La scrittura di Francesco Pecoraro è caratterizzata dalla contaminazione di discipline proprie degli interessi dell’autore che rendono la sua opera un particolare caso di stratificazione multidisciplinare e multimediale. In diversi hanno notato fin dall’inizio della sua traiettoria di scrittore, inaugurata nel 2008 con i racconti di Dove credi di andare, lo spiccato taglio sociologico della scrittura di Pecoraro, che nel tempo ha dimostrato un alto tasso di permeabilità rispetto a diverse discipline. Ciò si vede particolarmente bene nei romanzi, capaci di stressare efficacemente la tenuta della forma letteraria con incursioni, per dirne alcune, di matrice politica, storica, geografica, anatomico-biologica, artistica in senso lato.
Se è vero che il campo d’azione della forza centrifuga della scrittura di Pecoraro è soprattutto quello tematico, all’interno dell’opera dell’autore è rintracciabile la presenza di una disciplina che detiene un potere strutturale e strutturante, ovvero l’architettura, insieme alla quale assumono rilevanza anche l’urbanistica e la riflessione sullo spazio (non solo) urbano. Le ragioni di tale presenza sono da cercare nella formazione di Pecoraro che, nato e cresciuto a Roma («sono nato in un quartiere geometrico di Roma, proprio nel centro»: Questa e altre preistorie, «fuoriformato» Le Lettere 2008), si è laureato in Composizione con Ludovico Quaroni alla Facoltà di Architettura dell’Università «La Sapienza». Dopo qualche anno di assistentato e docenza a contratto, durante i quali ha cominciato a esercitare la professione in studi di architetti associati, intraprende la carriera da architetto presso il Comune di Roma in cui rimane per oltre trent’anni occupandosi principalmente di Centro Storico e di Piano Regolatore. Fin dalla formazione e per tutta la vita l’architettura è stata la disciplina maggiormente frequentata da Pecoraro, oggetto di quella che in un’intervista riconosce come una vera «passione divorante».

Tra i molteplici livelli strutturali che afferiscono alla riflessione spaziale e architettonica, in questa sede interessano alcuni dei rapporti che si instaurano tra una personale visione delle cose e la città nella quale Pecoraro è nato, cresciuto e vissuto («crescere in una forma urbis geometrica credo abbia avuto serie conseguenze sulla mia forma mentis», si legge ancora in Questa e altre preistorie), cioè Roma. E in particolare le modalità attraverso le quali questo piano entra in relazione con la scrittura. Tra gli elementi principali che attraversano interamente l’opera di Pecoraro vi è, infatti, Roma (o la sua controfigura, «Città di Dio»), la stessa che Quaroni aveva fotografato e di cui aveva scritto nel suo Immagine di Roma (Laterza 1969). Nelle fotografie e nei testi del volume di Quaroni è rappresentata l’idea secondo la quale «tutto serve, tutto crea la città, anche le cose più umili: la luce dei lampioni, l’uniforme dei vigili, forse il modo con cui è buttata in terra una buccia d’arancia» (Quaroni, I volti della città, Comunità 2019). Una concezione che da un lato ammette l’impossibilità di trovare un criterio univoco per definire la città e dall’altro amplifica la percezione di ciò che può essere incluso come parte della sua natura.

Osservando le singole immagini del libro di Quaroni si ha la sensazione di cogliere la sostanza più intima di Roma e dei suoi abitanti rappresentata in nuce nell’inquadratura di una via, di un portico, o nella veduta di un palazzo in costruzione. Questo aspetto ricorda, per esempio, ciò che avviene nello Stradone, dove il protagonista del romanzo elegge la limitata porzione di spazio urbano che si apre al di fuori del suo portone di casa a universo contenente, in piccolo, le abitudini e le leggi sociali e ambientali che governano il grande mondo della città. Il particolare, quindi, si fa immagine dell’universale.

La somiglianza tra le operazioni di Pecoraro e di Quaroni, a tal proposito, potrebbe non essere casuale: il primo, infatti, non è stato solo allievo del secondo durante gli anni formazione ma anche suo assistente e collaboratore in quelli successivi alla laurea. Inoltre, Pecoraro ha firmato nel 2021 La città precaria, lo scritto che apre Roma 1968 (Humboldt Books), dove sono state riproposte le foto che avevano illustrato a suo tempo Immagine di Roma. È possibile allora immaginare che le tesi di Quaroni siano state introiettate da Pecoraro e, insieme alla personale esperienza della città (la forma urbis), abbiano contribuito alla formazione di uno sguardo sulle cose che si riversa nell’opera letteraria.

A proposito di forma urbis e forma mentis, per restare nella terminologia dell’autore, quando Pecoraro scrive di essere nato al centro di un quartiere geometrico si riferisce a piazza Mazzini, a Roma. La forma urbis, il modo in cui è fatta la città (in questo caso si tratta di una porzione della città), plasma la forma mentis, l’impostazione mentale, lo sguardo sulle cose di Pecoraro. E, come lui stesso ammette in Questa e altre preistorie, è valido anche il processo opposto. Questo discorso, però, assume maggiore rilevanza in relazione alla concezione della scrittura, strettamente imparentata, quindi, con la forma della città – e qui si evince la preziosa mediazione dell’immagine dello spazio urbano visto dall’alto, da una prospettiva zenitale. Se si prendesse la planimetria del quartiere Mazzini, infatti, si noterebbe immediatamente il modello urbanistico che ne determina la forma: un luogo centrale dotato di massima rilevanza e una raggiera di vie che da questo si allontanano perdendo sempre più rilevanza semantica. Ci si accorgerebbe con estrema facilità, inoltre, che questa disposizione degli oggetti urbani cambia radicalmente appena poche centinaia di metri a sud di piazza Mazzini, a partire da viale delle Milizie: da questo punto in poi comincia il quartiere Prati, visivamente rappresentabile come una griglia di vie che delimitano isolati sostanzialmente equivalenti dal punto di vista delle dimensioni e dell’importanza semantica. Come si esprime a più riprese Pecoraro nel recente La fine del mondo (Ponte alle Grazie 2026), il quartiere Mazzini e il quartiere Prati rappresentano in urbanistica degli esempi di configurazione, rispettivamente, «ipotattica» e «paratattica». La prima replica il più noto modello parigino di Haussmann e gerarchizza gli oggetti urbani dotandoli di valore maggiore o minore a seconda della distanza da un centro stabilito. Nella paratassi, invece, la valenza degli elementi è omogenea e paritaria.
In questo discorso le parentele con le figure di dispositio della scrittura sono esplicite e si fondano sulla possibile sovrapposizione di testo e tessuto urbano, due emanazioni differenti di un solo concetto: il textus, l’intreccio, il tessuto di elementi verbali o urbani. Il brano di una città è al pari di un testo scritto e la disposizione della trama del tessuto può assumere gli stessi esiti strutturali. Il parallelismo tra scrittura e urbanistica è molto forte e radicato in Pecoraro, uno scrittore che si è servito dell’architettura per costruirsi l’idea di testo e di opera letteraria. La dispositio urbana, scostandosi da quella del testo di parole, ammette una terza configurazione. Si tratta della sintassi: in cui gli oggetti urbani, posti in una determinata sequenza, diventano produttori di significato, emanano sul piano percettivo un senso di qualità estetica in chi attraversa quella sequenza. Se si dovesse ipotizzare la mutuazione della disposizione sintattica dell’urbanistica nella scrittura, questa potrebbe essere la capacità di un testo di avere uno stile efficace, in grado di suscitare piacere estetico nel lettore al di là della sua soggettività, di provocare delle sensazioni qualitative.

Un esempio di sintassi in urbanistica è riconosciuta da Pecoraro nella sequenza di via Flaminia, Porta del Popolo, la piazza omonima e il tridente di via del Corso, via di Ripetta e via del Babuino. Il luogo, ancora una volta, forse non è casuale: lavorando al Comune di Roma, infatti, Pecoraro ha realizzato degli interventi anche in quei luoghi, lavorando su piazzale Flaminio, anticamera di piazza del Popolo. Il dato spaziale, in questo caso, è sempre mediato dalla visione zenitale di una porzione della città e trova, infine, una tematizzazione nel racconto Antonella ti amo (raccolto in Camere e stanze, Ponte alle Grazie 2021), in cui si descrive l’effetto percettivo e le trasformazioni che la protagonista vive nell’attraversare quel brano di città:
«Tutti i giorni attraversa questo nulla, che marca il prima dal dopo, la sua vita di borgata dal lavoro alla Galleria Antiquaria Bassano di via del Babuino, dove lei è un’altra Antonella, che tutti i giorni prende forma qui, durante l’Attraversamento».
In copertina: G.B. Piranesi, Vedute di Roma, Tomo I, tav. 22 (1839)
