In un tempo lontano, un ambasciatore congolese venne sepolto a Santa Maria Maggiore, vicino all’antica icona della Salus Populi Romani. Negli stessi anni, in Cina, un missionario seduceva gli intellettuali della corte imperiale mostrando loro il funzionamento dell’orologio. L’ambasciatore si chiamava Antonio Manuel (Nsaku) Ne Vunda e la sua presenza a Roma, a inizio Seicento, ci racconta la cristianizzazione del Congo, cominciata due secoli prima per opera dei portoghesi e dei frati cappuccini. Il missionario invece, era uno di quei “gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming”, per usare le parole di Franco Battiato in Centro di gravità permanente: Padre Matteo Ricci, evangelizzatore della Cina.

Si tratta di due figure emblematiche, tra i molti protagonisti di un’affascinante narrazione che prende vita nella mostra Barocco globale. Il mondo a Roma nel secolo di Bernini. Il busto del diplomatico – il cosiddetto Nigrita – ci accoglie dall’alto di una nicchia, nella prima sala. Gli occhi sgranati e l’espressione vagamente esterrefatta sono da ricondurre al calco facciale che venne eseguito dopo la sua morte, proprio per realizzare un ritratto funebre somigliante. Il mantello, l’arco e le frecce del suo costume tradizionale risaltano attraverso i marmi policromi che lo compongono.
Il Nigrita proviene appunto dalla grande basilica sull’Esquilino, come anche l’icona bizantina della Salus Populi Romani, datata al IX secolo, protettrice del popolo romano, della Chiesa e, per estensione, dell’intera umanità. L’icona è recentemente tornata a fare notizia per via del desiderio di papa Francesco di essere sepolto nelle sue vicinanze. Esposta in mostra, troviamo una versione orientale seicentesca di questa effige, raffigurata su un rotolo di seta da un artista anonimo cinese: la Madonna ha gli occhi a mandorla e il Bambino è acconciato con un codino alla mandarina.

Intento della mostra è quello di raccontare gli inizi della globalizzazione, della quale in qualche modo Roma fu un crocevia, attraverso le connessioni culturali che scaturirono dall’opera di missionari gesuiti, francescani, dominicani e benedettini che si proponevano di realizzare, ovunque nel mondo, la Città sul Monte descritta da Cristo nel Vangelo di Matteo: “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte […] così risplenda la vostra luce sugli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”.

È in un palazzo con affaccio su Piazza di Spagna che questa storia comincia. Al Collegio Urbano De Propaganda Fide, fondato da papa Urbano VIII nel 1627, venivano formati i religiosi che sarebbero partiti per mondo lontano, misterioso, infinito, ben diverso da come lo avevano descritto gli antichi. “Planet Earth is blue and there is nothing I can do”, cantava David Bowie in Space Oddity, cercando di descrivere il senso di annichilimento di chi, come Ulisse, si trova davanti alle Colonne d’Ercole – dove il mondo, all’apparenza, finisce. I missionari erano pronti a conquistarlo attraverso la Parola di Dio e la conoscenza. Oltre alla teologia, la filosofia, le Sacre Scritture e il diritto canonico, i religiosi studiavano le lingue locali, i costumi, la flora e la fauna dei luoghi dove intendevano recarsi. Il “Ground Control” controriformistico preparava i tanti “Major Tom” sacerdoti ad affrontare le terre di missione con gli strumenti adatti: “take your proteins and put your helmet on […] Check ignition and may God’s love be with you”.

Una volta giunti a destinazione, i religiosi non si limitavano a predicare ma traducevano testi sacri, creavano grammatiche e dizionari, documentavano credenze, rituali e cosmologie, costruivano chiese e gestivano addirittura porti commerciali. Di tutto questo rimangono, documenti, diari di viaggio, carte geografiche. Nella terza sala troviamo la Carta geografica completa di tutti i regni del mondo (Kunyu Wangua Quantu), con al centro l’Impero Celeste, disegnata dal già citato Matteo Ricci, in collaborazione con lo studioso confuciano Li Zhizhao. In Cina Ricci diffuse il Vangelo utilizzando appunto i principi del confucianesimo; e i sei pannelli in legno, uniti da un largo foglio di carta di riso, illustrano, con tratti sottili e delicati e antichi ideogrammi cinesi, il mondo allora conosciuto. L’approccio è squisitamente gesuita, rispettoso verso le identità culturali, i costumi e i principi tradizionali autoctoni, con l’obiettivo di realizzare un’evangelizzazione che integrasse il Cristianesimo in un nuovo contesto, senza falsarne la dottrina. Li Zhizheo, funzionario della corte imperiale, fu uno dei primi convertiti cinesi, prendendo il nome di Leone Li.

La mappa della capitale azteca Tenochtitlan, allegata alla Lettera di Hernan Cortez a Carlo V (la seconda) e al ritratto di papa Clemente VII, esposta in una delle ultime sale, ci trasporta invece verso il Nuovo Mondo, le Americhe. La cartina fu pubblicata per la prima volta nel 1524 a Norimberga, in occasione della sua traduzione latina stessa. Incisa su legno e dipinta a mano su carta, l’immagine è animata da sfumature di azzurro e verde che le conferiscono un’aura di leggenda. Con i suoi canali e le strade rialzate che la collegavano alla terra ferma, Tenochtitlan sorgeva su un’isola al centro del lago Texcoco. Era a pianta centrale, con una grande piazza in cui si trovava il Tempio Mayor. Come non pensare ai “canali simili ad orbite celesti” al tempio “con sei cavalli alati, le statue d’oro, d’avorio e oricalco” evocate, ancora una volta, da Battiato nella sua Atlantide?

Sempre dal Messico provengono manufatti che sembrano partoriti direttamente dalla mente di Thomas More che nel romanzo Utopia (1516) immaginò sacerdoti che indossavano “vesti quasi ricamate non di pietre preziose, ma di varie penne di uccelli”: un raro paramento pontificale, la Mitra di San Carlo Borromeo, e ritratti dei Padri della Chiesa realizzate con piume di uccelli tropicali, applicate su carta di agave da artisti Nahua, meglio noti come amantecas. Coi suoi motivi dai colori brillanti, il paramento liturgico ricorda delicati fiori caraibici. La Mitra, invece, fu donata da papa Pio IV al nipote Carlo Borromeo che, incredibilmente, la utilizzò durante le cerimonie liturgiche. Tra varie gradazioni di viola e giallo dorato, sono illustrate scene della Passione, il tradimento di Giuda, la messa di San Gregorio Megno, i simboli degli Evangelisti, di Christo e della Vergine. L’impressione è quella di essere di fronte a un prezioso broccato orientale. Diverse, più simili a raffinate incisioni a niello, sono le nuances dei ritratti di Sant’Agostino, Sant’Ambrogio, San Girolamo e San Gregorio. Essendo fragili, raramente questo tipo di opere è sopravvissuto al tempo. Poterle ammirare rappresenta una circostanza straordinaria, nonché un privilegio assoluto.

Ancora oggi, le tracce dell’anima cosmopolita di Roma sono evidenti all’interno del tessuto urbano: si pensi al soffitto a cassettoni della già citata basilica di Santa Maria Maggiore, decorato col primo oro proveniente dalle Americhe; oppure alla Fontana dei Quattro Fiumi di Gian Lorenzo Bernini a Piazza Navona, della quale sono esposti in mostra i vari modelli preparatori. I fiumi corrispondono ai continenti allora conosciuti: il Gange (Asia), il Nilo (Africa), il Danubio (Europa) e il Rio della Plata (Americhe).

Quello che viene raccontato è un universo variopinto e suggestivo che, volendo approfondire, possiamo ritrovare nel Museo Etnologico Anima Mundi, situato all’interno dei Musei Vaticani, fondato nel 1926 e rinnovato nel 2019, dedicato alle culture non europee e pressoché sconosciuto ai più. Vi scopriremo, tra le altre cose, statuette di strane divinità polinesiane, un Cristo africano rappresentato come Albero della Vita, una Madonna con Bambino Masai, nonché uno spettacolare copricapo Mekeo (Papua Nuova Guinea) realizzato in piume di cacatua e uccello del Paradiso. E ancora, gonne cerimoniali composte di capelli e fibra vegetale delle isole Tiwi (Australia, Northern Territory), il cosiddetto portamessale di Colombo, realizzato a Cuba nel XV secolo dai taino, a lungo creduti una popolazione estinta, curiose canoe e piroghe cerimoniali provenienti dal Canada e dall’Oceania che diventano il simbolo di Pietro, il primo papa pescatore.
Gemme nascoste in un angolo remoto del museo sono le sculture del tedesco Ferdinand Petrich, artista ottocentesco che, a Roma, fu allievo di Berthel Thorvaldsen. Tra il 1845 e il 1856, in seguito a un viaggio negli Stati Uniti, Petrich realizzò una serie di capolavori neoclassici raffiguranti membri delle nazioni native Shawnee, Sauk-Fox, Sioux, Winnebago e Creek. Sono figure monumentali di guerrieri fieri, che incarnano la resistenza all’espansione statunitense. Spicca il monumento funebre dedicato a Tehcumseh, grande capo Shawnee noto anche come “Stella Cadente”, rappresentato come un Galata morente che tiene ancora in mano la sua ascia, incitando i suoi a combattere. In primo piano, i fori dei proiettili che nel 1813 lo uccisero, uno alla testa e uno al petto. Fu assassinato dal colonnello americano Richard Johnson e, secondo una leggenda, Petrich utilizzò per il ritratto proprio il calco del viso realizzato dal colonnello. Un’altra scultura mostra una ragazza Sauk-Fox, adagiata su una roccia. La giovane è avvolta in una pelliccia, probabilmente d’orso, e fissa assorta il vuoto davanti a sé. A catturare l’attenzione sono i dettagli dell’abbigliamento: il copricapo e la collana, decorati con piume e sonagli, o anche i gambali e i mocassini, abbelliti con aculei di istrice. Ci sono poi i bassorilievi che descrivono, col ritmo cadenzato di antiche amazzonomachie, forsennate danze guerriere in cui ci sembra ancora di sentire l’eco dei flauti e dei tamburi suonati dai musici, che compaiono ai lati. Accanto a questo momento di tensione rituale scorre la quotidianità, palesata in una madre che allatta un neonato.

Attraverso queste opere riaffiora il ricordo di Jean de Brebeuf, un gesuita francese che, ancora nel Seicento, visse a lungo tra la popolazione degli Uroni, in Canada e scrisse per loro, in lingua wyandot (urone) un canto su Gesù (Huron Carol), considerato il primo inno natalizio mai composto sul continente nordamericano. La fine del religioso fu orribile: durante un assalto venne catturato dagli Irochesi, una popolazione nemica degli Uroni, e trucidato. Il suo cuore venne strappato dal petto e divorato sul posto.

Tutte queste vicende, incredibili e dimenticate, in qualche modo si intrecciano, dando forma a un viaggio di secoli attraverso la storia del nostro pianeta, fatto di scoperte, violenze, incontri e fraintendimenti. Le immagini si avvicendano come in un atlante, componendo un racconto collettivo scritto da innumerevoli mani che, in una maniera o nell’altra, passa sempre da Roma. La città eterna si rivela ancora una volta in un aspetto inedito, raccontandoci l’ennesima storia che ancora non conoscevamo. È un racconto aperto, senza un vero epilogo, e continua ancora oggi.
Barocco globale. Il mondo a Roma nel secolo di Bernini
a cura di Francesca Cappelletti e Francesco Freddolini
Roma, Scuderie del Quirinale
fino al 13 luglio 2025
In copertina: Pier Francesco Mola, Guerriero Orientale detto Il Pirata barbaresco (dettaglio), 1650, Parigi, Musée du Louvre
