Anish Kapoor: la superficie e il segreto

25.09.2025

Il celebre Cloud Gate di Anish Kapoor, quella scultura che tutti abbiamo visto almeno una volta in fotografia, una specie di fagiolo d’acciaio lucidissimo che se ne sta in mezzo a una piazza di Chicago a riflettere i grattacieli e il cielo volubile del Michigan, nasconderebbe al suo interno un uomo.

Lo scultore anglo-indiano l’avrebbe incluso o imprigionato nell’opera fin dal momento della sua costruzione e della sua installazione, una ventina d’anni fa (2004), quando l’uomo era ancora un bambino. Un gruppo di attivisti è intervenuto qualche settimana fa, nel corso dell’inaugurazione di un festival, con tanto di cartelli e megafoni, per chiederne la liberazione. Del resto, nel corso di questi due decenni, il bambino sarà diventato un ragazzo, e per quanto il fagiolo sia alto dieci metri e lungo venti gli starà ormai stretto.

Vorrei chiarire subito che la denuncia promossa da questo gruppuscolo di audaci, che si sono battezzati “Man in the Bean”, mi appare piena di sobria sensatezza. Direi anzi che è parte integrante dell’opera. Non nel senso che Kapoor l’avrebbe progettata da subito come un corollario della scultura, come un happening che doveva prima o poi accompagnarla. Neppure nel senso che Kapoor l’avrebbe promossa a scopo più o meno pubblicitario, anche perché è sempre di queste settimane la notizia di una sua opera-evento eseguita con la collaborazione degli attivisti di Greenpeace nel Mare del Nord. E nessuno, specie se è, come Kapoor, oltre che un grande artista, un grande comunicatore, si fa ombra da solo e si ruba la scena con le proprie mani.

La denuncia dei Man in the Bean fa parte dell’opera nel senso che c’è qualcosa, nel fagiolo kapooriano, che spinge imperiosamente a fantasticare in una direzione che è esattamente quella degli attivisti balzati agli onori delle cronache con la loro denuncia. E se anche non lo fantastichiamo apertamente, coscientemente, sono abbastanza convinto che una parte del fascino della scultura derivi dalla sua capacità di sollecitare il nostro fantasticare almeno collaterale, almeno inconscio.

Che cosa ci sarà al suo interno? Ha un’interiorità, quella gigantesca goccia di mercurio? Ha persino delle interiora, nonostante la sua lucida perfezione esteriore? È a questo tarlo ragionevolissimo che i Man in the Bean hanno dato voce. E anche la loro risposta, anche l’ipotesi che hanno formulato, quella dell’abitante imprigionato, del bambino incluso ab origine nel fagiolo d’acciaio, mi appare assolutamente ragionevole. Anzi è il frutto più puro di quella che chiamerei la ragione stessa, la facoltà umana del ragionare.

Edmund Burke, A Philosophical Enquiry into the Origin of our Ideas of the Sublime and the Beautiful, 1757

Tempo fa mi hanno riferito una frase di Edmund Burke, un filosofo inglese del settecento, che mi sembra stia all’inizio di molti cammini possibili. Uno di questi cammini incrocia esattamente la questione dell’abitante segreto. Anzi non la incrocia, piuttosto la circoscrive, ne disegna la cornice, tratteggia lo sfondo senza di cui è impossibile decifrarla. Dice Burke nella sua Indagine filosofica sull’origine delle nostre idee di sublime e di bello, un testo all’epoca influentissimo: “Non ricordo cosa bella che non fosse anche liscia”. È un elogio della superficie. Perché il liscio è la proprietà precipua della superficie, è l’essenza stessa della superficialità. Si ottiene il liscio abolendo ogni ruga, ogni increspatura, ogni dislivello tra l’alto e il basso, ogni accenno di profondità, ogni obiezione verticale a un’orizzontalità che si vuole assoluta. Bisogna levigare, levigare, levigare. Solo allora si ottiene una superficie perfettamente superficiale. Ecco finalmente la bellezza.

Il Cloud Gate di Kapoor risponde al dettame in maniera letterale. Come altro bisogna rispondere, del resto, a un dettame, in ambito artistico o in qualsiasi altro? Letteralmente. E infatti il fagiolo kapooriano è fatto di centinaia di piccole placche d’acciaio, saldate le une alle altre e lucidate tanto accuratamente da cancellare qualsiasi traccia delle commessure, delle linee di giunzione, delle discontinuità tra un pezzo e l’altro. La superficie della nuvola è pura continuità, pura continuazione della sua piattezza essenziale. È per questo, a proposito, che è curva. È per questo che si inflette su se stessa, che si ripiega chiudendosi circolarmente attorno a una specie di centro segreto. Lo fa per pura e semplice coerenza. Se la superficie si interrompesse in un qualsiasi punto, lascerebbe un bordo libero, e quel bordo risulterebbe subito tagliente, scabroso, una specie di piccolo o grande sprofondo. Il principio stesso dell’opera ne sarebbe annichilito all’istante.

La superficie del fagiolo deve quindi essere ininterrotta, deve essere pura e semplice continuità. Ma è chiaro che una superficie che si prolunga senza mai incontrare bordi non può conoscere altro che se stessa, non può che inoltrarsi infinitamente nella propria superficialità. Dunque, non può che inflettersi su di sé, non può che ritornare su di sé, non può che sigillarsi su di sé. Ogni punto su cui ritorna sarà un punto di rilancio, ogni saldatura sarà un’apertura ulteriore, una fedele estensione della propria estensione. Lo capiamo facilmente se immaginiamo di seguire il disegno di quella superficie con un dito, senza affidarci agli occhi, senza guardarla come sembrerebbe ovvio fare, ma piuttosto palpandola. La curvatura, la rotondità della superficie, il suo richiudersi disegnando una camera ovoidale, universo insieme apertissimo e chiusissimo, sono il corollario inevitabile di quella sua natura perfettamente liscia.

Ora, quando si ha a che fare con una superficialità tanto sfrenata, due sono le possibilità che si danno. O si appartiene a quella superficie, si aderisce alla sua estensione liscissima. E allora si diventa tutt’uno con il suo movimento, si sposa il suo mobile incurvarsi. Allora si è la superficie, si fa tutt’uno col suo disegno concentrico, si coincide con esso. È l’esperienza che provavo a immaginare poco fa, dicendo che quella superficie, se la tocchiamo, se la incontriamo da una posizione di massima prossimità, non finisce mai, non può che continuare senza incontrare il minimo momento d’arresto. Oppure non si appartiene a quella superficie, e la si osserva a una certa distanza, magari minimale ma sufficiente ad avvertire che si è altro, che si è esiliati dalla perfezione. È in quel momento che la superficie diventa uno schermo, inizia ad annunciare una qualche profondità, e quella profondità inizia a ospitare qualcosa di ulteriore rispetto alla superficie, non fosse altro che la profondità stessa.

Donald Meltzer, The Apprehension of Beauty, 1988

Viene in mente Donald Meltzer, uno psicoanalista americano che negli anni Ottanta e Novanta ha avuto grande fama e oggi è forse un po’ meno frequentato. Nei suoi libri (The Apprehension of Beauty. The Role of Aesthetic Conflict in Development, Art, and Violence, scritto con Meg Williams, del 1988, e poi The Claustrum. An Investigation of Claustrophobic Phaenomena, del 1992) racconta e teorizza quella che lui chiama grosso modo la fantasia sull’interno della madre. È come se desse voce a un bambino di cui molti suoi pazienti, a quanto pare, avevano conservato l’inquietudine, il temperamento indaginoso, l’inclinazione sospettosa. Come sarà fatta la mamma, dentro? Di fuori è così bella, radiosa, ma sarà bella e radiosa anche all’interno? L’esterno, la superficie è splendente, ma che cosa c’è dietro, che cosa si nasconde al di là della magnifica facciata?

Meltzer ci ricorda tra l’altro che la letteratura è piena di bambini meltzeriani. Primo tra tutti il signor Macbeth che s’interroga in modi molto simili su sua moglie, Lady Macbeth, l’unico personaggio shakespeariano, a proposito, che non ha un nome proprio, ma solo una funzione, quella appunto di essere una Signora. Che cosa si agita dietro quel suo volto, che, dice Meltzer, richiede ovviamente di essere impersonato da un’attrice di assoluta bellezza? Sarà meravigliosa anche nelle sue profondità più riposte? Non c’è da giurarci, come sappiamo. Ma il fatto è che siamo tutti bambini meltzeriani, davanti a una superficie assoluta. Se coincidessimo con la sua superficialità, non avremmo sguardo su di lei, non avremmo domande sulla sua natura, non saremmo nulla di diverso da lei. Cioè, non saremmo nulla. Non appena iniziamo a essere qualcosa, cadiamo via dalla superficie, verso di noi o verso quel luogo che inizieremo un giorno a chiamare noi. E simmetricamente qualcosa di quella superficie cadrà lontano da noi, al di là della superficie stessa, in un punto simmetrico al nostro.

Quel punto diventerà il segreto della superficie, il rovescio della sua bellezza. C’è dietro qualcosa, c’è sotto qualcosa. Non lo so ma lo sento. È evidente proprio perché non è evidente. Le proposizioni chiave della paranoia diventeranno gli assiomi di questa forma d’esistenza che è semplicemente l’esistenza, quando appunto inizia a essere esistenza, quando appunto inizia ad avere un titolare, quando appunto inizia ad avere un soggetto. Non appena c’è soggettività, c’è complotto. Non appena c’è intelligenza, c’è pulsione decifratoria, spinta alla semiosi, volontà di sapere. Ciò che incontriamo diventa segno di qualcos’altro che non stiamo incontrando. Ciò che è dato alla superficie diventa la traccia di una verità che abita altrove. La mia natura esiliata immaginerà, sprofondata in quella lontananza verticale e tutta presente, qualcosa come un emblema capovolto del proprio esilio. La mia divisione dividerà quella superficie assoluta in una superficie relativa e in un’interiorità relativa, in un’apparenza e un’essenza. Incipit Plato. Inizia la metafisica.

Anish Kapoor, Three Days of Mourning, 2016 (particolare)

Non è un caso che l’opera di Kapoor pulluli di specchi, di superfici massimamente levigate, di epidermidi tesissime e perciò perfettamente riflettenti, come il Cloud Gate, ma anche, e forse soprattutto, di ammassi di resina sintetica dai colori giallastri, rossastri, nerastri, conglomerati di cupa e disfatta densità. Solo qualche titolo: Unborn, Three days of mourning, Mother, mother (2016). All’occhio indaginoso di chi è caduto via, perché non è più tutt’uno con la mamma e ha iniziato a camminare sulle sue gambe, oppure perché non abita nella magnifica piazza chicagoana in cui giganteggia il Cloud Gate dato che non se lo può permettere, quella superficie liscissima non può suggerire altro che l’evidenza del segreto. Il mondo delle profondità si dispiega allo sguardo inquisitore dell’esiliato. In quelle entraglie, come una volta si chiamavano, in quelle interiora insanguinate, la cui consistenza sta tra la carne macellata e moribonda e la carne viva e partoriente, inizia a disegnarsi il profilo inaggirabile di quello che chiamerei l’Abitante Inevitabile, il Bambino Necessario, il Vivente Per Antonomasia.

Pare che il sindaco di Chicago abbia risposto alla denuncia dei complottisti con una nota ufficiale di sublime, a proposito di Burke, sobrietà e ironia. La nota suonava grosso modo così: “Siamo lieti di confermarvi che non c’è nessun uomo imprigionato nel fagiolo. L’uomo è stato liberato anni fa.”

Aggiungo solo che i Man in the Bean hanno replicato con altrettanta sobrietà, benché senza traccia di ironia. Nei giorni in cui il sole è più alto, hanno asserito con giusta preoccupazione, il profilo dell’uomo è ben visibile, in trasparenza, dietro il guscio perfetto del suo uovo-prigione d’argento.

Federico Leoni

Federico Leoni

insegna Teorie del soggetto all’Università di Verona, dove è condirettore del Centro di ricerca “Tiresia” per la filosofia e la psicoanalisi, e ha tenuto corsi e seminari in varie università e istituzioni italiane e straniere. Tra i suoi libri recenti, “Metafisica dello specchio, Anish Kapoor e la poesia delle superfici” (Marsilio 2023).

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