Il tempo è quello che è

Mauro Zanchi: In Idem, pubblicato nel 1975, Italo Calvino scrive che le opere da Lei realizzate occupano uno spazio mentale e che i suoi quadri “non vogliono far pensare ad altra cosa che ai quadri”, poiché sono opere incentrate su quello che “si stabilisce indipendentemente dall’io e indipendentemente dal mondo”. Oggi si trova ancora d’accordo con questa asserzione o ha sviluppato un’altra visione?

Giulio Paolini: Più che mai, non soltanto nel sottoscrivere ma nel constatare la prodigiosa preveggenza di quelle sue parole…

M.Z.: Che rapporto intercorre fra il medium e l’immagine di una sua opera? La realtà del mondo si proietta sul medium dell’arte mediante la realtà del mondo stesso?  L’artista è un traduttore della realtà visibile (e invisibile) o è un interprete del mistero sotteso alla realtà?

G.P.: Ogni cosa (detta, scritta o disegnata) subisce fatalmente la critica del tempo. La sfida dell’autore è proprio quella di sottrarre al discorso il suo aspetto strumentale per far trasparire e risplendere i termini del linguaggio.

M.Z.: Può ulteriormente parlarci a proposito di quel “qualcosa” (quid?) dell’opera, che resta nell’ombra anche nel momento in cui si lascia guardare da un fruitore?

G.P.: Il traguardo, che appena avvistato sempre però si allontana, è quel qualcosa che resta nell’ombra e sfugge allo stesso artefice: Et quid amabo nisi quod aenigma est?

M.Z.: Lei ha asserito più volte che l’autore è il primo spettatore dell’opera. Ha anche detto che l’artista si deve tenere a dovuta distanza da tutto e soprattutto da se stesso. L’artista si deve tenere a distanza anche dall’essere il primo spettatore della sua opera?

G.P: L’immagine è quella di un io impersonale inteso come eco di altre voci che – tutte – risuonano nella propria. (Cfr. anche il mio breve testo: L’autore sconosciuto. Art happens, 2006)

M.Z.: Nel Giovane che guarda Lorenzo Lotto (1967), il sottotitolo è “ricostruzione nello spazio e nel tempo del punto occupato dall’autore (1505) e (ora) dall’osservatore di questo quadro”. Nel coro a intarsio della Basilica di Bergamo, Lotto ha ideato un itinerario mnemonico, dove trentasei immagini simboliche formano una sorta di Teatro della Memoria della cultura umanistica neoplatonica. In otto di queste “imprese” geroglifiche, Lotto inserisce l’immagine di un occhio (quello dell’Artifex) che fissa lo spettatore da una dimensione simbolica, archetipale, da un luogo oltre lo spazio e il tempo, contemporaneamente oltre e all’interno della memoria dello spettatore, dell’autore e del Creatore. Lotto, con la sua opera quadridimensionale – con la costruzione della dimensione mnemonica capace di individuare l’intelletto collettivo che va oltre il tempo e lo spazio – ci invita a riflettere sul senso della verità, sul non tempo atemporale, sull’ombra portata della luce. Possiamo affermare che in ogni creazione il mezzo è il messaggio, e che lo spettatore diviene come l’interprete solo dopo essersi immedesimato nella verità dell’opera?

Lorenzo Lotto, Coperto simbolico di Enos, 1525,
Bergamo, Basilica di Santa Maria Maggiore, coro intarsiato

G.P.: Mi pare evidente che per immedesimarsi nella “verità dell’opera” occorra l’abbandono di sé, passaggio obbligato al quale però non possiamo chieder alcuna garanzia, proprio perché è la stessa “verità dell’opera” ad essere inaccessibile. La dimensione che ne consegue è quella di un limbo dove, per così dire, si procede a tentoni e a proprio rischio.

M.Z.: Dopo aver visto la sua opera Tre per tre prima, dove i tre personaggi sono la stessa persona (lo spettatore che guarda l’artista mentre sta facendo un ritratto al modello), mi è tornata alla mente un’altra opera di Lotto, il Triplice ritratto (1530 ca.), dove il personaggio è rappresentato, contemporaneamente, di fronte e di profilo (destro e sinistro). La domanda è legata a un’ipotesi o a una proiezione immaginaria. Se il triplice ritratto fosse un triplice autoritratto (si innescherebbe un ulteriore cortocircuito concettuale), Lotto non abiterebbe contemporaneamente lo spazio, il tempo e l’opera? Ora, dopo la sua morte fisica, Lotto è un assente che fa continuamente il discorso della sua assenza e della sua presenza? É entrato nella potenzialità evocativa di un presente imperfetto, nell’illusione della memoria, in un passato futuribile, o è simbolo di una misura del desiderio di eternità?

Giulio Paolini, Tre per tre (ognuno è l’altro o nessuno), 1998-1999

G.P.: Un ritratto è sempre anche un autoritratto: non solo ma più d’uno, forse tutti i volti che il quadro vorrebbe restituire…

M.Z.: Quale è la via che Lei intraprende, in corso d’opera, per innescare l’azione della memoria necessaria per trattenere immagini che ci arrivano dal passato, e, a mettere in atto uno spiazzamento mentale, contemporaneamente a distanza e dentro lo spazio e il tempo storico?

G.P.: Il punto, forse, è riuscire a formulare oggi qualcosa che non corrisponda all’oggi ma alla memoria che dell’oggi ci riserverà il domani.

M.Z.: Secondo Lei hanno ancora senso il tempo e lo spazio in assenza della componente “memoria”? È possibile tracciare un gesto di inquadramento, una preparazione di campo, la squadratura, l’atto progettuale, concettualizzare la potenza evocativa della quarta dimensione?

G.P.: Se questa nostra breve conversazione arriva a convincerci che l’arte di ieri e di oggi sono in fondo contemporanee, così strettamente connesse da condividere la medesima dimensione… allora non è stata del tutto inutile.

In copertina: Lorenzo Lotto, Triplice ritratto, 1530 ca.