Ingeborg Bachmann, ancora

17/10/2023

Ho guardato per anni le fotografie di Ingeborg Bachmann. Credo che vi ricercassi un’entrata secondaria per penetrare nel labirinto della sua opera. Le ripetute letture non erano, infatti, riuscite a rendermi intellegibile la complessità della sua opera e della sua persona. Era come se, di decennio in decennio, il segreto contenuto nelle sue frasi, nei suoi versi e nelle sue fotografie si allontanasse da dove mi trovavo. Poco importava che il mio “luogo” mutasse inevitabilmente con il passare degli anni, mentre la sua opera risultava essere ormai compiuta da quel 17 ottobre del 1973, in cui la scrittrice austriaca, nella sua amata Roma, dopo lunga agonia, lasciava questo mondo.

In fondo, la sua scrittura, così asciutta, talvolta spigolosa, a volte un po’ impacciata, ma sempre al di là di ogni messaggio codificato, di ogni banale scrittura a tema, mi portava a fare esperienza di un mondo instabile eppur solidamente resistente a ogni astrazione. Mostrava, col suo fraseggio intricato, quanto inutile fosse cercare di afferrare tra le grinfie del concetto quel che sfugge da ogni parte fluendo verso il nulla: l’esperienza stessa del reale.

La vita – la vita che Bachmann consumava senza risparmiarsi, bruciandola nella passione (una passione che la rendeva, inesorabilmente, indifesa) – scivolava, spostandosi sempre altrove, in una sorta di non-luogo o di spazio utopico al quale era rimandato o demandato il senso dell’esistenza. La sua scrittura era una partitura sui cui righi si inscriveva un’arte della fuga, con tutti i suoi slanci in avanti e i suoi punti d’arresto, le sue apoteosi e le sue catastrofi. Proprio come nei suoi ritratti, in cui si alternano sorrisi radiosi a sguardi funerei, i suoi libri oscillavano e si dipanavano, tra interruzioni e silenzi, per tutta l’ampiezza della sua opera da Il tempo dilazionato a Non conosco mondo migliore, da Il trentesimo anno sino a Malina, da Luogo eventuale a Letteratura come utopia.

Questa impossibilità di fissare un insieme eterogneo di testi, a volte incompiuti, dentro a una gabbia interpretativa o a un’immagine esemplare, non si presentava, però, solo come un’esperienza in sé straniante, se non angosciante, come potrebbe sembrare, ma piuttosto come un’infinita attesa o rinvio a un ancora, a un istante sempre ancora a venire, in cui il senso – dell’opera? di una vita? (quale vita? la sua? la nostra?) – si prolungava, si dilazionava, si prorogava indefinitamente, più che essere rinviato sine die a causa della sua assenza.

C’era come una linea messianica, di profonda e fiduciosa attesa, che si rivelava e nascondeva, si rivelava nascondendosi, tra le pagine di Bachmann. Una linea sottile, mai davvero esplicitata ma nemmeno mai occultata del tutto. Il suo era, ancor prima di un messianismo etico (incentrato sulla questione della giustizia), un messianismo sensibile, inscritto nel suo corpo, nella sua inesausta richiesta di felicità come senso che si dà in e per tutti i sensi. Un messianismo come attesa e pegno di felicità dei corpi e dei sensi.

Ecco, se, oggi, a cinquant’anni dalla sua morte, mi chiedessero cosa animasse la scrittura di Bachmann direi la ricerca infinita di una felicità reale o di una realtà felice. Il suo problema non era, come molti sembrano ancora credere, quello dell’invenzione di una lingua. O meglio se esisteva il problema di una lingua, di un inevitabile lavoro sul linguaggio, era solo per trovare parole che fossero capaci di porsi all’altezza del reale, di una realtà che sola poteva far accedere al sogno di felicità, alla necessità di felicità che ogni corpo porta dentro di sé.

Bachmann, proprio grazie alla sua estenuante ricerca sul linguaggio, all’attenzione indirizzata verso il ritmo interno alla lingua, fingendo mimeticamente di adattarvisi, poneva fuori gioco ogni sperimentalismo neoavanguardista di quegli anni. Il fine della scrittura, infatti, non era, per lei, la lingua ma la realtà. Il linguaggio veniva concepito “solamente” come la scala wittgensteiniana che, una volta utilizzata per raggiungere la realtà, può essere gettata. Certo, poteva essere necessario, talvolta, anzi sempre, riprendere la scala e nuovamente arrampicarsi fino a nuove altitudini o discendere verso nuove profondità della realtà, poiché la realtà non è un’entità immobile, non è l’Essere, che una volta afferrato resta uguale a se stesso per sempre. La realtà è, più semplicemente e più radicalmente, un coacervo, mutevole e inafferrabile, di percezioni e sentimenti, spesso confusi tra loro e senza fissa dimora. Da qui, l’idea di una letteratura come utopia, come ricerca senza fine del luogo utopico della realtà. La letteratura era, per lei, esperienza ossimorica di una realtà che oscilla tra il qui dei nostri corpi e l’utopia di una speranza di felicità a venire e grazie alla quale la realtà assume un senso. La letteratura come luogo utopico del reale.

Scrivere, in fondo, per Bachmann, significava dare una possibilità ulteriore a quel desiderio o a quella speranza di reale felicità che ogni essere umano, se non ogni essere vivente, porta in sé.

Come tutti coloro i cui occhi sono velati di tristezza, anche Ingeborg Bachmann era abitata da una sorta di forza indisgiuntiva degli opposti: si dava in lei tristezza perché aveva conosciuto la realtà della felicità e si dava in lei esperienza della felicità perché aveva provato sulla propria pelle, e fino in fondo, la disperante caduta e l’abbandono. La scrittura era un modo di lasciare traccia di questa oscillazione inevitabile, di questo alternarsi di dolore e gioia, di solitudine e condivisione, di scrittura e realtà. Una forma di accogliente saluto alla vita, alla sua dismisura.

Così, ritornando a sfogliare le sue fotografie, l’iconografia dell’autrice, là dove la scrittura diventa tangente alla singolarità assoluta di un corpo, e guardando i suoi occhi, lungo tutti questi anni, mi è parso di intravvedere la nuda realtà delle sue parole, intrise di un coraggio disperato e di una cieca fiducia nell’avvenire. Detto altrimenti – ma in fondo non si tratta che di questo: dire altrimenti – ho compreso la sua mai spenta attesa dell’altro, la sua volontà di esporsi a un desiderio che strazia e rende felici, la sua passione per il semplice esistere, per le cose, per i volti e per tutto quello che la luminosità del mondo mostra.

Chiudendo un suo testo del 1955, la ventinovenne Bachmann, quasi in una sorta di autoprofezia, in cui la parola e lo sguardo convergono per aprirsi al reale e al tempo che non smette di venire, scrive “ho udito che al mondo c’è più tempo che intelletto, ma anche che gli occhi ci sono dati per vedere”. Vedere coi propri occhi, vedere negli occhi degli altri. Ancora e ancora. Sembra poco, ma forse è tutto.

In copertina: Ingeborg Bachmann, Roma 1962, photo Heinz Bachmann

Federico Ferrari

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014; 2a ed. Sossella, 2023), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Il silenzio dell’arte” (Sossella, 2021), “L’antinomia critica” (Sossella, 2023) e, con Jean-Luc Nancy, “Estasi” (Sossella, 2022).

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