Una tradizione ebraica sostiene che, dopo aver ammirato il roveto ardente, Mosè sia asceso al cielo, dove poté contemplare le potenze ultraterrene. Là vide i Serafini, gli esseri infuocati dalle sei ali che stanno intorno al Signore, e che secoli dopo il profeta Isaia avrebbe descritto. Con un paio d’ali essi si coprono il volto, con un altro paio nascondono i piedi, e con le restanti due volano, per eseguire la missione affidatagli da Dio. Ma perché celare il volto e i piedi? I commentatori suggeriscono che i Serafini nascondono il volto per non fronteggiare la terribile Šekinah, la presenza dell’Altissimo. La stessa tradizione rabbinica sostiene che queste creature hanno piedi bovini, e che a volerli coprire sia la vergogna per il ricordo del vitello d’oro, forgiato e distrutto ai piedi del Monte Sinai. Ma Mosè era davanti al roveto: non aveva ancora fatto ritorno in Egitto, né scatenato le piaghe contro il faraone, né condotto il popolo d’Israele attraverso il Mar Rosso, fino al deserto e al Sinai, dove lo stesso popolo avrebbe poi forgiato l’idolo. Come possono gli angeli vergognarsi per il ricordo di ciò che non è ancora avvenuto?
C’è un episodio singolarmente enigmatico nel libro dell’Esodo, immediatamente successivo alla scena del roveto. Dopo essere stato inviato da Dio a liberare gli Israeliti, sulla strada verso l’Egitto Mosè viene attaccato, di notte, dal Signore stesso, che vuole ucciderlo. Zippora, la sposa di Mosè, circoncide allora il figlio con una selce, e bagna i piedi del marito con il prepuzio appena reciso. Allora il Signore si ritrae da Mosè, risparmiandolo. Cosa aveva acceso l’ira di Dio al punto da voler uccidere il suo stesso inviato? La Scrittura non vi accenna minimamente. Tra le innumerevoli ipotesi, alcuni commentatori hanno sostenuto che la causa sia da attribuire all’incirconcisione di Mosè, alla sua impurità. Altri affermano che, poiché egli si avviò verso l’Egitto pieno di dubbi e paure per la propria missione, fu questa incredulità che risultò insopportabile agli occhi di Dio. L’incredulità di Mosè (dopo aver conosciuto Dio nel roveto ed essere asceso al suo cospetto nei cieli), non solo preannuncia la poca fede del popolo d’Israele (che, una volta liberato dalla schiavitù, subito dimentica i prodigi e le parole del Signore), ma si identifica con l’impurità, con la vergogna per la propria incirconcisione. (Ancora nel rotolo di Isaia, nel parlare dei Serafini che nascondono i piedi si cela un sottile eufemismo per indicare bòshet, i genitali).

Questo identificarsi, nelle Scritture, di incredulità e impurità è stato recentemente plasmato dalle mani di Andrea Fogli. Una delle sue argille, infatti, rappresenta una Figura con le mani congiunte sopra il pube. La testa affacciata verso l’alto, il busto che scende in un blocco informe, dove non ci sono piedi né orridi zoccoli. La forma è di un orante. Non ha sei ali fiammanti, ma due braccia sbozzate di terra, che non vogliono nascondere le impurità-bòshet, ma semmai implorare il perdono, a mani giunte, per l’unica vera impurità: la storia. Le annotazioni di Fogli non lasciano dubbi – si aprano le pagine del Diario della polvere e dell’argilla: l’unica ossessione, in esse, è la ‘cronaca’, il corso infaticabile di quel disastro che è il mondo, preso nel tempo storico e negli abomini compiuti dall’uomo, contro l’uomo, per l’uomo. Da questa massa fumante di rovine e polvere, non si alza alcuna voce di pace, ma il silenzio di chi pratica l’unica preghiera possibile dopo che ogni preghiera è stata dimenticata: l’ascolto. Ma solo nella desolazione cosmica è possibile ascoltare. Non a caso, nei versi dei suoi Santini apocrifi, Fogli scrive: «Nel deserto ascolti: dall’invisibile / nessuna perfetta geometria / nessuna concentrica teologia / ma un’incrinatura / un enigma senza soluzione». L’autore, qui, fa eco al profeta Osea, alle Scritture dove deserto è midbar, ‘luogo della parola’. E la parola che in questo silenzio consiste è che l’inguaribile male dell’uomo solo ha da curvarsi verso l’alto, implorando (ma a Chi?) di ricordare la misura, di non obliare tanta miseria. Non credere ad essa, fare dei propri scopi l’axis mundi, è il perverso meticciarsi di incredulità-impurità: è il moderno. Ma a chi questo scempio saprà guardare con ferma disperazione, sarà concesso il perdono – e la pace. Perché l’unica giustizia è l’ascolto. L’orante argilloso di Fogli, tutto questo deve aver veduto, e a niente di meno ci richiama.
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In copertina: Andrea Fogli, Piccolo Popolo, 16.10.2019 – 17.2.2020, (particolare)
