Effumazioni & Nebbie (fumettoidi)

18.10.2024

A voi, signori dottori, piacciono le strips, i fumetti?
Stefano D’Arrigo, Cima delle nobildonne

Qui il mondo da considerare è il più simile al mondo reale tra i mondi in cui Marlene Dietrich si fa suora.
Paolo Casalegno, Filosofia del linguaggio. Un’introduzione

Pensieri spettinati / Notizie / Ringraziamenti     

Giocattoli modificati. Détournement. Anche come divertimento. Certo, la pratica situazionista è un ricordo. Graffiti, chissà, da e nella biblioteca. O nel boudoir. Non c’è l’intenzione, come potrebbe esserci?, di rovesciare alcuna prospettiva della vita. «Non eravamo nati per rivoluzionare, ma per essere rivoluzionati» (Sanguineti). Le merci ci hanno resi glaciali, «scettico e perverso m’hanno fatto diventar» (De Filippis). Ha vinto il suicidio al rallentatore. La vita che disvive non la rovesci. Non puoi creare situazioni che afferrino, affermino la realtà dei nostri desideri attraverso questi fumettoidi. Neanche attraverso i fumetti, se è per questo. Poi, cosa ha fatto qui da quadro pompier su cui scagliare, per modificarlo, baffi e chiazze di colore? Le vignette, i comics? O le proposizioni dei filosofi? Parole non di rado pensate come piene di storica ineluttabilità, e che in Effumazioni & Nebbie ogni volta hanno preso il posto dell’originaria espressione demotic o lubrica (spesso e volentieri già a suo tempo parodica e irridente verso le family strips così estranee alla propensione erotica). Questi fumettoidi, comunque, forse aspirano almeno a provocare un modesto blackout nella rete concettuale del fruitore.

«Oide», è chiaro, come desinenza dice «è simile ma non è la stessa cosa». Il fumettoide, perciò, condivide col fattoide la nozione di «fabbricato ad arte», di «modificato maliziosamente», solo vorrebbe differenziarsi a proposito della nozione «privo di qualsiasi veridicità». In ogni caso, il fumettoide (e ahimè, il fumettaroide) sa che la sua asseribilità non è garantita. Se fosse un filosofo (detto di entrambi gli «oidi») sarebbe ironico, un po’ alla Rorty, sosterrebbe le proprie convinzioni risolutamente ma riconoscendone nel contempo la validità contingente. Questi frames, inoltre, vogliono anche richiamare un che di insignificante, di poco o nulla rilevante, come nugellae, via, come declinazione giocosa della filosofia dopo la filosofia (ancora Rorty, ma anche no) magari senza evidenze di solidarity, ma con un quid di contingency e di già ricordata irony. Di certo, questo non sublime fumettistico non ha da misurarsi con alcuna conclusione. E circa la volontà d’arte, abbiamo già dato. C’è solo «un quanto di erotia», per dirla con Gadda, che si letteralizza, e una vita quotidiana presa o sorpresa dai dirty comics d’antan e ripresa o risorpresa con l’ausilio dell’oggidiana IA. Piccoli manufatti, mi si lasci definirli così, in cui i personaggi ridescrivono sé stessi o tendono a farlo. Piccole metamorfosi. Chi sta scrivendo, prima del momento induttivo, prima di mettere in contatto grammatica del fumetto e linguaggi di filosofi, sperava ma non era certo che prendessero a esistere soggetti come questi. Anche se non si scorgono avventure da Superman il situazionista.

Avranno, questi vicini di casa dell’umorismo, destino simile a quelle sorgenti che compaiono e scompaiono nel cielo nel giro di poche ore o al massimo di pochi giorni e che gli astrofisici chiamano «transienti»? Incapperanno nella superciliosità degli Agelasti, termine con cui, come ognuno sa, Rabelais indicava coloro i quali non ridono? Provocheranno qualche iperseverità woke? Mi auguro che le particolari simbiosi fra disegno e parola qui raccolte, strane magari, come un po’ strane sono tutte le simbiosi, vengano viste non solo come un tutt’uno inseparabile, ma come un esempio di leggerezza, ancorché disincantata. In ogni caso, può capitare nella vita di dar fuori operazioni atipiche e di facile fraintendimento, che vengono su con impulsiva visceralità e che ci piacciono e basta.

Pensatene qualcosa di bello.    

Quattordici vignette, come il numero dei versi di un sonetto. Una zattera di quattordici tavole.

1 Le parole della cacciatrice di farfalle, e quelle delle farfalle stesse, con la didascalia, sono frammenti tratti da Pino Tripodi, Mitopie, e Adelino Zanini, Sottrarsi alla vista. Entrambi gli scritti in «Millepiani», anno 0, numero 1, Mimesis, 1994, che si apre con il saggio di Gilles Deleuze e Félix Guattari, Geofilosofia, che dà il titolo al volume. 

2 Bambola gonfiabile e uomo che gonfia, nati dal compulsare l’IA, sono accompagnati da due commenti che occhieggiano anche in Paolo Casalegno, Filosofia del linguaggio. Un’introduzione, Carocci, 2012. Lì, al posto del pronome quantitativo da me usato all’inizio della frase, è dato trovare «alcuni studiosi di semantica modellistica».

3 Il non visibile proprietario del dito indice ha recuperato, un po’ rimaneggiandole, locuzioni da Giacomo Marramao, Politica e secolarizzazione: il problema del «Weltbild» moderno, in AA.VV., Soggetti e potere, Bibliopolis, 1983. La pronuncia dei seni, nel senso di quel che dicono i seni, è semplicemente dovuta a quanto sembra soffiare dallo Zeitgeist.

4 L’iperclarinetto è suonato da una signora che concorda con un’idea di Theodor W. Adorno espressa nella Filosofia della musica moderna.

5 In questa vignetta, il sostanziale accordo di pensiero fra la donna e Topolino si basa su due enunciati di Immanuel Kant presenti nella Critica della ragion pratica.

6 Il cunnilinctus della sesta vignetta ovvero, messa davanti a uno specchio, una frase di Vladimir Jankélévitch da Il non-so-che e il quasi-niente, Einaudi, 2011. Nella didascalia una riflessione dello stesso autore nella stessa opera.

7 La nuvoletta del personaggio femminile e la didascalia riguardano Jean Baudrillard, Della seduzione, Cappelli, 1980. Il distinguo del personaggio maschile è in Karl Marx, Il Capitale.

8 Qui l’immagine, unico “giocattolo” lasciato così com’era, si trova nel Poema a fumetti (1969) di Dino Buzzati. Un omaggio a un precursore del graphic novel. La frase nella pagina a fianco del disegno è da Alice Bravin, Le forme dell’intertestualità, in «Parole rubate», rivista semestrale online, fascicolo 22, dicembre 2020. La tavola di Buzzati, con il grande insetto meccanico che ghermisce un corpo femminile, mi sembra evochi di per sé la dinamica della citazione.

9 L’osservatrice del coito fra porcelli riflette con parole di Roberto Marchesini, Post-Human. Verso nuovi modelli di esistenza, Bollati Boringhieri, 2002.

10 La prima proposizione del marchese De Sade  ̶  visivamente rappresentato da un ritratto immaginario del 1921 di Félicien Maurice  ̶  pertiene (e se ne ammette l’uso sfumatamente sadico) alla Critica della ragion pratica di Immanuel Kant, mentre la seconda proposizione è dello stesso Sade (La nouvelle Justine). La prima affermazione della giovane prigioniera, con una mia piccola aggiunta che riguarda solo l’invito alla tranquillità, è tratta dalle Upaniṣad; nella seconda, il riferimento a Sade «evirato dai suoi apologisti» è tratto da Georges Bataille, La critica dell’occhio, Guaraldi, 1972. L’espressione «e per dirla tutta», condivisa dal «divin marchese» e dalla figura femminile, è un’intrusione di chi sta scrivendo.

11 Il commento va fatto risalire al Roland Barthes dell’Impero dei segni, allorché ci presenta la raffinatezza gastronomica della tempura.

12 Il poliziotto dell’«erezione della legge» cita Friedrich Nietzsche, La genealogia della morale. La ragazza si oppone all’autorità costituita con un calcio che fa ruotare sia il manganello sia il senso di una conclusione di Thomas Hobbes, qui parafrasata, sul rapporto fra Stato e cittadini espressa nel De cive, Lettera dedicatoria.

13 La domanda che si pone la ragazza di questa vignetta fu al tempo già posta da Martin Heidegger in Essere e tempo.

14 La didascalia che accompagna il gruppo di orgiasti è un’asserzione di Friedrich Nietzsche da Umano, troppo umano. Si è preferito usare il termine «persona» anziché «uomo» per evocare una maggiore inclusività di genere.

Grazie a Maria Vittoria Coletta, Massimo Marazio, Mauro Pontremoli per l’ascolto e le utili osservazioni. Grazie a Gian Piero Oppezzo anche per il gran numero di comics visionato insieme e per la preziosa bastiancontrarietà. Un particolare ringraziamento a Cinzia De Matteo (il cui lavoro quotidiano è quello dell’incisione) e a Massimiliano Lanza (art director nella grafica pubblicitaria), che pur non essendo nel novero dei “fumettari” mi hanno aiutato magnificamente ad ottenere le forme che cercavo. Ancora un grazie extra: ad Andrea Cortellessa, e agli altri della redazione, per aver voluto ospitare questi fumettoidi nel blog Antinomie.

m.b. 

Mariano Bàino

Mariano Bàino

è nato a Napoli nel 1953 e vive a Roma. Nei primi anni ’90 ha fondato con altri la rivista “Baldus” e il gruppo ’93. Fra i suoi libri di poesia: “Fax giallo” (1993, 2001); “Ônne ‘e terra” (1994, 2003); “Pinocchio (moviole)” (2000); “Prova d’inchiostro e altri sonetti” (2017). In prosa ha pubblicato: “Le anatre di ghiaccio” (2004); “L’uomo avanzato” (2008, 2021); “Dal rumore bianco” (2012); “In (nessuna) Patagonia” (2014); “Il cielo per Roma” (2021); “Di bistorte lune” (2023). Fra le presenze antologiche: “Parola plurale” (a cura di Giancarlo Alfano et al., 2005); “La terra della prosa” (a cura di Andrea Cortellessa, 2014); “Poesie dell’Italia contemporanea” (a cura di Tommaso Di Dio, 2023). Suoi testi sono stati tradotti in Brasile, Canada, USA.

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