Irma Blank. Sulle onde tutto è onda

12/05/2023

Irma Blank: Gehen / Stephen Rosenthal: Notations è il titolo della doppia monografica aperta fino al 10 giugno alla Galleria P420 di Bologna. Qui di seguito pubblichiamo il testo di Riccardo Venturi che accompagna la mostra di Irma Blank, l’artista tedesca trasferitasi in Italia nel 1955 e recentemente scomparsa.

[prima visione] Irma Blank scrive, se scrivere vuol dire tracciare delle linee con la biro o col pennarello su carta trasparente da sinistra a destra in colonne orizzontali che procedono dall’alto verso il basso del foglio, per riprendere alla pagina successiva secondo lo stesso procedimento. Blank tuttavia non scrive un libro ma realizza disegni che espone all’altezza del nostro sguardo sulla parete di una galleria: l’operazione culturale della (sua) scrittura e della (nostra) lettura subisce profonde modificazioni. La scrittura è deviata dal suo corso naturale o meglio naturalizzato, talmente è parte integrante della nostra esistenza per registrare e trasmettere memoria, indipendentemente dal supporto su cui si manifesta, che sia la pietra, la carta o lo schermo.

Nei disegni di Blank non ci sono né parole né lettere né alcun segno che suggerisca un alfabeto: la sua è una scrittura astratta, una scrittura di linee. Queste linee inoltre non sono parallele ma seguono un andamento  cursorio che devia sempre leggermente dal piano ortogonale, come un bambino che si esercita sulle pagine bianche di un quaderno. Il ductus sale e scende, un andamento che segue il movimento della mano e del polso, i suoi sussulti, le sue scosse involontarie – muscoli e articolazioni non sottostanno sempre agli impulsi del cervello. Le linee tracciano così qualcosa di organico, sono ovvero vive, linee che pulsano di un’esistenza esigua ma tenace – una pulsazione che si manifesta a scapito della trasmissione di qualsiasi messaggio.

Che le cose stiano veramente così? Sono autorizzato a leggere e vedere righe da sinistra a destra e dall’alto in basso nei disegni di Blank? Non è un mero riflesso culturale, una tirannia dell’oggetto libro, cartaceo o digitale poco importa? Non è lo stesso riflesso di Lawrence Alloway davanti ai quadri classici di Mark Rothko, per cui le bande di colore gli sembrano delle stanze, dei paragrafi, una forma di scrittura pittorica (Art, in “The Nation”, 25 novembre 1978)? Le carte di Blank, spesso costituite da due colonne di testo distribuite nella metà sinistra e destra del foglio, ricordano quel codex che, succedendo al rotolo, ha di fatto dato origine al libro per come lo conosciamo ancora oggi. Mostrano un tracciato grafico impaginato come un libro, sebbene queste “pagine” non siano numerate, giusto squadernate sotto il nostro sguardo, offerte insomma alla visione più che alla lettura.

Irma Blank, Gehen, Second life 5 novembre 2017, 2017, biro su carta trasparente, serie di 16 doppie pagine, cm.21×29,5 cad., Courtesy Irma Blank Estate e P420, Bologna (foto Carlo Favero)

[seconda visione] Dire che sono espressive è un’iperbole, ma qualcosa passa in queste linee, allo stesso modo in cui l’elettricità passa in un filo. Al livello più elementare, a passare è il tempo: il tempo fisico – o, come si suol dire con un aggettivo straordinario, materiale – per tracciarle, e poco importa, a questo punto, dove comincia la linea e in quale direzione si diriga. Anche invertendo l’ordine con cui le vediamo (lo stesso vale per un testo manoscritto o stampato), resta il fatto che traducono, misurano e visualizzano il tempo necessario per tracciarle. Non possono smentirlo  come possono smentire il codice alfanumerico, tutt’al più trovare un modo originale di attestare tale passaggio temporale.

Ma la scrittura grafica di Blank non è un mero strumento di registrazione, perché qualcosa s’insinua, che sia un’esitazione o un tremolio. Le sue righe non si toccano, non trasgrediscono lo spazio bianco in cui esistono: si sfiorano, cercano il contatto mettendosi in tensione. Una danza grafica delle attrazioni che fa tutta la bellezza del suo lavoro e non smette di riservare piccole epifanie a chi prende il tempo di osservarlo. Malgré tout (cioè malgrado l’obliterazione della scrittura), restano spaziate. È la spaziatura a far esistere la scrittura grafica.

Se si tratta di fili, non si intrecciano in quella figura complessa che è il nodo e che non permette di isolarne uno dall’altro. Questi fili restano infatti distinti, per quanto è difficile distinguerli in assenza di una grammatica: la loro identità è data da una certa intensità, da un saliscendi, da un’inflessione come un leggero accento, di quelli che all’orale tradiscono il luogo di provenienza e niente più. Ogni filo si misura rispetto allo scarto da un’ideale linea retta, anche quando è poco più che un indugio della mano e del gesto, una mancata aderenza alla geometria. È un’esperienza comune in realtà, quando pensiamo di tracciare una linea parallela al foglio per renderci poi conto che sale o scende. Ma è anche un’esperienza propria all’artista che, in seguito a una malattia che le impediva di utilizzare la mano destra e di camminare, ha imparato a utilizzare la mano sinistra e a passeggiare sul foglio. Queste linee, diverse da quelle tracciate finora, disegnano così, per citare il sottotitolo di Gehen, una Second Life.

È vero, in alcuni casi Blank disegna due linee che si sovrappongono formandone una sola prima di tornare a dividersi, e in Ways ci è data a vedere una treccia che si sfila. L’artista resta comunque attenta alla singolarità non solo di ogni opera ma di ogni singola linea. Perché, è evidente, non si danno due linee uguali, anche se tutte si somigliano, si richiamano, si fanno eco. Il nostro compito del resto non è distinguerle ma seguirle, seguirne il tracciato, niente di più.

Così ci accorgiamo che qualcosa passa in queste linee. Una sismografia interiore, dove la punta della penna diventa un dispositivo che traduce un sentire. O forse non resta altro che lasciar correre la mano e abbandonarsi al piacere di tracciare una linea, una logica dello scarabocchio indissociabile dalla pratica del disegno. Anziché tradurre stati d’animo, queste linee mostrano un respiro, come se Blank abbia trovato un modo grafico di respirare, sempre uguale e sempre diverso. Esposti uno accanto all’altro, i suoi disegni proseguono nella nostra mente, rendendo la serie un ciclo senza inizio e senza fine.

Irma Blank, Gehen, Second life n. 5, aprile 2018, 2018, pennarello su carta trasparente, doppia pagina, cm.29,6×42 (x5) (cm.29,6×210 totale), Courtesy Irma Blank Estate e P420, Bologna (foto Carlo Favero)

[terza visione] Le linee si cercano, si desiderano persino, se così posso tradurre in parole quel leggero fremito, quel conatus che Blank sa attribuirgli, distinguendole dalla scrittura manoscritta o dattiloscritta. La scrittura si è infatti irregimentata nel corso della storia al punto da diventare indifferente al contenuto ben al di là della standardizzazione operata dalla tipografia. Non subisce del resto alcuna modifica visibile, che si tratti di un documento amministrativo o di una confessione intima, di una scena di guerra o di passione amorosa, di pensieri di un bambino o di un vecchio. Impossibile decifrarne la tonalità affettiva dal punto di vista grafico, senza leggere le parole; alcuni elementi saranno evidenti a un’analisi grafologica, lontani comunque dal senso veicolato dalla frase. Quest’analisi tenderà a far emergere aspetti inconsci che s’insinuano nella scrittura malgrado o indipendentemente dalla volontà dello scrivente.

Da parte sua, Blank gioca con le linee, le anima come se reagissero a un contenuto emotivo tradotto dalla mano che le traccia, da una mano che non interrompe il contatto col supporto finché la linea non ha fatto il suo corso. Sono le dimensioni del foglio a imporre il ritmo di scrittura e di osservazione.

Irma Blank, Gehen, Second life G, novembre 2018, 2018, pennarello su carta trasparente, doppia pagina, cm.29,8×42, Courtesy Irma Blank Estate e P420, Bologna (foto Carlo Favero)

[quarta visione] Quando usa una biro, quella di Blank può passare per una forma di scrittura. E quando usa il pennarello? Diventa più grafica, più vicina al disegno, pur non potendo decidersi per uno o per l’altra: le righe sono tanto scritte quanto dipinte. E quando usa il pennarello blu? In questo istante sussulto e quanto ho dato per assodato nelle visioni precedenti vacilla, cioè che queste opere mostrino una sorta di scrittura grafica ed emotiva ma pur sempre uno scrivere. Adesso quel blu mi ricorda il mare, e al posto delle righe o delle linee vedo delle onde; difficile, giunto a questo punto, tornare indietro, ancor più oggi che Irma Blank non c’è più.

Vedo l’ondulazione e sento il rumore della risacca, un riverbero lontano dall’articolazione sonora di parole lette a mente, diverso dal rumore discreto di una penna che corre sul foglio. Vedo onde ininterrotte come un respiro che non conosce l’apnea – ogni linea corrisponde a un gesto che corrisponde a un respiro che corrisponde a un’onda.

“Nel mare non è possibile seminare e neanche scavare linee nette. Le navi che solcano il mare non lasciano dietro di sé alcuna traccia. […] Il mare non ha carattere, nel significato originario del termine che deriva dal greco charassein, scavare, incidere, imprimere”, così scriveva Carl Schmitt ne Il Nomos della Terra, assieme a una frase che suggella alla perfezione quanto vedo nei disegni di Irma Blank: “Sulle onde tutto è onda”. Ma capisco che Schmitt si è sbagliato: il mare ha carattere, e chi lo solca lascia delle tracce dietro di sé – questi disegni sono qui a dimostrarlo.

Irma Blank, Gehen, Second life H19, agosto 2018, 2018, pennarello su carta trasparente, cm.50×35, Courtesy Irma Blank Estate e P420, Bologna (foto Carlo Favero)

Irma Blank: Gehen / Stephen Rosenthal: Notations
Galleria P420, Bologna
fino al 10 giugno 2023

In copertina: Irma Blank nel suo studio, Milano, anni 70. Courtesy P420, Bologna (Photo Maria Mulas)

Riccardo Venturi

insegna Teoria e storia dell'arte all'università Panthéon-Sorbonne di Parigi. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.

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