Il guanciale atonita

in memoria di Josef Czapski


Nel 1999 grazie allo scrittore Vassilis Vassilikos, allora Ambasciatore culturale all’Unesco per la Grecia che conosceva le mie ricerche, mi fu possibile soggiornare lungamente al Monte Athos. Dopo aver studiato la scrittura del canto nelle Fiandre, il desiderio era quello di essere nel canto – per canto intendo qui la “preghiera”. La penisola atonita è interamente dedicata alla preghiera. Si prega per sostenere il mondo da più di mille anni, in una corona di venti grandi monasteri e altrettante Skite, luoghi di ascesi; il territorio è disseminato di grotte di anacoreti. Il Monte Athos è in Macedonia, la punta estrema dell’Akté; sulla cartina sono tre dita, l’Akté è l’ultimo dito, assaggia la salinità del Mar Egeo. Con quelle dita bagnate ci si fa la croce ortodossa, il movimento del braccio fila spazio tra fronte e spalle. La liturgia ortodossa segue il movimento dei pianeti, la preghiera va dall’alba alla notte, portati da questo movimento ci si trasforma in una scintilla nello spazio. Rispettando e ascoltando questa liturgia ho studiato l’affresco greco, il movimento delle scintille dorate sulle tavole delle iconostasi e delle icone.

Partivo da Marsiglia per Salonicco. Ho passeggiato sul lungomare di Salonicco dove, pochi anni prima, il regista greco Theo Angelopoulos faceva passeggiare Bruno Ganz in un suo splendido film. Se mi manca un autore e il suo lavoro, mi manca il cinema di Angelopoulos. Per il Monte Athos si parte presto la mattina dalla città in direzione di Ouranopolis. Raggiunsi la stazione degli autobus prima dell’alba, mi accomodai nella sala d’attesa vuota, poco dopo cominciarono ad apparire le figure ieratiche dei monaci, quasi tutti portavano cartoni legati con spago. Come sempre con me avevo poche cose; ricordo i tre libri, una scelta precisissima, il libro deve pesare poco ma la sua anima tanto; libri di Nelly Sachs, Alfonso Gatto e uno sull’arte persiana, i nomadi del deserto.

Cominciava il viaggio-preghiera verso l’Athos. Da Ouranopoli il ferry-boat si staccò dal porto, a bordo solo uomini, al Monte Athos la presenza delle donne è vietata. Si era diretti verso Dafni, il piccolo porto che riceve monaci e pellegrini che si seminano nella penisola. A bordo una moltitudine di monaci, affacciati al mare, le loro lunghe barbe seguivano il vento. Ero mimetizzato tra loro, vestito di nero con la mia barba da giovane uomo. Dopo due ore arrivammo a Dafni, un vecchio bus strapieno ci portò su a Karyès, la capitale della Repubblica semiautonoma atonita. Ero diretto alla Skyte di Sant’Andrea dove l’Archimandrida Padre Pavlos, esperto in Arte Bizantina, aveva istituito un Laboratorio di restauro di icone e manoscritti presenti nei vari monasteri. Lì mi aspettava una cella aperta sul Mar Egeo, tra quelle mura la mia testa dopo ore di studio si riposava sul guanciale atonita, lontano nella notte vedevo le luci dell’isola di Thassos.

La poeta russa Marina Cvetaeva dice che si scrive a ritroso. Scrivo queste righe molti anni dopo i soggiorni al Monte Athos. Cosa mi volevo vivere? Lo “studio”. Lo studio ha avuto la forza di distaccarmi e orientarmi lontano dallo stupido materialismo dell’Occidente, il materialismo è la menzogna. Questa stupidità di comportamento anestetizzante non corrispondeva a ciò che desideravo, essere un ago nelle mani della coscienza. Erano per me tempi di nascita; ancora un poeta russo, Boris Pasternak ci parla chiaramente di «seconda nascita». È vero, esiste una seconda nascita, quella che la nostra esistenza opera in noi, il più delle volte per buttarci via e andare incontro al mondo. Mi sono sempre detto fammi vedere cosa mi dicono gli occhi, qualcuno indicò di mettere gli occhi da parte, non guardare il mondo intorno a noi, qualcuno indicò che dentro di noi c’erano molte cose da guardare… Improvvisamente la realtà indicò che quello che contemplavano dentro di noi forse non era sufficiente. Le ricerche iconografiche delle differenti culture mi hanno sempre portato gli occhi di fronte all’originale. Il Monte Athos è stato uno di questi laboratori di ricerca dal vero. La verità dell’originale.

Nella trapeza dove mangiavo in modo cenobita l’olio e il vino erano a tavola solo di domenica; non ho mai cenato, mi bastava una mela seduto sul davanzale della finestra, la candela illuminava la cella, l’elettricità era presente solo in poche ore del giorno. È con luce naturale o con candele che ho scoperto gli affreschi di Teofane il Cretese e di Panselinos il Macedone, in alto nelle cupole la luce passava tra vetri colorati, un dialogo millenario tra colori. La mia abitazione si trovava in una Skite russa, settecento monaci avevano la loro residenza ad inizio Novecento, tutti massacrati dal nuovo potere russo in quel giro di anni. Senza saperlo la cultura russa cominciava ad accompagnarmi nella mia «seconda nascita». Ero nello spirito del sapere, oltre alla cella avevo un grande salone stile moscovita, Padre Pavel mi mise a disposizione un archivio fotografico sorprendente, affreschi, icone, iconostasi, miniature, tutto documentato nei più reconditi dettagli. Avevo un tavolo per studiare, un tavolo per disegnare e i piedi per portare gli occhi di fronte a tutto ciò.

Il nostro spirito, se c’è ancora, insieme allo spirito delle cose deve aprire i vocabolari di entrambi i linguaggi, spirito umano e spirito delle cose devono dialogare dissotterrando la memoria sempre più sfocata. Simpatizzando con lo studio, lontano dall’acquazzone insensato delle immagini, mi è stato possibile inciampare in direzione di un avvenire responsabile, molto ma molto prima dello smarrimento umano che stiamo vivendo ora. La preghiera del fare poco e con rispetto nei confronti dello sguardo mi ha allontanato dal decervellato successo dei mezzi. Mi svegliavo molto presto la mattina, giù in cucina mentre mi preparavo il caffè greco si affiancava un monaco filiforme, alto, austero, non parlava mai. Durante la giornata, solo, in grandi stanze dipinte a calce lo sentivo cantare. Quella mattina mi chiese se ero un monaco… gli risposi che mi occupavo d’arte. Non lo vidi più, seppi dopo che si era trasferito al monastero di Santa Caterina nel deserto del Sinai.

Ora con la distanza del tempo da quel caffè sciolto nell’alba al Monte Athos, rifletto sulla mia risposta, vera, precisa. Mi sono dovuto fare analfabeta per disegnare di nuovo le cose, per apprendere come un bambino il loro alfabeto. Spogliare il gesto che ci viene incontro da qualsiasi pesantezza temporale, porgendo allo sguardo dell’altro la nascita di un nostro gesto come scintilla di un nuovo giorno. Il vocabolario dell’alba che ogni giorno essa stessa ci sfoglia tra le mani.

Mi sono portato da un monastero all’altro: Iveron, Pantocrator, Stavroniketa, Esphigmenou, Koutloumousiou, Philotheou. Univo i miei occhi ai canti dei monaci, vedevo affreschi e iconostasi intrecciati alle loro preghiere del mattino, nei Katholikon stancando lo sguardo si sono alleggerite le mani, tentavo di benedire di serietà la polvere di grafite con cui rispondevo ai fondali dorati delle iconostasi, rispondevo con la polvere che sarò agli spessi affreschi atoniti, muri dove dentro nell’intonaco ci sono stracci di iuta per mantenere umido il velo della malta e avere maggior tempo per dipingere a buon fresco. Sostando nella trapeza del monastero di Stavronikita, dipinto a buon fresco da Teofane il Cretese, guardando da una finestrella una tessera blu di Mare Egeo, un monaco mi porse una fetta di pane su di un bicchiere di vino fragolino fatto da loro. Il monaco era di un biancore trasparente, a quel dono si unì la luce del suo sorriso. Con questi utensili sciolgo i pigmenti negli intonaci insieme ai muratori.

Ogni parola uscita dai vocabolari dello spirito e delle cose, come un granello di sabbia, è setacciata dalle mani della fatica, passando prima da gesti sudati. Sgraffito, affresco, discipline percorse penetrando le geografie del sacro, mettendo le orecchie sotto i colpi delle simandre che si lasciano ascoltare nel paesaggio mosse da mani di palandrane nere, figure di uno spazio che costruisce pioli che vanno verso l’alto. Nulla ha mai avuto bisogno di essere illustrato, rappresentato; la vita si radica nella vita sradicando con le sue cieche mani dalla nostra interiorità il vissuto. Il linguaggio di cui la vita si sillaba è il dolore del sapere che ci cade addosso e viene macerato dalla sensibilità di ognuno. La vita non ha specchi. Sillabare dal nerofumo della luce, con la punta delle dita di nuovo graffi nei muri, è la preghiera che ha versato dentro il mio cammino il Monte Athos. Chi si mette in viaggio sarà sempre un apprendista.

Parigi, settembre / ottobre 2020

Tutte le immagini che accompagnano il testo sono fotografie inedite di Giuseppe Caccavale, che le ha scattate nel 1999.

(Afragola, 1960) vive tra Parigi e Bari. Insegna Arti Murali, Poetica degli spazi e Disegno all’École Nationale Superieure des Arts Decoratifs di Parigi. È stato uno degli artisti che hanno rappresentato l’Italia alla 56a Biennale d’Arte di Venezia, curata da Vincenzo Trione; ha partecipato alla prima Triennale Internazionale d’Armenia, a cura di Adelina von Furstemberg; le sue ricerche sono state presentate alla Vereniging Voor Het Museum van Hedendaagse Kunst te Gent; alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, a cura di Chiara Bertola, ha presentato il progetto “Resi Conto”; con il compositore Stefano Gervasoni, ha realizzato il “Viale dei Canti” dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi. Da sempre la cura editoriale delle pubblicazioni delle sue ricerche è parte integrante del lavoro: fra i suoi titoli “Fresques / Affreschi”, su testo di Erri De Luca (Parenthèses, Marseille); “Voce Parla Luce”, su testo di Pier Luigi Tazzi (Musée de Marseille); “Serenella d’Agri”, su testo di Vassilis Vassilikos (L’art et la manière, Castellet); “Armenia”, su testo di Osip Mandel’štam (Parenthèses, Marseille).