Come si sconfigge la morte?

04.07.2025

Quasi tutta la letteratura e la poesia hanno origine da una visione. Uno dei più antichi testi della nostra cultura, il Ṛgveda, è originato da alcuni poeti che venivano chiamati Ṛṣi, parola che viene fatta risalire tradizionalmente all’etimologia di vedere: sono i veggenti (mentre sembra, in realtà, che l’etimologia corretta significhi piuttosto: coloro che urlano). E da lì si arriva fino a Rimbaud, come noto, il quale ha scritto che il poeta deve farsi veggente. La poesia è un certo modo di vedere. O meglio: una certa contrazione del visibile nelle parole.

Anche l’ultimo libro di Paolo Morelli, La vera vita di Margarito d’Arezzo, artista, ha origine da una visione. Paolo Morelli ha visto, un giorno, un quadro di Margarito d’Arezzo, pittore del tredicesimo secolo. Ha visto il suo san Francesco. Questa visione ha destato in lui un potente stupore, che si è accresciuto nel momento in cui Paolo Morelli scopre che di Margarito, della sua vita e delle sue vicende, non ci sono quasi notizie, ne sappiamo pochissimo. Ma l’oggetto di questo libro, in realtà, non è soltanto una visione. Paolo Morelli non si limita a vedere. Morelli costruisce, in questo libro, anche le lenti, la sfera di cristallo, e insomma il dispositivo ottico che gli permette di vedere ciò che i quadri non mostrano: è la lingua di questo libro, lo speciale dugentesco in cui è scritto. Questa lingua straordinaria, immediata e fantastica, mai letteraria, metafisica e carnale, costituisce lo strumento divinatorio che permette di risuscitare Margarito. Ma ci rendiamo conto presto che queste lenti non sono un semplice mezzo, un frigido intermediario visivo o comunicativo. No: la lingua è anche un personaggio in sé, con un proprio pensiero, una sua tenuta morale, e poi con degli umori capricciosi, delle predilezioni e delle ripugnanze evidenti. È una lingua che viene chiamata «vile e fori moda, cialtrona», una «scaciata scrittura». In realtà è il vero protagonista del libro, come il protagonista di un altro libro di Paolo Morelli, lo Zhuang-zi in romanesco, era il romanesco stesso, un romanesco che si scopriva naturalmente taoista, da sempre, o comunque da molto prima del taoismo cinese. Lo strumento della visione è anche ciò che vediamo (come d’altronde si potrebbe dire che chi porta gli occhiali, in fondo, non veda altro che quelli).

Che cosa permette di vedere questo strumento, che non vediamo con i nostri propri occhi? Non solo la vita di Margarito, ma qualcosa di più: la sua vera vita. È come un reagente chimico che permette di osservare, in un quadro, i suoi pentimenti, le possibilità che il pittore avrebbe potuto prendere nella sua pittura, ormai coperte dai colori storici. Come in una tra le prime biografie di Francesco d’Assisi, che si intitola significativamente Memoriale in desiderio animae, così in questo libro viene narrata la vita desiderata, superiore alla vita, con una verità superiore alla verità: la verosimiglianza, la vita verosimile. Ciò vuol dire che non era sufficiente per Paolo Morelli conoscere, studiare, apprendere le notizie su Margarito, cosa che pure ha fatto, evidentemente, in modo diligentissimo; ma serviva qualcosa che andasse oltre i dati di fatto, che penetrasse la nebbia filologica che lo avvolge. Questa infatti non è una biografia, ma una cronica: non c’è qui la distanza tra il biografo e il biografato, ma c’è sempre una specie di contemporaneità della cronaca. La lingua sta lì, assiste e partecipa a ciò che registra, giorno per giorno, momento per momento. Non conosce, prima, ciò che avverrà, e tutto il libro è costellato di questi eventi scoperti lì per lì, dalla lingua, di cui la lingua si stupisce.

Ecco allora l’attributo fondamentale di questo personaggio: la lingua di Paolo Morelli è contemporanea di Margarito. E allo stesso tempo, è anche nostra contemporanea: conosce Morandi e Hokusai, e mentre leggiamo ci viene il sospetto che conosca e abbia sofferto molte vicende storiche che conosciamo anche noi, e che Margarito invece non poteva conoscere. È una lingua che, come si dice nel testo, «fa avanti e ndrè».  «Quando s’inventa il veridico si va avanti ndrè come l’umbriachi». Il veridico è superiore al vero, ai dati di fatto.

In questo Morelli somiglia decisamente a Margaritone. La sua contemporaneità è la stessa di Margarito con ciò che dipinge. È la creazione di una peculiarissima forma temporale: «E fece lì sì viva e quasi nòva esperienza di come nel tempo che fluisce v’è n’è uno quindi sospeso, egli è un continuo fermarsi e cessare, senza fare però di attimi la successione. Nella depintura è l’esperienza del tempo che scorre eppure sta, sperimentava, ove prima e dopo non son slegati e anzi l’accadimento cambia senza moversi, nel tempo, per così dirla. Ed ecco che la sfera del presente si allargava quindi e rivelava la natura sua paradossale, di movimento e quiete al contempo».

Qui lo stile di Paolo Morelli può ricordare certi centoni cinesi, o meglio, mi sembra che possa ricordare quel sistema assolutamente delirante che è la storiografia cinese, almeno per com’è stata descritta in alcuni capolavori di Marcel Granet, in particolare in Danses et legendes de la Chine ancienne, uno dei libri più decisivi del pensiero novecentesco. Anche in Cina la storiografia fa avanti e ndrè, mescola il mitico e il veridico. Lo storico è anzitutto un falsificatore, e in particolare lo è il biografo. Sappiamo che la storiografia cinese, proprio quando situa un certo evento in una data e in un luogo esatto, proprio lì bisogna dubitarne, è quasi la prova della sua falsità.

Non è un caso, credo, che tra i tre canonici testi taoisti, Paolo Morelli abbia preferito proprio lo Zhuang-zi. È l’unico titolo che non prende il nome da un principio filosofico che viene esposto nel testo, ma dal protagonista di cui viene raccontata la vita, la vera vita. E in tutto il libro c’è un certo sapore taoista, che mi sembra di ritrovare in vari passi. Ad es.: «Infaticabile, condannato pensatore, con l’arcinota premessa metodologica che a conoscere ’l mondo necessita costruirne altro simile, era andato elaborando con gusto il Metodo dell’Oposito, vale a dire ch’ogni cosa della Natura pure potevasi conoscere traverso l’opposto suo e in altra guisa non si conoscerebbe, e così se una cosa non aveva l’oposito suo non se poteva sapere. Ma ’l bianco aveva il nero, il giorno la notte, l’ombra la luce e il dolce l’amaro, e così il vòto il pieno ed ogni peso ’l contrappeso suo. La doppia dinamica spiegava, del diffondersi e concentrarsi ch’era condizione sia del vivere che dell’umano percepire, e man mano a volte dirazzando ’l pensiero a far assumere allo spirito di contraddizione il ruo d’ello critico, addirittura». Si potrebbe dire che qui la vera presenza è Eraclito, più che il Tao. Ma quel «diffondersi e concentrarsi», che indica un movimento, mi sembra più cinese che greco. Come anche la prima parola che ascoltiamo direttamente da Margaritone è: «Ringrazio Iddio insino pe’ l’ombra scura che fa lo carbone calare su d’esto foglio».

Un’altra immagine che mi sembra di sapore irresistibilmente taoista riguarda la natura della narrazione: «Oramai il metodo nostro è chiaro, a noi persino, lasciamo che vengano fuori le istorie come l’erbe nel prato che nascono da sé, sanza tanto di semina o rizollo, come l’amore che te lo ritrovi al petto può esser di faccia alla luna piena a settembre come assai sul legno d’una tavola d’ottocento anni fa. L’amore ch’è vera forza divina si vede, imparabile all’altre, vincente di sicuro se qui andiamo innanzi una riga via l’altra a raccontar veridiche vicende di cui un attimo prima nulla di nulla sapevamo. E la riprova del 9 è che siamo sempre in ritardo». Qui vedete che è proprio la lingua che parla.

In questa spontaneità c’è anche il rapporto con Francesco d’Assisi. Quella che viene chiamata «la forza divina della spontaneitade che ’l Francesco santo avea compreso e donato al mondo, essa la cagione semplice del perché le bestie selvagge a lui s’inchinavano!». Anche la «sosta sacra» somiglia a questa spontaneità, a questo non-agire.

E qui, nella zona intermedia tra Francesco e Zhuang-zi (come Benjamin definiva il luogo di Kafka: «il campo di forze tra la Torah e il Tao»), in questa esperienza del tempo mi sembra che ci sia la forza più preziosa del libro, che chiamerei etica. Non è solo l’idea di fraternità, su cui il cronico insiste francescanamente, ma anche appunto una certa idea del tempo e della felicità, che irrompono nella vita di Margarito – e nella nostra che leggiamo. Perché come tutte le vite, forse non quelle vere ma almeno quelle veridiche, anche questa è in un certo senso una vita esemplare.

In un libro molto bello sull’idea del tempo negli stoici, Victor Goldschmidt fa notare come il tempo, per i filosofi antichi, non faceva parte della filosofia della natura o della metafisica, ma dell’etica. Riguardava cioè non una conoscenza del mondo o delle cose naturali, ma la capacità di essere felici. E mi pare che in questo libro di Morelli ci sia qualcosa di molto simile a questa dottrina stoica. È un’idea presentata esplicitamente verso la fine del libro, quando vengono sollevati dei potenti dubbi circa l’idea di un progresso storico lineare, tanto nella storia quanto nell’arte. C’è una sconsolatezza – qui non più taoista, ma tutta romanesca – di fronte a questo tempo che si sbriciola freneticamente, in questa memoria del tempo diverso circolare.

Ma in un altro punto, anche, si dice che Margarito nella sua pittura voleva sconfiggere la morte. Lì si evoca questa diversa esperienza, che chiamerei etica, del tempo: «Come si sconfigge la morte? Con la felicità, si ipotizzava all’epoca. Forse perché esser felici vuol dire sentirsi partecipi di un movimento ineluttabile, forse, e allora d’ineluttabile in giro ve n’era ancora parecchio». Ma il tempo sospeso non è immobile, al contrario, è un movimento. È la sospensione dell’equilibrista. E in movimento allora vanno contemplate anche quelle immagini dipinte di Margarito, anche quel san Francesco che, con gli occhi spalancati, sembra sorpreso della propria stessa ineluttabile immortalità: «Be’, tu chiamala se vuoi conversione, o alla moderna rivelazione, sta di fatto che ’l Margarito avea trovato al momento la sua Via, quella che compare man mano che ci vai sopra e se ti ci fermi sparisce, vale a dire se mori. Solo nella pace avesi ’l movimento».

Paolo Morelli
La vera vita di Margarito d’Arezzo, artista
Illustrazioni di Carlo Bordone
Exòrma, 2025
256 pp. ill. b.n., € 19.50

Leggi anche: Paolo Morelli, La vera vita di Margarito d’Arezzo, artista

Emanuele Dattilo

Emanuele Dattilo

(1985) Ha studiato filosofia a Roma, Firenze e Londra. Il suo primo libro, “Il dio sensibile. Saggio sul panteismo”, è uscito da Neri Pozza nel 2021.

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