Le stalle, le stelle

23/05/2025

Domenica 25 alle 17, alla Sala Cinema del Palazzo delle Esposizioni di Roma, sotto la conduzione di Arnaldo Colasanti si terrà la cerimonia di premiazione della Decima edizione del Premio di poesia intitolato a Elio Pagliarani. Il premio alla carriera è stato assegnato quest’anno ad Antonella Anedda, e come nelle precedenti edizioni consiste dell’opera di un artista contemporaneo: in questa occasione un Amuleto di Claudia Losi. La premiazione sarà preceduta dalle 10 alle 13 dal seminario Elio Pagliarani bibliofilo, condotto da Giuseppe Andrea Liberti, e dalle 15 alle 17 dal dibattito Dieci anni di premiati, con la conduzione di Andrea Cortellessa. Del quale si offre ai lettori di «Antinomie» la motivazione del premio ad Antonella Anedda.

Non è dato sapere se l’abbondanza dei conigli, nel bestiario così amorosamente accudito dall’opera di Antonella Anedda, si debba alla circostanza per cui – racconta lei in Catalogo della gioia – tanti ce n’erano, un tempo, nell’arcipelago cui appartiene l’isola della Maddalena (l’«isola nell’isola» sarda la cui eredità eremitica, per non dire sociopatica, rivendica con sempre maggiore fierezza), arcipelago per ciò detto in antico «Insulæ Cuniculariæ». Ma alle origini della sua poesia, in uno degli episodi più rabbrividenti della prima raccolta Residenze invernali, «un coniglio rovesciato di lato» appare in una «pentola» quale memento mori, calligrafato in una natura morta di gusto quasi fiammingo. E non mancano i conigli, fra le altre bestie riprodotte nelle «immagini» che la loro «adoratrice» allinea nei suoi versi nonché nelle prose mirabili, ora riproposte, della Vita dei dettagli. Sempre nel Catalogo della gioia un altro flash candisce chi dice «io», e sua figlia, come in «una tela di Giovanni Bellini: una vergine / e un coniglio gentile».  

Così quando Anedda mi ha parlato di Claudia Losi – che non avevo mai incontrato, ma della quale conoscevo la quête non meno che ossessiva sull’immaginario dei cetacei, The Whale Theory – ho pensato che potesse essere lei la più adatta ad accompagnarla – com’è tradizione ormai del nostro Premio – nella presente occasione. E infatti la visita a Claudia, a Piacenza, non ha deluso le aspettative: avendo scelto lei per Antonella, come ha fatto, appunto un coniglio (accompagnato da una ancora più piccola tartaruga, forse a sua volta allusiva): che al pari degli altri Amuleti – come chiama Losi queste sue piccole ed enigmatiche sculture – vedono delle figure umane abbracciare delle bestie, o viceversa, ma senza necessariamente evocare l’incubo di Füssli, e anzi alludendo forse a una loro segreta e crescente consanguineità: in una visione metamorfica del reale che certo accomuna l’artista alla scrittrice (a proposito di un’immagine di Chagall, per esempio, nella Vita dei dettagli si legge che «la testa della pecora sogna una mucca»).

Ma se nella giovinezza di Anedda gli emblemi animali rientrano per lo più in un’araldica fissa da correlativo oggettivo, nella tradizione insomma del «topo bianco d’avorio» e del «bulldog di legno» di Montale (il quale occhieggia peraltro nella Ballata scritta in una clinica, set caro pure alla discepola), nella scrittrice matura assumono con tutta evidenza un significato diverso, e tanto meno codificato. Nel materialismo tanto stoico che ironico, con sempre maggiore convinzione abbracciato da Anedda, il «grigio topo del cielo», il «cielo d’acciaio delle foto» evocato da Historiae, infatti, finisce per incontrare il «cielo d’acciaio che non finge Eden / e non concede smarrimenti», che tanto continua ad ammaestrarci, della Ragazza Carla. E rispecchiarsi in un muso d’animale equivale allora, per lei, a destituire di ogni privilegio specistico, come piace dire oggi, la coscienza di chi, ciò malgrado, non smette di dire «io». L’antiantropocentrismo di Anedda, che prosegue dichiaratamente quello radicale di Leopardi e Darwin, si spinge ad abbracciare piante e minerali, e in verità il cosmo tutto: che vede, in una prospettiva lucreziana, come il luogo di un infinito transito di particelle, «atomi che pensiamo perdurino / e che invece si perdono nel vuoto / che ci scuote al vento delle stelle e dei pianeti».

«Vorrei disfarmi dell’io è la moda che prescrive la critica / ma la povertà è tale che possiedo solo un pronome», dice Anedda in Historiae, con l’ironia tipica del suo “stile tardo”; per poi paragonare quell’«io» a un mero contenitore, «una busta come quelle usate per la spesa / piena di verdure o pesce surgelato» (già Calvino, dialogando negli anni Settanta con Lévi-Strauss, aveva parlato dell’Identità come di «una specie di sacco o di tubo in cui vorticano materiali eterogenei cui si può attribuire un’identità separata e a loro volta questi frammenti d’identità sono parte d’identità d’ordine superiore via via sempre più vaste»). E davvero il percorso di Anedda pare indirizzato a uno svuotarsi (maestra è sempre l’Amelia Rosselli che voleva «estinguere la passione del sé») che corrisponde pure, però, a un esilarante dilatarsi. Una soggettività espansa e insieme sospesa – in senso filosofico, allora, la si dirà forse neutra – prende la parola in quelli che con una cruciale frase di Kafka Anedda chiama «Cori»: che sono davvero fra le cose più alte, se non in assoluto i vertici, della nostra poesia di oggi.

È per questa via che la scrittura in versi e in prosa di Antonella Anedda, in questo primo quarto del nuovo secolo, ha compiuto il miracolo – laicissimo – di ricomporre la frattura che, ormai più di sessant’anni fa, aveva scisso il nostro Novecento poetico in due partiti che non hanno più ragione d’essere, da un bel pezzo ormai, l’un contro l’altro armati. Per onestà intellettuale o si dovrebbe dire forse deontologica, l’«io» che in quest’opera prende la parola – lo si accennava prima – non può non assumersi le proprie responsabilità di essere umano, e anche di individuo storico: malgrado, da tali identità, sempre più drasticamente voglia prendere le distanze. Così, senza arrogarsi la pretesa luciferina del «noi», questa parola in apparenza così mite a sorpresa si rivela una delle pochissime, oggi, in grado di misurarsi col «mondo grande e terribile» di cui parlava Gramsci. Trasmigrando in forma di polvere sulle correnti atmosferiche, questa scrittura ci insegna che «non esistono nomi, autrici, autori, / volano soltanto le parole». E così per ammirarle, a noi che rimaniamo a terra, una volta di più tocca «tirare su la schiena».

Andrea Cortellessa

Andrea Cortellessa

è nato a Roma nel 1968. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre. Ha curato mostre e testi (tra gli altri di de Chirico, Manganelli, Pagliarani, Raboni, Rosselli, Zanzotto, Di Ruscio, Paolini, Parmiggiani e Serafini), realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. Fra i suoi ultimi libri “Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia di poeti italiani nella Prima guerra mondiale” (Bompiani 2018), “Andrea Zanzotto. Il canto nella terra” (Laterza 2021), “Filologia fantastica. Ipotizzare, Manganelli” (Argolibri 2022), “Amelia Rosselli. Con l’ascia dietro le nostre spalle” (Electa 2024), “Forse che sì. Joyce fra Pascoli e Gadda”; (Quodlibet 2025) e “Una ragione di più per andare all’inferno. Vedere, Pasolini” (Treccani 2025). È nella redazione delle riviste “il verri”, “Strumenti critici” e “Moderna”, e tra i fondatori di “Antinomie. Scritture e immagini”; collabora al “manifesto”, al “Corriere della Sera”, alla “Domenica”del “Sole 24 ore”, al “Giornale dell’Arte” e ad altre testate.

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