Viaggio al centro di sé stessi

18.03.2026

Il chirurgo, nella sala anatomica, non indossa i paramenti liturgici di quello onirico di Cronenberg, in Inseparabili. Assomiglia più a un artigiano dal sapere antico o, per come dirige con fare teatrale le telecamere 3D della laparoscopia, a un manager che descriva una tecnologia avveniristica. Infatti sta facendo lezione ai suoi studenti collegati in remoto. In una stanza attigua, invece, scruta gli schermi ad alta definizione un uditore più anziano degli altri, tremando di freddo: «un freddo interno generato dalla percezione della morte». È il cadavere di una donna, in effetti, quello che disseziona il luminare mentre descrive con parole arcane, tecniche e insieme eruditamente evocative, il paesaggio interiore illustrato dalla sua «topografia chirurgica». Lui si paragona a «un archeologo o un paleontologo», alla ricerca di «strutture “sommerse”», o a un aruspice arcaico che interroghi «il fascino divinatorio e cupo del corpo»; mentre, a chi ne descrive i gesti, il suo sembra «un micro-viaggio al centro della terra».

Il cortocircuito fra categorie e “scale” diverse – quello fra il corpo umano e la geologia del territorio era già nel Gadda di Anastomòsi, in Verso la Certosa, diretto precedente di questo sguardo che, anziché «verso l’esterno», «scruta il come sono fatto dentro» – è il dispositivo che innerva l’ultimo libro di Francesco Pecoraro, salvando il lettore dall’arenarsi nelle trecentocinquanta e passa pagine di un monologo incessantemente ruminante, perfettamente depurato da ogni traccia di narrazione (con lo stesso skill, si direbbe, col quale isola gli organi vitali, dall’«orgia inestricabile di frattaglie» che li avvolgono, il chirurgo che ha preso come consulente; o col quale l’altro suo mentore, il carismatico pescatore dell’isola greca dove passa tutte le sue estati, sfiletta col suo «piccolo coltello affilatissimo» una gigantesca platessa appena catturata, mettendo a nudo «la struttura interna dell’animale»).

Mai come in questo caso infatti la definizione di «romanzo», in copertina, inganna chi s’appresta a leggere. Se il libro di Pecoraro che più assomiglia a questo, Lo stradone, alternava alle esternazioni ulcerate della prima persona i lacerti di una storia appassionante di lavoro e redenzione (quella dei fornaciari nella Valle dell’Inferno, alienati dalla Grande Bellezza che hanno edificato con milioni di mattoni), qui si viene sfidati a fare la Pecoraro-experience allo stato puro (esperienza «estrema», certo: come l’unica forma di pensiero che si possa misurare con «un mondo che resta in sé estremo e violento anche là e quando sembra essere diventato dolce e accogliente e civile»). Anche le risorse del romanzo-saggio, altro device neo-modernista spesso impiegato in passato, vengono accantonate: perché – argomenta la voce che ci accompagna dall’inizio alla fine – da un pezzo non riesce a «portare avanti un discorso in modo lineare e pulito […]: ogni cosa che gli veniva in mente implicava un numero finito, ma enormemente grande, di disturbi o, meglio, di collegamenti, di legami con altre cose e altre cose ancora». Gaddiano, si capisce, è pure il paragone di questo «stra-pensare» a «un inestricabile groviglio»: ma secondo Pecoraro tale «indeterminazione del discorso», da lui deprecata e insieme infaticabilmente performata (come agli esordi, di matrice infatti webbica, di Questa e altre preistorie), è un prodotto specifico dei nostri tempi: «la modalità social si era trasferita nelle menti, anche di quelli bravi, contaminandole di de-concentrazione, incoerenza e soprattutto di incapacità di arrivare a sintesi», in quello che Pecoraro definisce semplicemente «il Flusso»: «l’insieme di stimoli, sollecitazioni, avvisi, richieste, messaggi & messaggini […], aggiunto al tempo passato davanti alla tv a guardare telegiornali e fiction, che dimentico nel momento stesso in cui le guardo». Una Babele percettiva che si traduce in una Caporetto cognitiva, dunque politica: «il Flusso semplicemente c’è, si è auto-costruito in questi ultimi 20 anni di Rete», e chi scrive dice di non volerlo giudicare, perché «il tempo dell’orrore e dell’indignazione è finito» (anche se il suo ancora-comunismo da «vecchio azteco, ormai senza patria politica», non manca di identificarvi l’arcanum imperii del «Capitale» – che, essendo «Dio», come «il Flusso» è ovunque e in ogni luogo – nonché dell’«attuale para-fascismo in quasi tutti i paesi d’Occidente»).

L’«architettura del corpo» conosce poi un ulteriore correlativo. Da una parte con la topografia urbana (che per decenni l’architetto Pecoraro, prima di aggredirla letterariamente, ha tentato invano di razionalizzare in temini urbanistici), dall’altra con lo stesso linguaggio che si impiega per descriverla. L’estrema trincea-osservatorio, l’ultima thule di chi scrive, si colloca infatti «nella città di pietra erosa, morta e silente» dalla quale continua a interrogare l’«orizzonte» di un «futuro […] inafferrabile» (la prospettiva post-apocalittica è dichiaratamente desunta dall’altro grande maestro Ballard, non a caso a sua volta affascinato dalla chirurgia; il testo della Fine del mondo, come già nella Vita in tempo di pace, slitta di continuo fra diversi piani temporali): per la precisione dalle parti, a Roma, di piazza Mazzini. Una porzione di città definita «ipotassi» perché, come appunto l’«estrema» ma impeccabile architettura sintattica di Pecoraro, si dispone secondo una quantità di livelli gerarchici a partire da un centro ordinatore che si rivela però vuoto: come svuotato di ogni desiderio e intenzione, si capisce, si descrive chi dice «io» (ma, con altro eloquente slittamento, si guarda spesso in terza persona).     

Anche il titolo è infatti un trompe-l’œil. «La fine del mondo» non è l’apocalisse (per esempio ecologica) oggi tanto temuta, o piuttosto ormai esplicitamente auspicata, dagli estremisti d’ogni colore. È «la fine del proprio mondo», invece, come dice l’esergo da Ernesto De Martino: il sense of an ending di chi fa la scommessa, ovviamente impossibile, di descrivere la propria stessa morte (ha scritto una volta Pecoraro, a massimo titolo d’elogio d’un altro autore ammirato, che «è come se Fenoglio sappia cos’è e come funziona il procedimento del morire»). La travolgente anafora finale, «mentre fallivo» (un passo che si demanda fin d’ora alle antologie a venire – se ancora se ne faranno, beninteso), certo ammicca a Beckett ma più da vicino ricalca il titolo di un grande modernista fuorimoda (per ciò ad altro riguardo evocato, da Pecoraro), Mentre morivo di William Faulkner (testo da questo agli antipodi, peraltro, per quanto è corale e multiprospettico).   

Ma l’iografia – chiamiamola così – di questo libro davvero estremo si scinde, si diceva, in due personaggi: «io» e «l’uomo nella casa cartesiana», di cui si passa a parlare (qualche volta persino nella stessa frase, cfr. per es. p. 278) in terza persona. Il «piano di clivaggio», come con metafora di nuovo geologica definisce il chirurgo amico quello dove incide col proprio bisturi, era invece per Jacques Lacan – autore quanto mai indigesto, immagino, a Pecoraro – la Spaltung che divide l’Io. E non è l’unica che si produca nella Fine del mondo (quando nel ’62 Ballard annuncia che i suoi viaggi non si avventureranno più nello spazio interplanetario ma in quello che chiama inner space, è all’interiorità psichica che, neo-surrealista, si riferisce: e a quella alluderanno infatti le sue successive fantasmagorie chirurgiche; del resto anche Pecoraro deve ammettere che «inconscio esiste»).

Nel primo capitolo di un libro importante del ’93, Il senso del mondo (tradotto da Federico Ferrari, per Lanfranchi, quattro anni dopo), Jean-Luc Nancy così interpretava il sintagma che dà il titolo a Pecoraro (e, prima di lui, a Ernesto De Martino), «La fine del mondo» appunto: «Non c’è più un mondo. Non c’è più un mundus, né un cosmos, né un ordine composto e completo all’interno o dall’interno del quale trovare uno spazio, un soggiorno e segni per orientarsi. O ancora, non c’è più il “qui-in-basso” di un mondo che fa passare verso un al di là del mondo o verso un oltre-mondo». La fine di un senso del mondo deriva dal fatto che la «“mondializzazione” […] non lascia più un “fuori” – e di conseguenza neanche un “dentro” – né su questa terra, né al di fuori di essa, né in questo universo, né fuori di esso» (una decina d’anni dopo un altro filosofo, Peter Sloterdik, offrirà una sintesi “politica” del suo opus magnum degli anni Novanta, Sfere, dandole un titolo eloquente come Il mondo dentro il capitale).

Nella mitobiografia dei suoi libri precedenti, però, Pecoraro ci aveva già indicato il suo oltre-mondo: il paesaggio marino, miticamente appunto sottratto al tempo e allo spazio del Capitale, dell’isola (anzi, «l’Isola») di Karpathos, nel Dodecaneso greco, dove passa buona parte dell’anno da più di mezzo secolo. E il cui skyline disegna, con tratto insolitamente estatico, in uno degli schizzi che punteggiano l’impaginato (e che riproducono per lo più tavole anatomiche, ortopanoramiche & altre varie interiora). Qui si può coltivare «la fantasia di essere un vecchio tonno da 250 kg, stupido & velocissimo, la pelle liscia lucida, gli occhi enormi, attoniti nel buio, il corpo a forma di siluro, privo di asperità», e appartenere esilarati al «bioma infinito». Ma per coltivare «la religione dell’acqua» e avere accesso a questa dimensione-altra «senza peso», in cui «l’acqua è fresca, ti accoglie, ti culla» – si specifica adesso – si deve «fare il morto»: è in questa postura immobile e orizzontale che si viene ammessi a «una condizione di semi-deprivazione sensoriale, obliterante e para-mistica, una specie di catalessi sognante, molto feconda».

In questo stato di fusione «la mente procede verso strani pensieri, del tutto incongrui, ma quieti, neutri, sereni»; fra questi aggalla il ricordo dell’amico e mentore scomparso, «A.»: che al giovane Francesco, fra le altre cose, ha insegnato l’arte di immergersi in profondità, appostarsi con pazienza, e attendere il momento in cui fulminare le prede marine col fucile subacqueo. Allora, si ricorda con rimpianto, si faceva esperienza di «una felicità che, oggi posso dirlo, nella sua brutalità arteriosa e percettiva, era quasi assoluta. Sono rimasto solo io a conservare in memoria tracce di quegli istanti: eravamo vivi, perdio, vivi. Vivi» (scriveva Gadda nel Castello di Udine, della guerra ricordata altrove come tragedia e vergogna, che gli aveva pure regalato «alcune ore delle migliori di mia vita, di quelle che m’hanno dato oblio e compiuta immedesimazione del mio essere con la mia idea: questo, anche se trema la terra, si chiama felicità»). In questo caso la Spaltung è quella che contrappone e insieme unisce l’io-pesce, dai grandi occhi alieni spalancati sull’oltre-mondo del quale è parte inscindibile, e l’io-cacciatore i cui occhi, attrezzati e armati dal mondo-di-sopra governato dal dio-capitale, godono nello spegnere la vita-senza-limiti che hanno saputo stanare dalle rocce e dall’acqua.

Quella tra «homo faber» e «homo destruens», che in qualche modo contrappone l’«io» architetto, raziocinante e letteralmente edificante, all’«uomo nella casa» dis-integrato in quello che già nello Stradone veniva definito il «post-tutto», è allora una falsa contrapposizione: da sempre l’uomo-del-capitale costruisce distruggendo (la «distruzione creatrice» teorizzata da Schumpeter, certo; e ci si ricorda del “pazzo” Dino Campana: «Fabbricare fabbricare fabbricare / Preferisco il rumore del mare / Che dice fabbricare fare e disfare / Fare e disfare è tutto un lavorare / Ecco quello che so fare»). Così come lo è quella col «fascistico» uomo-della-guerra, il maiuscolo-allegorico «Padre», incarnazione dello spirito destruens, che nei «primi anni di vita» di «io» gli rifila una sberla leggendaria (qui non si pensa a Gadda, ma ovviamente a Svevo): «una grossa mano che si abbatté tra la mia guancia sinistra e l’orecchio, dandomi una scossa atroce perché colpiva, per la prima di molte altre e successive volte, la mia pelle le mie cartilagini e sfondava per sempre il mio cuore. In quel buco del cuore, come una colonia di batteri, si insediò il fallimento».

 Appena enunciata questa teoria edipico-modernista, però, «Io» ne riconosce la almeno parziale fallacia. «Con questo non affermo che il mio fallimento sia da attribuire a Padre, al mio orribile padre»: la «causa principale» del «fallimento […] resta endogena». È così. Perché come insegna Lacan l’ordine simbolico del Padre ce lo portiamo dentro dalla nascita, e costitutiva è infatti la Spaltung, endogeno il clivaggio che ci spacca, anzi ci sfiletta in due: al di là di tutti i traumi e le delusioni e le sberle ricevute dalla vita. Se di questo inherent vice, alla fine della Vita in tempo di pace, si riconosceva l’origine, ancora-storicamente, nella «Buca di bomba» di chi è nato nel 1945, ora «lo sgarrupo, il fossato, la pozza del mio fallimento» coincide, senza residui, col proprio Sé. Ma se dell’«uomo nella casa» viene descritta in effetti la fine ineluttabile, «io» – ostinatamente, irriducibilmente, inevitabilmente – resta in vita: e scrive un’altra pagina, ancora.

Francesco Pecoraro
La fine del mondo
Ponte alle Grazie, 2026
369 pp., € 20

“La fine del mondo” verrà presentato dall’autore, in dialogo con Andrea Cortellessa, al festivalLibriCome: allo studio3 del Parco della Musica di Roma, sabato 21 marzo alle 17.30

Una versione più breve di questo articolo è uscita su «La Lettura» del «Corriere della Sera».

In copertina: Francesco Pecoraro, A largo di Creta, 1987-88 circa

Andrea Cortellessa

Andrea Cortellessa

è nato a Roma nel 1968. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre. Ha curato mostre e testi (tra gli altri di de Chirico, Manganelli, Pagliarani, Raboni, Rosselli, Zanzotto, Di Ruscio, Paolini, Parmiggiani e Serafini), realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. Fra i suoi ultimi libri “Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia di poeti italiani nella Prima guerra mondiale” (Bompiani 2018), “Andrea Zanzotto. Il canto nella terra” (Laterza 2021), “Filologia fantastica. Ipotizzare, Manganelli” (Argolibri 2022), “Amelia Rosselli. Con l’ascia dietro le nostre spalle” (Electa 2024), “Forse che sì. Joyce fra Pascoli e Gadda”; (Quodlibet 2025) e “Una ragione di più per andare all’inferno. Vedere, Pasolini” (Treccani 2025). È nella redazione delle riviste “il verri”, “Strumenti critici” e “Moderna”, e tra i fondatori di “Antinomie. Scritture e immagini”; collabora al “manifesto”, al “Corriere della Sera”, alla “Domenica”del “Sole 24 ore”, al “Giornale dell’Arte” e ad altre testate.

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