medie, ho sempre avuto voti piuttosto bassi, e ricordo di avere, verso i dieci anni, persino preso lezioni private di disegno a mano libera. Per un certo tempo, a casa, c’è stato il disegno di un vaso da fiori molto ben riprodotto, ma quasi interamente fatto dalla ragazza che veniva a darmi ripetizioni; un disegno che ricordo molto bene e che presentai a scuola come opera mia ma che non risultò credibile dall’insegnante. Credo di averlo buttato, a un certo punto della mia vita, proprio perché mi vergognavo della sua falsità, e della sua oleografica perfezione. Peccato; oggi sarebbe potuto diventare, molto falso e un po’ «vero Pietroiusti» quale era, un importante elemento di una retrospettiva.

Fra le cose che invece non ho buttato c’è un album dalla copertina rosso scarlatto con dentro alcuni disegni fatti da me a tre, quattro anni. Sulla prima pagina ce n’è uno fatto con la penna rossa: le linee risultano abbastanza organizzate e danno l’idea di una forma organica, forse un volto umano, forse un pesce con una grande testa e una bella coda, o forse un qualche altro animale. Fatto sta che, molti anni dopo, ho riprodotto questo disegno per usarlo come «stimolo» in alcuni dei miei test proiettivi. Credo di averlo fatto proprio perché si tratta di un’immagine che può far venire in mente varie cose: come accade con certe macchie, o con le nuvole.

In qualche modo, da bambino non disegnavo poi così male.

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1963
Una partita persa

La piccola foto dell’agosto 1963 un po’ mi commuove. Siamo in vacanza, in un hotel sulle Dolomiti, a Caviola o a Cortina. Figlio e padre si stanno affrontando a scacchi, davanti a una classica scacchiera in legno: il primo ha accanto la scatola aperta dei pezzi da gioco, il secondo, che in quel momento ha trentasette anni, gli immancabili occhiali da miope e le, altrettanto immancabili, sigarette (qui le HB, con l’elegante scudetto giallo e rosso; ma negli anni ricordo i pacchetti di Kent, di Rothmans, di Windsor, di North Pole, e di molte altre). L’uno e l’altro portano una camicia a scacchi. Le due camicie, seppur di diverso colore, hanno entrambe ispirazione montanara: il bambino ha persino le bretelle di cuoio grigie e, probabilmente, non visibili, i pantaloncini alla tirolese. È evidente, più che una volontà, l’aderenza a un dettato convenzionale che i due genitori condividono: siccome ci si trova in montagna è bene (elegante e conforme alle regole) vestirsi «in stile». 

Lo scatto è fatto dalla madre che, come è ovvio, si concentra sullo sguardo e sul gesto del suo bambino. Questi è colto nel momento in cui sta per muovere, ma non è sicuro della sua mossa. A giudicare dalla posizione dei pezzi, si tratta di una mossa difensiva: il re è sotto scacco e difenderlo con la regina significa andare incontro a una grossa perdita. Il volto del bambino dimostra l’impegno messo nel gioco, il coraggio nell’affrontare una sfida superiore alle sue forze, ma anche la consapevolezza di stare avviandosi alla sconfitta. Quegli occhi sembra che stiano per scoppiare a piangere.

Giocare a scacchi con mio padre mi piaceva, ma mi metteva anche agitazione: era, mi rendo conto ora, entrare nel vivo del paradosso della conquista dell’autonomia. Era stato lui a insegnarmi quel gioco e ci tenevo moltissimo a giocar bene per fare bella figura, dimostrandomi attento e intelligente. Ma avrei altrettanto goduto a prevalere, per il puro piacere di sentirmi superiore. Gli elementi strutturali di questa dinamica, amorosa e conflittuale, con mio padre, hanno caratterizzato tutta la mia vita. Quel che ho fatto e sto facendo, in primis l’artista, è fatto sia contro di lui, i suoi valori e le sue convinzioni, che per ricevere la sua attenzione, il suo plauso, la sua gioiosa sorpresa di fronte a un contro-scacco di cui non mi avrebbe creduto capace.

1964
Il buco nel muro (opera prima)

C’è un episodio della mia vita infantile che è rimasto molto impresso nella mia memoria, e che però non so esattamente quando sia accaduto. In altre occasioni in cui l’ho raccontato ho sostenuto che mi piace pensare sia avvenuto nel 1963. In questo racconto-catalogo, essendo il ’63 già «preso» dalla fotografia appena descritta, lo riporto come se fosse avvenuto nel 1964. Del resto nessun documento, tranne il mio ricordo, potrà mai offrire alcuna evidenza di questo evento, che però può essere considerato una sorta di opera prima, fondamento emblematico o addirittura causale della mia ricerca artistica.

L’appartamento al primo piano di via Novara 53, dove vivevo con i miei genitori, confinava con quello dei nonni materni. Una delle pareti della mia cameretta era proprio quella che separava le due case e ogni sera mia nonna, per darmi la buona notte, bussava alcuni colpi sul muro che ci divideva: io rispondevo, bussando a mia volta. Un giorno convinsi Gianni, un amichetto, a fare, con il cacciavite, un buco in quel muro, per arrivare dall’altra parte. Nascosti sotto il letto, che era appoggiato proprio a quella parete, lavorammo per qualche giorno e facemmo un discreto danno sul muro, prima di essere scoperti.

Mi piace pensare che ci sia una relazione poetica fra l’inadeguatezza dello strumento che Gianni e io stavamo usando e l’inventività temeraria che ci portò a fare quel tentativo. Mi piace pensare che tutta la mia carriera di artista sia, infine, nient’altro che una risposta alla frustrazione di quel buco che non arrivò dall’altra parte e che un muratore venne a stuccare. Mi piace pensare che è da allora che, da solo o con altri, tento di ripetere quell’esperienza.


In fondo per me l’artista è quella persona che, dato uno spazio, vuole vedere cosa c’è dall’altra parte, e pensa di poter andare oltre i muri, fisici o simbolici, che lo delimitano e che lo definiscono. Da questa infantile intemerata si dipana un filo rosso che si ritroverà spesso in queste pagine, in queste storie, nelle mostre a cui ho partecipato e nelle performance che ho messo in atto, fino ad arrivare ad una surreale e imbarazzante conclusione nel 2006.

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1976
Farsi ognuno la propria radio

Il 1976 fu l’anno in cui in tutta Italia cominciarono a sorgere stazioni radio in modulazione di frequenza (FM). Tutte queste stazioni non avevano alcuna autorizzazione e quindi, in teoria, la Polizia Postale (all’epoca si chiamava Escopost) avrebbe dovuto chiuderle. Però la facilità di reperire la tecnologia necessaria a trasmettere – perlomeno su scala di quartiere o di piccola città – determinò un effetto a cascata e quindi la nascita di un tale numero di «radio libere» che Escopost a un certo punto rinunciò, ovvero si limitò a chiuderne solo alcune; fra le altre, a Bologna nel marzo del 1977, durante grandi manifestazioni di piazza, la celeberrima Radio Alice, che trasmise in diretta la propria stessa chiusura.

La fine del monopolio RAI sembrava comportare una entusiasmante trasformazione storica della società e dei mezzi di comunicazione di massa. Sembrava un’opportunità alla portata di tutti, anche di un piccolo gruppo di ventenni di cui ero parte, abbastanza presuntuosi da pensare di poter mettere in piedi una radio a impostazione culturale, e convinti di trovare un pubblico di ascoltatori non soltanto interessati alla musica da discoteca o ai programmi di intrattenimento. Aiutati dal padre di uno di noi, un avvocato incuriosito dall’esperimento anche da un punto di vista di teoria giuridica, trasformammo un monolocale seminterrato a via Benaco in redazione, issammo sul tetto del palazzo un’antenna attraverso un efficace dispositivo telescopico a manovella, la collegammo a un trasmettitore avuto in dono da Radio Marsica (che si stava convertendo in rete TV e quindi non ne aveva più bisogno) e, il primo marzo 1976 alle ore 15, inaugurammo le trasmissioni di Radio Gamma (in seguito Radio Gamma Roma, quando una società di Milano ci impose di cambiare il nome perché loro lo avevano registrato, e noi no). L’esperienza della radio per me durò circa un anno e mezzo. Un programma che facevo tutte le domeniche alle 10 di mattina, cioè all’ora della messa, si intitolava Maledetta domenica e consisteva nella lettura di testi anti-clericali e antireligiosi in genere, accompagnati da musica minimalista o dodecafonica il più sgradevole possibile.

Nella redazione il mio ruolo era di responsabile del settore «scienza» e, anche se la sezione «arte» in teoria era curata da qualcun altro, partecipai, con due sodali, ad un breve viaggio a Venezia nel giugno del 1976 per visitare – e recensire – la Biennale curata da Enrico Crispolti. Fu, quello, il primo vero incontro con l’arte contemporanea e fu, come prevedibile, spiazzante. In particolare ricordo il padiglione inglese, in cui Richard Long (che naturalmente non avevo mai sentito nominare) esponeva A Line of 682 Stones, una fila ininterrotta di sassi, uno dopo l’altro, stanza dopo stanza.  Ricordo distintamente che i miei due amici dissero: «Questa è una presa per il culo!» e io risposi: «Ragazzi, evidentemente c’è qualcosa che non sappiamo» (e avevo proprio ragione!). Così comperai il catalogo e, tornato a Roma, vi cercai tutti i nomi di artisti e critici che fossero presenti anche sull’elenco del telefono della città. Ne trovai diversi, fra gli altri: Gianfranco Baruchello, Filiberto Menna, Claudio Cintoli, Franco Falasca, Maurizio Benveduti, Tullio Catalano, Fabio Mauri. Tutti accettarono volentieri di farsi intervistare e alcuni vennero anche alla radio a fare alcune trasmissioni in diretta. Purtroppo di tutto quel materiale non è sopravvissuta alcuna registrazione. Sia in me che negli altri sprovveduti redattori della radio, quegli incontri determinavano sempre un misto di sconcerto e curiosità. I personaggi coinvolti ci sembravano, per lo più, degli strampalati, genialoidi, perdigiorno. Il fatto che, comunque, ci dessero retta, ce li faceva apparire molto simpatici.

Un altro dei compiti che mi ero attribuito, all’interno dell’organizzazione dei programmi della radio, era quello di «mappare» (sono sicuro che il termine non si usava, allora) i teatri d’avanguardia e le associazioni culturali della città. Ricordo, fra gli altri, l’incontro con Simone Carella, che viveva in un minuscolo soppalco sulle scale che scendevano dentro il Beat 72 in via Gioacchino Belli, nel quartiere Prati; quello con il direttore della Lega per la Protezione degli Uccelli nella torre della Scimmia a via dei Portoghesi; quello con l’associazione per l’abolizione della censura nel cinema, che si riuniva nella sede storica del Partito Radicale a via di Torre Argentina. Qui, al termine di una riunione in cui mi ero impegnato in una vivace discussione con Luciana Pannella, sorella di Marco, mi avvicinò un uomo, completamente vestito di nero, che era rimasto per tutto il tempo silenzioso in un angolo della stanza. Mi disse: «Mi interessa quello che hai detto, vieni a trovarmi», e mi diede un pezzetto di carta, con un frammento di rosa-nel-pugno e con un numero di telefono (me lo ricordo ancora: 6874839). Si trattava di Sergio Lombardo: non so cosa ci stesse a fare a un incontro sulla censura nel cinema, né so esattamente perché, poco tempo dopo, gli telefonai. Forse pensavo di registrare qualche intervista, di realizzare qualche trasmissione per la radio? Forse sentivo che quell’incontro avrebbe cambiato in modo decisivo la mia esistenza? Per comprendere, accettare e assimilare quel cambiamento c’ho messo anni.

Molto tempo dopo, nel 2014, nel corso di una mia conferenza alla quale Sergio era presente, gli fu chiesto di raccontare qualcosa di quell’episodio di quasi quarant’anni prima e lui disse, con l’intelligenza un po’ diabolica che lo contraddistingue, che aveva visto in me un giovane con tutte le caratteristiche esattamente opposte a quelle dell’artista «normale», e che quindi aveva intuito, o addirittura deciso, che ero proprio il soggetto giusto da far diventare un artista «speciale».

Tutto quello che segue, di qui in poi, potrebbe quindi essere considerato il risultato di un suo esperimento. Un’opera d’arte, non mia.

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2006
Il buco nel muro (finale)

In pieno rione Monti, in via degli Zingari, a Roma, c’è un palazzo settecentesco che per molto tempo è stato usato come convento e semi-convitto per giovani che venivano a Roma da fuori per studiare o lavorare. Mio zio Pino (marito di Mariella, sorella di mia madre) risiedeva lì negli anni ‘50, mentre studiava nella bella sede della facoltà di ingegneria, che è tuttora a poche decine di metri. Abbandonato da tempo dai frati, l’edificio, intitolato ad Angelo Mai, studioso dei vangeli apocrifi, venne occupato all’inizio del 2000. Alcune famiglie ci andarono a vivere, alcuni giovani artisti e curatori vi organizzarono concerti, eventi, mostre. Uno dei più attivi tra loro era Francesco Stocchi.

L’occupazione, trattandosi del centro di Roma, era sotto la costante pressione dello sgombero da parte del Comune, proprietario dell’immobile, che avrebbe voluto, pare, realizzarvi una scuola. A un certo punto gli occupanti ricevettero un ultimatum. Entro la mezzanotte del 30 aprile 2006 l’edificio doveva essere lasciato libero da persone e cose. Per tutta risposta, per quella notte, venne organizzata una grande festa, alla quale parteciparono migliaia di persone, e venne chiesto ad alcuni artisti di concepire azioni performative o installazioni da disporre nei vari spazi. Stocchi mi propose di fare qualcosa nei sotterranei.

I sotterranei dell’Angelo Mai sono dei lunghi, diramati e profondi cunicoli in cui, a un certo punto, si incontra anche la bocca di un vecchio pozzo. Gli occupanti li chiamavano «catacombe», ma in effetti sono semplicemente il luogo dove le derrate alimentari del convento venivano tenute «in fresco», prima dell’introduzione dei frigoriferi. Mio zio Pino mi aveva raccontato delle sue incursioni in questo sistema di grotte, organizzate per sottrarre un po’ di vino alle scorte dei frati.

Per questi cunicoli pensai – chissà perché – a un lavoro sonoro: disporre alcuni fornelletti da campeggio accesi sotto dei bollitori con l’acqua, e lasciarli lì a fischiare dopo il raggiungimento della temperatura di ebollizione. A poche ore dalla mostra, raccontai del mio progetto a Carolyn e lei mi fece notare la similitudine con il celeberrimo lavoro di Pistoletto Orchestra di stracci. Cercai timidamente di convincerla che non era la stessa cosa, ma ben presto fu lei a convincere me che la proposta era praticamente una copia e quindi assolutamente da scartare. A quel punto mi aggirai, confuso e preoccupato, fra i cunicoli e, alla fine della diramazione più lontana, intravvidi un muro, fatto di pietre di diverse grandezze, che sembravano precariamente appoggiate l’una sull’altra. Mi venne un’altra idea. Un’idea, per chi ha letto tutto quello che precede, non così sorprendente: andare a vedere cosa ci fosse dall’altra parte di quel muro di pietre. Fra l’altro, il tema della serata era lo sgombero, quindi uscire, andarsene. Mi sembrava quindi appropriato creare una possibile via di fuga. E stavolta non si sarebbe trattato di bussare, chiedere di entrare per fare delle foto o delle visite guidate; finalmente si sarebbe aperto un varco vero e proprio.

Progetto la performance. Materiale per la produzione: un paio di candele (il cunicolo era completamente buio), un piccone, un fazzoletto per non respirare troppa polvere. È mezzanotte fra il 30 aprile e il primo maggio, l’orario dell’ultimatum comunale. Domani è festa, ma io ho appuntamento con un preparatore atletico per cominciare gli allenamenti per un nuovo tentativo di Giro di campo.

Comincio a prendere il muro a picconate per buttarlo giù. Il pubblico, vista l’esiguità degli spazi, può scendere e assistere all’azione, ma soltanto in piccoli gruppi. Abbattere il muro è molto più faticoso del previsto. Dopo un’ora e tre quarti, il varco che son riuscito ad aprire a picconate rivela, mezzo metro più in là, la presenza di un secondo muro, stavolta fatto di normali mattoni. Ero abbastanza convinto che dietro il muro di pietre ci sarebbe stata un’uscita sul giardino, nel retro dell’ex-convento, oppure un cunicolo interrato; non mi aspettavo questo altro ostacolo. Non so bene che fare: nel bel mezzo di una performance, davanti al pubblico, mi sembra sbagliato fermarmi. Con qualche cautela pratico allora, in uno dei mattoni, un foro con il piccone. Mi sorprende un piccolo ma, dato il buio che mi circonda, intenso raggio di luce: per un attimo ho l’impressione che quella luce sia fatta di materia fisica, quasi urtante.

Guardo dentro il buco.

Un gabinetto. Una tendina verde sopra una vasca da bagno, mattonelle grigiastre, neanche tanto pulite. Un bagno modesto, certamente in uso.

Mi sembra un buon modo per finire la performance. Sono sollevato, e invito tutti i presenti a guardare, anche loro, dentro al buco.

La storia cominciata più di quaranta anni prima, il sogno frustrato del bambino con il cacciavite sotto il letto, finisce, invece che dalla nonna, nel bagno del portiere dell’edificio adiacente all’Angelo Mai, ma in un punto molto più basso di via degli Zingari. Lo sfortunato, sentendo battere ripetutamente dietro al suo muro, aveva, come è normale, chiamato la polizia. I due poliziotti intervenuti però si erano, saggiamente, guardati bene dall’entrare dentro alla bolgia di un centro sociale con migliaia di persone, ed erano rimasti in strada, a tentare di calmarlo. Mi dileguo senza scusarmi, ma con la promessa, da parte degli organizzatori dell’evento, che il piccolo compenso che mi era stato promesso per la performance, venga usato per riparare il muro del bagno con la tendina verde. Non ho mai verificato se ciò sia effettivamente accaduto.

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2012
La lettera

Alla fine di novembre 2011, dopo poche settimane di malattia, moriva mio padre. Era un uomo dal quale mi sono sempre sentito, almeno da adulto, molto distante, ma la sua morte ha segnato una cesura fondamentale nella mia esistenza. Non è stato soltanto il fatto di vedersi, improvvisamente, «in prima linea», rispetto ai tempi, naturali o almeno prevedibili, della fine. Nel mio caso, la necessità di fare, letteralmente, un bilancio della sua vita, e quel passaggio che l’eredità, le cose lasciate in sospeso, i rapporti ancora aperti, richiedono, mi hanno condotto a «diventare» lui molto di più di quanto non immaginassi. Sedere alla sua scrivania, leggere le sue carte, gli impegni, le ambizioni, le delusioni. Tirare fuori i suoi oggetti, riguardare i suoi amatissimi francobolli con le interminabili serie di numeri scritti accanto, con i quali voleva convincere sé stesso del valore economico di un investimento che era invece soltanto una smodata passione solitaria. Riempire la sua mancanza e dovermi occupare delle sue mancanze, ha fatto dapprima crescere il rancore nei suoi confronti; poi, a poco, a poco, sono subentrati sprazzi, inattesi, di identificazione, sentimenti sorprendenti di similarità, di sim-patia. Qualche volta, specie in momenti di intensa tristezza, guardandomi allo specchio, ho scorto il suo volto. Non mi era mai successo, «neanche lontanamente» (e ora mi sorprendo a utilizzare un’espressione come questa, che lui usava spesso).

Ci vorrebbe molto tempo, molte parole, per raccontare le vicende che mi hanno tenuto occupato dall’inizio del 2012 fino alla fine di marzo del 2015, quando ho finalmente potuto cedere le quote della società, di cui mio padre era amministratore e socio di maggioranza, e da cui dipendeva una casa di cura di riabilitazione motoria nel quartiere Prati. Sarebbe lungo, e forse noioso. In mezzo a quella vicenda c’è però un oggetto particolare, un documento prodotto in tribunale da una persona, M., per lungo tempo collaboratrice di mio padre, che era stata accusata (da me) di malversazioni ai danni della società da lui amministrata.

È una lettera, che comincia con «M. carissima», scritta, si direbbe, al computer, ma con numerosi errori di battitura e di grammatica, con una firma in calce che è indubbiamente quella di mio padre. Una lettera solo apparentemente sconclusionata, piena d’affetto e fiducia nei confronti della destinataria, e un po’ amara verso di me. Racconta di un uomo che si sente prossimo alla fine e che vuole rassicurare che lui «metterà tutto a posto», alludendo a «somme prelevate», la cui consistenza potrebbe obbligare M. a trovare delle «giustificazioni nei confronti degli altri».

Questa lettera, ritenuta documento attendibile dal giudice penale che, come chiesto dalla difesa di M., ha archiviato il caso, è, per me, un oggetto inquietante. Appena l’ho vista, fra le carte processuali, mi sono detto: «È chiaro, mio padre aveva, negli anni, lasciato dei fogli firmati in bianco per qualche adempimento amministrativo, bancario, postale o altro. Su uno di quei fogli M. ha potuto scrivere quello che voleva». Questa era la mia reazione razionale, quella indirizzata verso l’esterno. Istintivamente, invece, tra me e me, l’ho immaginato scrivere la lettera, ho pensato che, nel suo animo, ci fossero proprio i sentimenti descritti in quelle frasi, peraltro un po’ assurde. Ma era come se, in mezzo a quell’assurdità io udissi, invece, la sua voce.

Si tratta di un oggetto denso, dotato di una sorta di potere magico, quello di mettere insieme il falso e il vero, il giusto e l’ingiusto; il banale, miserabile tentativo di discolparsi da un furto, e un impietoso, inconsapevole ma potente, rovistare nell’animo di una, anzi due, persone: padre e figlio.

Potrei, a causa di un eccesso di autoriferimento, sbagliare in questa azzardata valutazione, ma la densità ambigua di questa lettera, che possiedo soltanto in fotocopia (l’originale è archiviato in un fascicolo del tribunale), la fa uscire dalla vicenda giudiziaria e personale, e la fa entrare nel novero di quegli oggetti strani e complessi, che sono le opere d’arte. È probabilmente un esorcismo inserire in questo catalogo «M. carissima», l’odiosa missiva, che richiama alla mente la furba malignità della falsificazione, il malanimo, lo sconcerto, e un lungo, complicatissimo periodo in cui ho praticamente interrotto il mio lavoro artistico.

Una parte di me vuole pensare che, se mio padre vedesse questa lettera, per la prima volta mi darebbe ragione su tutti i dubbi espressi, per anni, rispetto a M. e al suo modo di gestire gli affari. Lui, che una volta mi aveva detto: «Tu sei comunista, non puoi capire», dovrebbe ammettere che quello che non capiva era lui. Mi piace pensare che questo esorcismo sia la mossa a sorpresa, il contro-scacco mancato del 1963.

Ecco, ora che ci penso e ne scrivo, capisco la sua potente densità. Questa lettera, qui, è qualcosa di più di un oggetto che un artista elegge a opera d’arte. È una mossa indirizzata verso l’altro mondo. L’ultima mossa di una partita a scacchi con il padre cominciata moltissimi anni prima e vinta, alla fine, ma contro un morto.

Si riproducono, per gentile concessione di autore ed editore, testi e immagini di otto dei sessantaquattro capitoli che compongono Un certo numero di cose di Cesare Pietroiusti, pubblicato da NERO alla fine del 2019 in occasione della mostra omonima tenuta al MAMbo di Bologna.

Leggi anche Il giro di vita (Nulla dies sine imago # 2), di Andrea Cortellessa

Nato a Roma nel 1955, vive a Roma. Laurea in Medicina con tesi in Clinica Psichiatrica (1979). Co-fondatore del Centro Studi Jartrakor, Roma (1977) e della «Rivista di Psicologia dell’Arte» (1980). Uno dei coordinatori delle residenze e dei progetti «Oreste» (1997-2001). Docente di «Laboratorio Arti Visive», IUAV, Venezia (2004-2015); MFA Faculty, LUCAD, Lesley University, Boston (2009-2016). Membro del collettivo «Lu Cafausu» dal 2007; co-fondatore e presidente della Fondazione Lac o Le Mon, San Cesario di Lecce, 2015. Presidente dell’Azienda Speciale PalaExpo di Roma, dal luglio 2018. Dal 1977 ha esposto in spazi privati e pubblici, deputati e non, in Italia e all’estero. Negli ultimi anni il suo lavoro si è concentrato soprattutto sul tema dello scambio e sui paradossi che possono crearsi nelle pieghe dei sistemi e degli ordinamenti economici.