Shibboleth Lenin

17.10.2025

Shibboleth è parola enigmatica, segno distintivo di una comunità di destino. L’etimologia del termine è da ricercarsi nella narrazione biblica, specificamente nel Libro dei Giudici (12, 5-6). L’episodio descrive una circostanza bellica successiva a un conflitto tra i Galaaditi e gli Efraimiti. Dopo aver conseguito la vittoria, i Galaaditi si posizionarono strategicamente ai guadi del fiume Giordano, punti nevralgici per la via di fuga degli Efraimiti superstiti. Per distinguere gli Efraimiti, che cercavano di fuggire, i Galaaditi chiedevano a tutti i passanti di pronunciare la parola “shibboleth“ (in ebraico, un termine che significa “spiga” o “corso d’acqua”). Gli Efraimiti, a causa del loro dialetto, non riuscivano a pronunciare il suono “sh” (sci) e dicevano invece “sibboleth”. A causa di questo errore di pronuncia, venivano identificati e uccisi.

Parola di appartenenza e parola strategica. La logica che la sottende è quella del conflitto. E il conflitto presuppone che vi siano amici e nemici. Parola, dunque, quanto mai politica, secondo la classica definizione schmittiana: “la specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici, è la distinzione di amico (Freund) e nemico (Feind)”. Ma Schmitt aveva ormai metabolizzato il passaggio dalla dimensione mitico sacrale a quella di una moderna teologia politica, cioè egli si faceva testimone del trapasso secolarizzato di grande parte delle categorie religiose nella dimensione politica. La differenza fondamentale, rispetto al racconto biblico, risiede nel fatto che la politica è una composizione civile del conflitto, un tentativo di trovarvi una forma, nella quale i confliggenti contengono la violenza (mentre la guerra, come nella dimensione mitica biblica, la libera). Lo shibboleth politico non sopprime il nemico: lo costringe alla resa sociale, stabilendo nuovi equilibri di forza. Gli oppressi si liberano e gli oppressori perdono i propri privilegi.

Nel suo saggio omonimo dedicato al poeta Paul Celan, Jacques Derrida conferisce al termine un ulteriore significato, intendendo lo shibboleth non più solo come un mero segno di riconoscimento o esclusione, ma come la cifra di una singolarità irripetibile legata alla memoria, al trauma e all’inappropriabilità di una parola comune.

Lenin nel 1918

Sulla mia scrivania, assieme ad altre fotografie, riposa un’effige di Lenin. Elegante, con lo sguardo acuto e rivolto verso l’aperto, il rivoluzionario, qui ritratto nell’ottobre del 1918 (epoca di guerra civile) e stampato in cartolina a Mosca nel 1969 (in Italia, annus mirabilis dell’autunno caldo), sembra intento a pensare a come dare una forma alla rivoluzione. Ogni rivoluzione ha, infatti, necessità di un soggetto che la conduca oltre se stessa, senza reprimere quel che di vivo giace al fondo del suo cuore pulsante. E pare, davvero, nelle buie giornate invernali di questa Italia sempre più nera, che quello sguardo contenga in sé già tutto il trauma di una rivoluzione tradita. Quel volto non è un souvenir del buon tempo che fu, quanto monito per coloro che verranno dopo: messa in guardia dal tradimento dei propri principi e, allo stesso tempo, speranza senza fine per una possibilità che, seppur solo per una manciata di anni, si è data. Non il messia, ma l’icona di un disinganno messianico. Ripetizione secolarizzata e senza redenzione della delusione storica incarnata dal mancato avvento del regno.

Nello sguardo di Lenin sono contenuti la promessa mancata e quel che resta inappropriabile nel “sogno di una cosa”. Lenin è stato un grande stratega e il più abile dei tattici. Ha sempre colto perfettamente i rapporti di forza, volgendoli quasi sempre a favore degli oppressi. Oggi, in una situazione di estrema debolezza delle classi subalterne, nella scomparsa quasi totale della coscienza di classe e nell’inconsapevolezza di essersi volontariamente asserviti, cosa resta di Lenin? Resta, forse, la comprensione che di lì, dal disperato tentativo di far leva sulla micidiale presa esercitata dalla violenza del capitale sulla vita di ognuno può forse nascere o rinascere, come araba fenicia, una insperata forza sovversiva. Solo dall’analisi profonda del capitalismo, di questa visione del mondo, di questa volontà infinita di potenza senza fini, di questa etica priva di politica; solo andando al fondo di questo sistema adattivo che sfrutta il lavoro di tutti, degli operai e degli uomini di pensiero; solo attraverso una riflessione e una presa di coscienza degli sfruttati, solo quando tutti questi momenti si comporranno in un punto di vista altro, il capitalismo potrà forse rivoltarsi contro se stesso e darsi, politicamente, come fine della sua potenza infinita, non più l’accumulazione di profitto, ma il comune. Questo, se avverrà, potrà succedere esclusivamente attraverso un realismo politico, lucido e disincantato, ma non cinico (realismo di cui Lenin ha incarnato la duplice faccia e l’ambigua oscillazione). Solo grazie al realismo, un realismo scevro di ogni ideologia, il sogno di una cosa potrà continuare ad essere sognato.

Quando le statue vengono rimosse, quando i simulacri mostrano la propria inconsistenza, si è finalmente liberi dalla monumentalità elefantiaca e opprimente dell’ideologia. Resta, invece, appena accennatta, la vitalità di uno sguardo mai domo. Visione profetica che, nella contingenza dell’oggi, nella sua miseria, scova tracce d’avvenire. Il futuro è, a volte, racchiuso nel suo intramontabile passato, in uno sguardo antico.

In copertina: Theo Angelopoulos, Lo sguardo di Ulisse, 1995

Federico Ferrari

Federico Ferrari

(Milano, 1969). Insegna Estetica all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto” (Johan & Levi, 2013; 2024), “L’anarca” (Mimesis, 2014; Sossella, 2023), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Visioni” (Lanfranchi, 2016), “Il silenzio dell’arte” (Sossella, 2021), “L’antinomia critica” (Sossella, 2023), “Ritratti” (Sossella, 2025), “Nicola Samorì, sulla soglia del tempo” (Abscondita, 2025) e, con Jean-Luc Nancy, “La pelle delle immagini” (Bollati Boringhieri, 2003) e “Estasi” (Sossella, 2022).

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