“La rivoluzione, come il desiderio, è imprescindibile e imprevedibile,
e non finirà mai di sconvolgere i custodi del terreno dei bisogni.”
Elvio Fachinelli
Il venti di luglio del 1975 Elvio Fachinelli atterra all’aeroporto di Lisbona. Trova strade affollate, case fatiscenti, povertà. Nel mese seguente, viaggerà lungo tutto il Portogallo. Quello che scopre, come tanti stranieri che in quel periodo intraprendono un pellegrinaggio laico nel paese rivoluzionario, è un’umanità inattesa. È passato poco più di un anno dal 25 aprile 1974, storica data dell’evento che pone fine al regime dittatoriale noto come Estado Novo, instaurato da António de Oliveira Salazar nel 1933 e continuato da Marcelo Caetano. Il 25 aprile aveva visto affermarsi una rivoluzione (quasi totalmente) incruenta, rappresentata dalle iconiche immagini di una folla straripante che, sulla ripida Calçada do Carmo, avanza sino alla caserma della Guardia Nacional Republicana, dove si era rifugiato Caetano, e pone così fine all’orrido regime. O come narra anche la leggenda di Celeste Caeiro (il cui cognome, per una strana coincidenza della storia, richiama il più lirico e potente degli eteronimi pessoiani), la quale si trovava in Praça do Rossio e, non avendo un regalo da offrire, diede i garofani che aveva in mano ai soldati, i quali inserirono i fiori nelle canne dei loro fucili, trasformandoli nel simbolo di una rivoluzione pacifica.

I mesi che seguirono la resa di Caetano al capitano Salgueiro Maia del Movimento delle Forze Armate (MFA) sono tempi di grande fermento in cui la spinta rivoluzionaria cerca, gioiosamente e disperatamente, una propria forma. Fachinelli, con straordinaria sensibilità, coglie tutte le oscillazioni e le contraddizioni presenti nella società portoghese di quegli anni. Si tratta di un paese che sembra “si trovi costretto ad affrontare, in una sola volta, cinquant’anni di storia europea: la liberazione dal fascismo e la decolonizzazione, la crisi del ’68, la crisi dell’autorità dello stato…”. È anche un paese spezzato, diviso, tra le città e le campagne. La rivoluzione sembra essere “rimasta in città”, mentre nelle campagne si vive una diffidenza diffusa verso questo rimescolamento delle convenzioni sociali, delle gerarchie, dei modi di vita. Questo periodo, che durò circa due anni, è noto come il Processo Rivoluzionario in Corso (Processo Revolucionário em Curso – PREC) e fu caratterizzato da forti tensioni politiche e sociali, tra tentativi di colpi di stato e aspri conflitti tra diverse fazioni politiche, prima di stabilizzarsi il 2 aprile 1976 quando viene promulgata la nuova Costituzione della Repubblica Portoghese, che sancisce l’instaurazione di un regime democratico e semi-presidenziale.

È di questa turbolenza costituente che tiene traccia il libro di Fachinelli, anche attraverso una sorprendente e brechtiana appendice iconografica. Si tratta, in fondo, della difficoltà di pensare e di vivere la rivoluzione; di vivere quello slancio, quel tentativo non risolto e non definibile che è il momento di rottura da essa incarnato. Ogni rivoluzione rischia, infatti, di soccombere sotto la sua definizione. Se la rivoluzione avanza è perché “va avanti – se va – contro le sue stesse parole, contro il suo schermo, attraverso tentativi – e sono numerosi – che rischiano sempre di essere subito bruciati dalla loro definizione”.
C’è nelle poche pagine del libro di Fachinelli, dal significativo titolo Uma tentativa de amor, una magnifica capacità di sottrarre il discorso alla serietà giudicante e definitoria della cultura, come anche alle certezze del rivoluzionario di professione. L’allora quarantasettenne psicanalista italiano sa che c’è rivoluzione solo nell’entusiasmo, nel senso di avventura, nella novità, nella sperimentazione. Stati emotivi, prima che di pensiero, emozioni che la serietà culturale, il nozionismo storicista, la volontà di riportare l’accadere al già accaduto tendono a uccidere. La rivoluzione o è un tentativo, un esperimento, un’esperienza – oppure non è. Nessuna rivoluzione può sussistere se si inizia a valutarla in base al suo prevedibile epilogo. Sarebbe come “valutare il vivente sulla base del suo inevitabile exitus”. Lo slancio rivoluzionario è tutto compreso nel suo vitale presente, non nel futuro. Non è proiezione, progetto, ma adesione all’istante. È il tempo in cui gli orologi sono tutti fermi. È, per dirla con Benjamin, Jetztzeit: un tempo “caricato” di potenziale, in cui la storia non è più un semplice susseguirsi di eventi, ma una costellazione di immagini e momenti che possono essere riattivati dando origine a qualcosa di totalmente inedito. La rivoluzione è sempre adesso.

Da qui lo sconcerto che Fachinelli prova leggendo i resoconti coevi del Corriere, capaci solo di registrare la “crisi” istituzionale di un sistema ma non il fermento rivoluzionario, che è, invece, percepibile nei giovani, negli operai, nello sguardo stupito degli anziani, nelle assemblee improvvisate a cui egli partecipa attraversando il paese. È la rivoluzione delle mamme, delle zie (“mia zia Speranza al potere?”), di coloro che di politica non si sono mai interessati e da cui, in fondo, non sanno cosa aspettarsi. La rivoluzione è questa partecipazione collettiva senza attesa o meglio in cui l’attesa è solo attesa dell’inatteso, dell’imprevedibile. Ed è proprio questa imprevedibilità a spaventare, invece, i contadini alentejani, sospettosi e spaesati davanti al sovvertimento dello status quo. Per tutti, rivoluzionari e controrivoluzionari, è la scoperta di essere POVO, popolo (scritta che, ossessivamente, compare su tutti i muri, da nord a sud del paese).

La rivoluzione che Fachinelli descrive non passa solo dalla politica, dal tentativo di ricomporre, di dare una nuova forma al legame sociale, ma anche, se non soprattutto, da un modo altro di intendere questo legame, di viverlo.
“A Setúbal, sul mare vicino a Lisbona, una compagnia che fino al 25 aprile è stata d’avanguardia rappresenta un’operina di Peter Weiss. Una piazza, come un campiello veneziano, colma di gente che segue divertendosi molto la farsa raffinata messa in scena dagli attori. Alla fine, mentre gli attori ci spiegano il loro rapporto col comune, si avvicina una donnetta vestita di nero che rivolta al capo della compagnia gli dice che è la prima volta che vede teatro, e lo ringrazia. Ferma, tranquilla; ciò che mi colpisce è la sua mancanza d’impaccio nel dire ciò che ha detto. È qui che passa la rivoluzione”. Rivoluzione delle esistenze, prima di tutto. La spontaneità, l’esuberanza rivoluzionaria, il puro dispendio di sé contrapposto all'”ipocrisia come risparmio doloroso dei sentimenti”. Anche su questo piano si gioca una reale apertura verso una società altra, verso un altro modo di vivere. Uma tentativa de amor (in portoghese, un tentativo d’amore ma anche un gesto romantico che non è andato a buon fine, un’occasione mancata) è questo tentativo, pregno di passione e amore, a essere davvero rivoluzionario – anche negli errori, nei sentimenti mal riposti, nelle storie che non porteranno a nulla e che, certamente, non si concluderanno con un “vissero tutti felici e contenti”. Le rivoluzioni non hanno quasi mai un lieto fine, ma sono forse il solo momento veramente vitale di una società.

Se si guarda a cosa è diventato il Portogallo di oggi non si può che averne la controprova. Si tratta di un paese spento, provato, disorientato, stanco; un paese che ha vissuto un’accelerazione neoliberale devastante. Oggetto di un primo periodo di benessere, con l’entrata nelle CEE nel 1986, è poi rimasto impigliato nella crisi del debito, che ha raggiunto un momento di svolta traumatica tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. L’intervento della “Troika” – composta da Commissione Europea, Banca Centrale Europea (BCE) e Fondo Monetario Internazionale (FMI) – è avvenuto durante l’aggravarsi di una situazione economica sempre più difficile. Le condizioni sociali hanno vissuto, a seguito del programma economico-finanziario di macelleria sociale messo a punto dalla Troika, uno stress sempre più forte che, negli ultimi quindici anni, si è sommato a una speculazione immobiliare senza precedenti, con conseguente gentrificazione delle due grandi città, Lisbona e Porto (come anche dei grandi agglomerati turistici nell’Algarve). Da qui, ulteriore impoverimento delle classi medie, povertà diffusa nelle fasce più deboli del sistema, apparizione di un’immigrazione massiccia di lavoratori provenienti dal Medio Oriente sempre più sottopagati, con conseguente crescita progressiva dei movimenti populisti di destra, come il grottesco-salazarista Chega (basta così!). Una nazione che ha perso, di fatto, ogni memoria della rivoluzione dolce dei garofani e che vive, ora, sprofondata in un realismo economicista disumano. L’umanità del Povo la si incontra ancora, qui e là, in una gentilezza diffusa, ma che tende a stemperarsi in una società sempre più internazionale e anonima, sempre più alienata dalla propria identità. In fondo, non c’è più popolo: solo lavoratori, piccoli imprenditori di sé stessi che cercano di far fortuna o di salvarsi da questo naufragio di tutti dettato dalla crescita o dalla decrescita economica.
Tutto è in vendita. Tutti i negozi diventano uguali a quelli delle altre città d’Europa. A macchia di leopardo, qualcosa resiste al folclore per turisti. Ma i turisti aumentano, ogni anno di più. Stranieri ovunque. Quindici anni fa erano i francesi a dominare. Poi i pensionati di mezza Europa, attirati dal dumping fiscale. Ora tantissimi americani, con i loro sorrisi perfetti e ignoranti, con il loro tono di voce urlato, così stridente con il discreto quasi sussurrato dei portoghesi. Gli Yankee, trincerati dietro il loro monolinguismo imperiale, non capiscono una parola. Si rivolgono a tutti in inglese. Comprano. Si divertono. Spendono. Lavorano da remoto. Money, business and sun – what else?
Pare davvero che un mondo intero sia svanito. Che l’attesa si sia dissolta. La democrazia liberale è qua. È questa “cosa sociale” in cui tutto è prevedibile e in cui niente di imprevisto deve accadere. Ognuno al suo posto. A ciascuno secondo i propri consumi, in proporzione alle proprie possibilità (economiche). Solo una questione di calcoli, di opportunità. Nessuna sorpresa. Forse, potrà sopraggiungere una crisi passeggerà di sistema: qualcuno che stava sotto andrà sopra e viceversa – ma una rivoluzione no, proprio no.
Sembra preistoria, leggere di quando Fachinelli, nei primi giorni del suo soggiorno – al posto di visitare la città, come di consuetudine per gli odierni turisti – si reca, per avere le prime informazioni sul luogo, al palazzo in cui Lotta Continua aveva una sua sede. Il palazzo, dove persone provenienti da tutta Europa erano desiderose di prendere parte a una svolta epocale, era stato messo a disposizione dalla famiglia Espirito Santo, famiglia di banchieri tra le più potenti e ricche del Portogallo.

Allo stesso modo, non leggenda preistorica ma racconto da favola, sembra l’aver potuto frequentare, nei primi anni dieci del duemila (per l’esattezza dal 2006 al 2014), il palazzo in cui aveva abitato una parte della famiglia Espírito Santo (più precisamente, il palazzo apparteneva alla moglie di Manuel Ricardo, Maria do Carmo Moniz Galvão), palazzo che, in attesa di essere ristrutturato e posto sul mercato, era stato messo a disposizione di una comunità di artisti, grazie all’intuizione geniale di António Bolota, ingegnere, imprenditore e, a sua volta, valente scultore. Si trattava di uno spazio meraviglioso, decadente e magnifico, nel quale trovarono rifugio, del tutto gratuitamente e in spirito di autogestione, decine di artisti portoghesi, tra i migliori. Si respirava, in quelle stanze ricoperte di maioliche e con stupendi parquet, ancora qualcosa di rivoluzionario, un’ultima sopravvivenza: la dimensione di una vera comunità, a cui anche lo scrivente, seppur tangenzialmente, partecipò.

L’edificio, al 211 di Avenida da Libertade, ultima isola nella marea montante della finanziarizzazione della città, venne poi ristrutturato e tutti gli appartamenti furono venduti a milioni di euro. Di quell’esperienza, tra non molto, verrà allestita una mostra di documentazione presso il MAC/CCB. Anche le ultime vestigia dello spirito rivoluzionario sono, insomma, ormai divenute documento da museo.

Della Rivoluzione dei Garofani e dei suoi figli resta il ricordo sbiadito e un profumo di fiori appassiti. In questa struggente parabola, che nel giro di cinquant’anni ha visto spegnersi ogni entusiasmo per un altro mondo possibile, è forse contenuta l’ultima speranza. Quella che è data a chi non ha più speranza. O, con le parole del più melanconico dei rivoluzionari, Walter Benjamin, un’«ultima speranza non è mai tale per chi la nutre, ma solo per quelli per cui è nutrita».
Elvio Fachinelli
Uma tentativa de amor
Cooperativa Scrittori, 1976 (riedizione parziale in Id., Al cuore delle cose, a cura di D. Borso, DeriveApprodi, 2016, 256 pp., 18 €)
Avenida 211. Um espaço de artistas em Lisboa
A cura di Nuria Enguita e Marta Mestre
MAC/CCB, Lisbona
dal 25 ottobre 2025 al 5 aprile 2026
In copertina: Lisbona, 25 aprile 1974, Largo do Carmo
