È uscito per i tipi di Tre Lune, Metamorfosi. Palazzo Te come opera d’arte totale di Claudia Cieri Via (240 pp. ill. col., € 24), che della “funzione Ovidio” nella tradizione artistica d’Occidente è la massima esperta. Uno dei luoghi più eminenti di questa fortuna è senz’altro Palazzo Te, a Mantova (come scrive Stefano Baia Curioni, «una macchina scenica e teatrale, composta da un sistema preciso di rimandi tra architettura, scultura, pittura, letteratura, mitologia, fantasia e scienza»), e il saggio è una promenade di smagliante erudizione, che itinera in ogni suo ambiente tenendo sempre in mano Le metamorfosi. Per la cortesia di autrice ed editore, offriamo ai lettori di «Antinomie» il capitolo del libro che più si spinge nel contemporaneo, quello sull’interpretazione del mito di Dafne da parte di Giuseppe Penone, installata a Palazzo Te in occasione della mostra Dal caos al cosmo. Metamorfosi a Palazzo Te, ivi curata da Cieri Via la scorsa primavera.
Il racconto del poema di Ovidio attraversa Palazzo Te, dal caos delle origini del mondo alla dimensione temporale, dalla übris dei mortali alla conseguente punizione da parte degli dei fino alla loro supremazia assoluta. Ma la metamorfosi coinvolge anche la vita degli esseri umani, degli animali e delle piante, per arrivare ai processi di ibridazioni, di deformazioni, di cambiamenti di status trovando una grandiosa espressione nell’affresco cosmogonico del poeta che inscena nelle sue Metamorfosi un mondo in continua trasformazione: «Siamo un’unica sola vita»[1].

Le forme viventi: Giuseppe Penone l’impronta e il soffio
Da queste forme in incessante trasformazione prendono le mosse anche gli scrittori, i poeti e gli artisti contemporanei che, per trovare dei soggetti riferiti all’antichità utili a esprimere le loro potenzialità di metamorfosi in atto, frequentemente attingono ai miti ovidiani per immergersi anche nella natura vegetale e animale in un sentire all’unisono[2].
Fra questi miti, Dafne nella sua trasmutazione in alloro sublima nella pianta il terrore della violenza di Apollo, ma anche Siringa che, inseguita da Pan, si muta nelle canne fluviali che andranno a costruire la siringa, lo strumento musicale di Pan, la divinità dei boschi.
Il lavoro di Giuseppe Penone sulla materia vivente è esemplare di questa filosofia della natura come rivelano le annotazioni poetiche sui fogli che accompagnano i suoi disegni: «Sento il respiro della foresta, odo la crescita lenta e inesorabile del legno, modello il mio respiro sul respiro del vegetale. Avverto lo scorrere vitale dell’albero attorno alla mia mano appoggiata al suo tronco»[3].

La scultura della Dafne in bronzo, scavata nelle membra della sua corteccia d’albero, si erge al centro della Loggia di David fra l’infilata di arcate che si susseguono negli spazi, progettati da Giulio Romano, del cortile e del giardino di Palazzo Te, a esprimere quella forza osmotica fra la creazione artistica e la natura, propria anche dell’opera di Penone.
«Ovidio stesso – scrive Charles Segal – costituisce un esempio della maestria artistica di trasformare il mito in arte, perché il suo tema è proprio la plasticità del cambiamento nel suo svolgersi, l’audace tentativo di rendere una materia indocile capace di mostrare la transitorietà e la sensibilità di stati e atteggiamenti mutevoli e utili ad esprimere al massimo delle loro potenzialità le sperimentazioni di dinamismo in mutamento»[4].

Riflette ancora Giuseppe Penone, in occasione della conversazione con Carlos Basualdo: «Nel recuperare una forma che è naturale, c’è uno stupore una sorpresa che è data dalla materia stessa […] questo lavoro dell’albero ritrovato all’interno del legno»[5].Ma già da queste riflessioni si evince l’opera dell’artista che lavora sugli elementi della natura, tronchi o rami di alberi, foglie, pietre, scavando nella materia, ascoltandola. In un disegno del 1968 in cui la sua mano “ausculta” il tronco dell’albero egli enuncia il progetto per Alpi Marittime, accompagnando i disegni con annotazioni poetiche tracciate sui fogli. Ancora nel progetto dello stesso anno «per aderire agli alberi» riflette sull’albero «… come elemento vitale in espansione e in accrescimento continuo … alla sua forza aderisce la mia forza, i suoi rami e i suoi cerchi si adattano agli anelli delle mani e delle braccia … La sua reazione è il suo lavoro». Penone sperimenta dunque l’azione del tempo: «… per ritrovare all’interno dell’albero l’azione da me compiuta».
Nei suoi disegni la vitalità delle forme naturali e del suo pensiero dialogano in una rispondenza fra scrittura e sperimentazione agente della mano che disegna, della mano che ascolta la natura. «L’arte – afferma Penone in dialogo con Germano Celant – non è la descrizione di forme ma del pensiero»[6].
Nel Progetto per il giardino di pietra del 1968, l’artista sembra voler far dialogare gli alberi con i materiali di pietra, in particolare con lastre e colonne doriche, in una forma d’innesto degli uni con gli altri. Un ulteriore appunto chiama in causa le pietre nella loro contesa con gli altri elementi: «… l’albero come il fango ha imparato a inghiottire le pietre e le ingloba e le fa divenire sua struttura».
Una riflessione che a partire dal 1981 Penone svilupperà nella serie di opere Essere fiume, in cui il processo di levigazione e trasformazione delle pietre sotto l’azione dell’acqua diventa una prova per ottenere lo stesso effetto su una pietra da lui stesso lavorata. Dal confronto fra le due pietre l’assimilazione della traccia dell’artista alla natura è perfetta: «Produrre una pietra di pietra è scultura perfetta», scrive, esaltando il ruolo processuale della creazione artistica: «È l’essere fiume la vera scultura di pietra».
La scultura è un lavoro di memoria e l’opera di Penone è essenzialmente un’opera di scultura, come attivazione di forme e proiezione del tempo nella materia. «Etre Fleuve – scrive Catherine Grenier – est a ce titre emblématique de toute l’oeuvre. Par le geste le plus élémentaire du sculpteur, l’artiste crée de sa main un bloc d’éternité. Ce bloc renferme la mémoire d’une conjonction de temps»[7].
Occorre «… farsi albero, farsi fiume, farsi pietra – scrive Penone – per attivare il processo della creazione artistica attraverso la memoria». E ancora nel 1968 in rapporto al suo processo di «farsi scultura» appunta: «Per realizzare la scultura è necessario che lo scultore si adagi, si sdrai per terra lasciandosi scivolare, senza scendere in fretta, dolcemente, a poco a poco e finalmente raggiunta l’orizzontalità, concentri l’attenzione e gli sforzi al suo corpo che premuto contro il terreno gli permette di vedere, di sentire contro di sé le cose della terra e raggiungere il grado di quiete necessaria al compimento della scultura. Lo scultore penetra e la linea dell’orizzonte si avvicina ai suoi occhi. Quando si sente con la testa finalmente leggera, il freddo della terra lo taglia a metà e gli rende leggibile con chiarezza e precisione il punto che stacca la parte del suo corpo che appartiene al vuoto del cielo e la parte che è del pieno della terra. È allora che avviene la scultura». Il lavoro del suo corpo sulla materia proprio della scultura lo porta a concentrarsi sull’impronta in quanto memoria che il corpo deposita sul mondo.
«Il gesto di impronta – scrive Georges Didi-Huberman – non ha in sé un valore orientato e utilitario della produzione di un oggetto: è innanzitutto l’esperienza di una relazione, il rapporto di emergenza di una forma da un substrato “improntato” … La forma, nel processo dell’impronta, non è mai rigorosamente prevedibile è sempre problematica, inattesa, instabile aperta»[8]. L’impronta è anche «l’alba delle immagini», scrive André Leroi-Gourhan, da affrontare «attraverso la ricerca del fantastico nella natura, il sentimento estetico che spinge verso il mistero delle forme bizzarre, conchiglie pietre denti o zanne, impronte di fossili»[9].
Giuseppe Penone è stato impressionato dai numerosi resti presenti nel territorio delle Alpi liguri, come ricorda Germano Celant, vestigia del paleolitico e del neolitico che conservano tracce dell’origine dell’umanità, di cui l’artista ha raccolto delle testimonianze di pietre scolpite, per riproporre il processo del tempo.
I soffi di foglie restituiscono la memoria del corpo dell’artista e del suo soffio[10]. L’intervento dell’artista segna la sua riflessione sull’esperienza di una relazione fra corpo e materia. Il bronzo restituisce la forma dell’artista impressa nelle foglie oppure solamente il loro spostamento attraverso il soffio fermato nel tempo.
La presenza dell’artista come impronta della sua attività creativa trova una sua forma di sublimazione nelle Propagazioni: dall’impronta del suo dito sviluppa l’idea di una corrispondenza dell’immagine con il suono e con la luce che si propagano nello spazio ma è anche associata all’ondulazione dell’acqua in una sorta di installazione performativa.
Sul disegno del 1995 Penone scrive: «Cristallo, luce della terra che trasporta il pensiero. Albero occhio della Terra, trappola di luci | Sguardo di foglie | Marmo ossa della terra | calcio pensiero di pietra | cervello di cristallo | flauto di vertebre | schiena di vetro | Albero delle vertebre. Sulla pelle delle dita il disegno del suono»[11].
L’impronta umana, come nella struttura degli alberi produce un progressivo allargamento dei cerchi concentrici, frutto di un paziente lavoro che esprime un processo temporale di ascesa, che suggestivamente evoca la progressione dei disegni di Botticelli verso l’astrazione della luce nel Paradiso di Dante.
Tale processo trova continuità nelle opere con le spine d’acacia, dove l’impronta delle labbra dell’artista come «spazio incerto perché spazio che confina il dentro col fuori, l’io con l’altro. Spazio di fusione e di osmosi totale», ma anche come spazio del soffio vitale, si coglie nella visione a distanza dell’opera rispetto a una visione ravvicinata, che invece permette di cogliere l’aggressività della superficie in una polarità di senso[12].
Il soffio nelle Metamorfosi di Ovidio è una metafora della creazione e dunque del “dar vita” nel mito di Prometeo. Questi formò gli esseri umani con il limo e con l’acqua, mentre Minerva spirò in essi il soffio della vita. Ma il soffio come assenza del respiro e dunque perdita della vita è poeticamente ricordato da Ovidio nel mito di Orfeo ucciso dalle Baccanti: «Lo ammazzarono, sacrileghe, e da quella bocca ascoltata perfino dai sassi … l’anima si disperse, con l’ultimo respiro, nel vento»[13].
Al soffio della vita e al ritmo vitale dell’inspirare e dell’espirare Aby Warburg riferisce quella pausa di riflessione, quello spazio del pensiero, Zwischenraum, quell’intervallo che per Penone consiste fra ciò che è fisico e ciò che è pensiero e che si fonda sulla memoria. Così riflette sulla memoria Aby Warburg a conclusione del suo saggio su Rembrandt del 1926: «L’ascensione al sole con Elios e agli Inferi con Proserpina simboleggiano due stazioni che nel movimento circolare della vita sono legate l’un l’altra come inspirazione e espirazione; nel nostro viaggio possiamo portare solo un unico bene: la pausa eternamente fuggitiva fra impulso e azione, e sta a noi quanto a lungo possiamo estendere questa pausa del respiro con l’aiuto di Mnemosyne».
Claudia Cieri Via
Metamorfosi. Palazzo Te come opera d’arte totale
Tre Lune edizioni, 2025
240 pp. ill. col., € 24
[1] Cfr. Emanuele Coccia, Metamorfosi. Siamo un’unica, sola vita (Einaudi, Torino 2022), con riferimento a una citazione derivata dal racconto La sirena (1958) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
[2] Cfr. Claudia Cieri Via, Le forme viventi: l’impronta e il soffio. Giuseppe Penone e Andrea Mantegna: un dialogo anacronistico, «La rivista di Engramma», 180, marzo-aprile 2021, pp. 258-269. Il saggio è nato da una riflessione su alcuni temi del libro di Salvatore Settis, Incursioni. Arte contemporanea e tradizione, Feltrinelli, Milano 2020, su proposta della «La rivista di Engramma»; un’esperienza che mi ha stimolato a riflettere sull’arte e il pensiero contemporanei alla luce delle Metamorfosi di Ovidio.
[3] Giuseppe Penone: The Inner Life of Forms, a cura di Carlos Basualdo, Gagosian-Rizzoli, New York-Milano 2018.
[4] Charles Segal, L’Orfeo di Ovidio e l’ideologia augustea, in Id., Ovidio e la poesia del mito. Saggi sulle Metamorfosi, Marsilio, Venezia 1991,p. 10.
[5] Giuseppe Penone: The Inner Life of Forms.
[6] Le partage d’une passion pour le dessin, a cura di Emmanuelle Brugerolles, due volumi, École Nationale Supérieure des Beaux-Arts, Paris 2017; Germano Celant, Penone, Electa, Milano 1989, pp. 28-29.
[7] Catherine Grenier, Giuseppe Penone, Centre Pompidou, Paris 2004, p. 122.
[8] Georges Didi-Huberman, La somiglianza per contatto. Archeologia, anacronismo e modernità dell’impronta, Bollati Boringhieri, Torino 2009, p. 31.
[9] André Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, II: La memoria dei ritmi [1965], Einaudi, Torino 1977.
[10] Giuseppe Penone, Soffio di foglie, 1978. Giuseppe Penone, The Inner Life of Forms, a cura di Carlos Basualdo, Gagosian-Rizzoli, New York 2019.
[11] Germano Celant, Penone, pp. 28-29.
[12] Catherine Grenier, Giuseppe Penone, pp. 248-253.
[13] Ovidio, Metamorfosi, XI, vv. 41-43.
In copertina: Giuseppe Penone, Pietra e albero, 1987, inchiostro di china su carta con trementina, 50 × 70 cm, Collezione Centre Pompidou – Musée National d’Art Moderne, Parigi © Giuseppe Penone
