La scuola, l’arca

01.12.2025

L’accesso alla realtà è un’alternativa di fondo a un sistema che invece pretende di insegnarla.

Ivan Illich

La nuova scuola dell’infanzia Arca di Noè, inaugurata lo scorso gennaio nel comune di Alzano Lombardo in provincia di Bergamo, sorge nell’area del parco storico di Villa Paglia, nel luogo in cui in passato si trovavano gli orti, a nord del giardino ornamentale. Disegnata dallo studio C+S Architects di Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini, la scuola si presenta esternamente come un padiglione minimale che si sviluppa su un unico livello; l’edificio intreccia sapientemente un’eco razionalista con reminiscenze d’architettura industriale, come gli shed di copertura, memoria del glorioso passato industriale del comune lombardo.

Ancor prima d’analizzare le modalità secondo le quali l’innovativa concezione spaziale di questa struttura determinerebbe una conseguente metamorfosi del tradizionale approccio pedagogico, è necessario segnalare l’innegabile parzialità d’una ipotetica rivoluzione didattica che si affidi esclusivamente all’intervento architettonico sul contenitore, tralasciandone il contenuto. Il suddetto contenuto è rappresentato, beninteso, non dai bambini in qualità di fruitori della struttura, bensì dagli ingranaggi del sistema scolastico moderno; è ovvio che tale compito non pertiene all’architettura, ma è altrettanto illusorio pensare d’intervenire sul contesto conservandone il sistema, giacché in ogni edificio scolastico coesistono due architetture distinte: una visibile e fisicamente fruibile e un’altra invisibile e ben più complessa, costituita dal consolidato meccanismo dell’istruzione stessa.

© C+S Architects

“Né l’alchimia né la magia né la muratoria – scriveva Ivan Illich – sono in grado di risolvere il problema dell’attuale crisi, che non sta ‘nell’aula’, ma nell’istruzione. Occorre descolarizzare la nostra visione del mondo, e per arrivare a questo dobbiamo riconoscere il carattere illegittimo e religioso dell’impresa scolastica in se stessa. La sua hybris sta nel proposito di fare dell’uomo un essere sociale sottoponendolo a un trattamento entro un processo predeterminato.”[1]

Il fatto che queste parole, scritte negli anni Settanta, possano essere riproposte immutate per analizzare lo scenario attuale, fa comprendere l’immane complessità d’un ipotetico intervento su ciò che Illich definiva “il programma occulto dell’attuale sistema scolastico, cioè la frequenza imposta a determinate età lungo un corso graduato.”[2]

Dal canto suo, l’architettura può adoperarsi, come nel caso dell’asilo di Alzano, per rendere l’ambiente scolastico meno costrittivo e più apertamente interattivo, con la finalità di desacralizzare il sacro recinto educativo tramandatoci dalla tradizione e contemporaneamente di cingere maternamente i bambini senza vincolarli o costringerli.

Osservando attentamente l’edificio progettato da Cappai e Segantini, è difficile non pensare a quel capolavoro di architettura razionalista qual è l’asilo Sant’Elia di Como, disegnato da Giuseppe Terragni nel 1936 e inaugurato l’autunno dell’anno successivo.

L’asilo Sant’Elia di Terragni rappresenta l’insuperato capostipite di un’inedita concezione dello spazio didattico, fondata sull’idea di connessione e flessibilità; le tradizionali pareti si mutano in vetrate e la trasparenza della struttura consente alla luce naturale di assurgere a protagonista e guida per l’esplorazione dell’ambiente da parte dei bambini. Terragni materializza un’utopia di natura e vetro, dove la scuola diventa una piazza in rapporto biunivoco col giardino circostante; l’edificio, invece di delimitare e circoscrivere rigidamente, genera un contesto permeabile e inclusivo. Probabilmente questa rinnovata concezione spaziale è essa stessa una parziale rivoluzione didattica, poiché la mente dei bambini, crescendo in uno spazio ibrido orientato all’apertura, è stimolata anch’essa ad aprirsi in ricettiva accoglienza di quanto la circonda.

© C+S Architects

La scuola dell’infanzia di Alzano Lombardo si fa erede di questo pionieristico progetto architettonico, citando espressamente alcuni dettagli dell’asilo Sant’Elia, come il porticato esterno formato da un sistema di pilastri staccati su cui sono montate tende esterne che lambiscono la facciata senza toccarla.

La luce riveste un ruolo determinante nell’edificio di Alzano; a differenza dell’asilo di Terragni, in cui la trasparenza delle vetrate veicola esclusivamente un’illuminazione diretta, nella scuola di Cappai e Segantini assistiamo, invece, a una tripartizione della tipologia di luce in virtù del materiale che essa incontra: diretta quando attraversa le vetrate della facciata, indiretta quando filtra diffusa dai lucernari a shed sul tetto ed infine elegantemente riflessa dalle facciate rivestite in mosaico di vetro bianco. La luce determina il rapporto dei bambini con lo spazio, la luce rivela e connette, è scoperta e conoscenza; nella scuola di Alzano la luce è il gesto che fa l’architettura.

© C+S Architects

L’interno dell’edificio è orientato alla flessibilità, l’ampio salone centrale è concepito, infatti, come ambiente multifunzionale votato a un utilizzo extra-scolastico da parte della comunità; lo spazio didattico è ricco di potenzialità, può essere trasformato e reinventato in virtù delle esigenze di insegnanti e bambini. Ciascun ambiente è agevolmente interconnesso col giardino esterno e con gli spazi centrali della struttura, la mensa, ad esempio, è in assoluta continuità spaziale col salone dedicato alle attività libere ed entrambi gli spazi conversano col giardino attraverso ampi accessi e vetrate.

Due corti interne trasparenti, pensate come speciali aule all’aperto, portano una porzione di cielo nel cuore dell’edificio e consentono di attraversare visivamente lo stesso da parte a parte. Tornando alla metafora del recinto scolastico, si potrebbe leggere l’asilo di Alzano come un recinto trasparente aperto su più lati, il cui proposito non sta nell’idea di contenimento, bensì di attraversamento, di passaggio fluido tra interni ed esterni in armoniosa continuità.

© C+S Architects

Il nobile intento di ibridare l’ambiente scolastico aprendolo alla comunità sottrae alla scuola l’autoritaria egemonia del sapere e della sua trasmissione, ricordandoci come la conoscenza e l’apprendimento avvengano principalmente attraverso un confronto diretto tra singoli e con la realtà circostante. Anche Ivan Illich aveva ipotizzato, a suo tempo, un utilizzo sociale dello spazio didattico da parte degli abitanti del quartiere, che potrebbero servirsene per indire riunioni, esattamente com’è stato pensato il grande salone centrale della scuola di Alzano.

Descolarizzare la società significa, anche, imparare a socializzare attraverso e nonostante le gerarchie piramidali scaturite dalla scolarizzazione tradizionale; la scuola, intesa come piazza, inaugura una concezione rizomatica e partecipativa della vita comunitaria, svincolandosi dall’impersonale e algida società di tecnocrati e burocrati meccanizzati. È in questo senso che andrebbe letto il proposito d’una scuola concepita come spazio civico o politico nell’etimologia del termine.

La scuola di Cappai e Segantini è stata progettata, infatti, come una piazza coperta, la cui trasparenza rende l’intera struttura inclusiva e permeabile allo sguardo; la continuità tra interno ed esterno smaterializza l’artificio, inaugurando un impercettibile flusso d’armonia spaziale che solca l’edificio in ogni direzione.

© C+S Architects

È significativo notare come ogni aula abbia una parete trasparente verso il salone interno e contemporaneamente un accesso esterno sul porticato; in tal modo l’aula cessa d’essere uno spazio di costrizione, diventando un ambiente fluido di scambio, di passaggio fisico e visivo.

Il vetro tramuta l’aula in una grande finestra bifronte, che spalanca lo sguardo da un lato verso il giardino e dall’altro verso il comune salone centrale; il vetro rivela e nel medesimo tempo protegge, focalizza e diverte, nel senso di volgere oltre ed altrove lo sguardo. Il vetro è il maestro inanimato che conduce a conoscere il mondo.

“Mi sembrava che una poesia – scrive Giovanni Raboni – fosse un vetro attraverso il quale si potevano vedere molte cose – forse, tutte le cose; però un vetro, e il fatto che il vetro fosse trasparente non era più importante del fatto che il vetro stesse in mezzo, che mi isolasse, mi difendesse.”[3]

La disciplina scolastica ci ha insegnato che è disdicevole distrarsi guardando fuori dalla finestra. E se fossero, invece, proprio gli stimoli e le suggestioni casuali, provenienti dall’incriminata finestra, a sguinzagliare il pensiero del discente conferendogli il coraggio e la libertà di reinventarsi autonomamente?

Come ci rammenta la storia, le scoperte migliori sono spesso l’imprevisto frutto di distrazioni e diversioni casuali, però queste ultime hanno bisogno, in certo qual modo, di un contesto che consenta loro di presentarsi e accadere. La trasparenza, reale e metaforica, è quanto di meglio si possa chiedere a una struttura scolastica inclusiva e rizomatica.

© C+S Architects

Nella scuola di Alzano emerge, infatti, un approccio spaziale orizzontale e diffuso, che contrasta con la tradizionale concezione gerarchica e piramidale che da secoli pertiene alla cultura nelle sue molteplici declinazioni didattiche.

“È la forma della chiesa di un tempo, – scriveva Jean Dubuffet – perfettamente gerarchizzata, che il dirigismo di stato intende conferire alla cultura: una piramide ben strutturata, in verticale. Il pensiero creativo, al contrario, potrebbe assumere forza e vigore nella forma di una proliferazione orizzontale, in uno sviluppo infinitamente diversificato.”[4]

La concezione spaziale della scuola di Cappai e Segantini parrebbe stimolare, in questo senso, un apprendimento plastico e un pensiero creativo diffuso; l’ambiente stesso funge da prima e imprescindibile lavagna didattica esperienziale. “La qualità dell’ambiente e il tipo di rapporto che una persona riesce a stabilire con esso determinano quanto quella persona imparerà casualmente.”[5]

Nella scuola dell’infanzia di Alzano l’architettura origina un rizoma metaforico, uno spazio civico, un contesto comunitario, che trascende la tradizionale concezione di edificio scolastico come mero contenitore funzionale, approdando a quella, ben più ampia e vitale, di luogo identitario, accogliente incubatore di relazioni contestuali.

© C+S Architects

Questo raffinato padiglione in vetro e mosaico, trasparente ed essenziale, fa da contraltare al muro di cemento rosso della rampa d’ingresso, singolare elemento di un’eco postmoderna, su cui sono incise le sagome degli animali del celebre puzzle disegnato da Enzo Mari per Danese nel 1957. Alcune figure si convertono in spazi ricavati nel muro, come il maiale e il toro che diventano l’areazione della centrale termica, oppure l’ippopotamo che ospita il deposito passeggini. Le sagome animali assurgono ad icona del nuovo asilo, colonizzando anche gli ambienti interni e dialogando a livello formale col rigore cristallino della struttura, la quale si carica improvvisamente dell’inatteso e immaginario ruolo di arca, quell’arca biblica che conferisce, appunto, all’asilo di Alzano il suo nome.

Enzo Mari, 16 animali, 1957, Danese


[1] Ivan Illich, Descolarizzare la società, Mimesis Edizioni, Milano 2019, p. 156.  

[2] Ivi, p. 153.

[3] Giovanni Raboni, Tutte le poesie, Einaudi, Torino 2014, p. V.

[4] Jean Dubuffet, Asfissiante cultura, Abscondita, Milano 2006, p. 13.

[5] Ivan Illich, op. cit., p. 104.

Michele Savino

Michele Savino

è nato a Bergamo nel 1989. Ha studiato all’Accademia Carrara di Bergamo e all’Accademia di Brera. Scrive, dipinge e coltiva bonsai.

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