La cognizione dell’amore

24.02.2026

«Per quanto creda di inventare, ogni narratore, pure nella massima oggettività, non fa che scrivere sempre la sua autobiografia. Anzi, non sono le cronache esterne della sua vita, ma proprio le sue invenzioni che spiegano il tema reale del suo destino. Lo spiegano, magari, a sua insaputa: e con suo stupore, o negazione, o scandalo». Con queste parole Elsa Morante si presenta ai lettori nel risvolto di copertina della raccolta di racconti Lo scialle andaluso del 1963, ponendo in primo piano un aspetto che è in ombra nella sua opera, una latenza autobiografica che l’autrice in vario modo ha elaborato adottando come alibi i suoi personaggi. Elisa, Arturo, Ida e Useppe, Manuele, i protagonisti come i comprimari, in forme diverse raccontano la vicenda variopinta e barbara della vita nella scrittura di Elsa.

Ed è lei stessa, a proposito di rispecchiamenti, a dare rilievo al mito di Narciso. Tra le sue carte, conservate alla Biblioteca Nazionale di Roma, si rintraccia infatti un prezioso Quaderno di Narciso, coevo alla composizione di Menzogna e sortilegio, in cui l’autrice raccoglie prose e versi, diversi di carattere autobiografico, tra i quali spicca la poesia intitolata proprio a Narciso, che Cesare Garboli ha pubblicato in appendice all’edizione della raccolta di poesie morantiane Alibi del 2004 definendola «cellula generativa e riassuntiva di tutto il quaderno». Si tratta di un inno all’immagine riflessa, in cui Narciso è «amante caro e infido» e Elsa vi si riconosce come in uno specchio fraterno che proietta apparizioni, «ambigue persone del cielo» e «demoni candidi in volto / come rose». Narciso è la «Maschera» che regna nei teatri e proprio da quella finzione prende vita l’invenzione, ombra inafferrabile della poesia. Su Narciso pìù tardi, negli anni Cinquanta, Morante torna nello scritto intitolato I personaggi, a testimonianza della rilevanza che quel mito assume nel suo immaginario letterario (e psichico) e in quell’occasione propone una classificazione dei personaggi narrativi e poetici secondo una triade che comprende il Narciso felice, ovvero Achille, il greco dell’età felice al quale la realtà appare vivace e naturale; il Narciso furioso, cioè Don Chisciotte, che non soddisfatto dalla realtà cerca salvezza nella finzione; il Narciso infelice, Amleto, che non trova salvezza neppure nella finzione e sceglie di non essere.

© Archivio Elsa Morante

L’insistenza sul mito di Narciso evidenzia anche un interesse per l’immagine e infatti è nota l’attenzione di Morante ai paratesti dei suoi libri, in particolare riguardo alla scelta delle copertine che sono il modo in cui sceglie di presentarsi, in certo modo, attraverso dei ritratti: dal dipinto di Chagall per la prima edizione di Menzogna e sortilegio al Ragazzo addormentato sulla barca di Guttuso per l’Isola di Arturo, fino al particolare del Seminatore di Van Gogh per Aracoeli. C’è poi tra le copertine un ritratto vero e proprio di E. M., quello di cui è autore l’amico Bill Morrow per Lo scialle andaluso; indimenticabile infine la fotografia di Robert Capa scelta per la prima edizione della Storia. Che cosa penserebbe oggi Elsa, esperta di giochi di specchi e di immagini come Narciso, dell’Album Morante che, per la cura di Emanuele Dattilo, Einaudi le ha dedicato in occasione dei quarant’anni dalla morte? Si riconoscerebbe, felice, infelice o furiosa? Noi crediamo che apprezzerebbe e non può che apprezzare il lettore perché è un libro ricco di fotografie, diverse poco note, che documentano le stagioni della vita e le relazioni affettive e intellettuali con l’accompagnamento di un racconto che lega insieme alle immagini, documenti, lettere, citazioni dall’opera per comporre una fotobiografia rivolta a rivelare non tanto, o soltanto, aneddoti della vita ma a indagare il pensiero di un’autrice entrata a buon diritto nel canone della letteratura italiana del Novecento e oggi molto apprezzata anche all’estero.  

© Archivio Elsa Morante

Il curatore racconta di aver raccolto il testimone da Patrizia Cavalli, amica poeta di Elsa, che già nel 1985, subito dopo la morte, avrebbe voluto occuparsi di questo libro. Rinviato di anno in anno, l’Album ha impegnato Cavalli nella raccolta del materiale fotografico e delle didascalie e, rimasto negli archivi di Einaudi per quarant’anni, è ora dato alle stampe grazie a Dattilo, che dagli amici di Elsa è stato supportato nelle ricerche: racconta di aver voluto non «descrivere o interpretare Elsa Morante, soffermandosi sui dettagli della sua biografia», ma di aver voluto offrire ai lettori un’occasione per «vedere E. M. e il suo mondo». Diverse le biografie di Morante, soprattutto negli ultimi anni: da Maledetta benedetta. Elsa e sua madre (Garzanti 1986) di Marcello Morante e La fiaba estrema. Elsa Morante. Fra vita e scrittura di Graziella Bernabò (Carocci 2012) a Elsa Morante. Una vita per la letteratura di René de Ceccatty (Neri Pozza 2020, uscita anche in Francia) a Elsa Morante. L’incantatrice di Rosanna Dedola (Lindau 2022), fino al documentatissimo profilo di Elena Porciani, Elsa Morante, la vita nella scrittura (Carocci 2024). Vanno poi aggiunte le biografie romanzate di Jean-Noël Schifano, E. M. La divina Barbara. Romanzo confidenziale non finito (Elliot 2014), Elsa di Angela Bubba (Ponte alle Grazie 2022) e il recentissimo memoir di Renzo Paris, La favolosa Elsa (Elliot 2025).

© Archivio Elsa Morante

L’Album einaudiano si distingue perché pone al centro del racconto l’immagine della scrittrice. Le immagini fotografiche non sono solo un documento, in relazione allo «studium» di cui parla Roland Barthes nella Camera chiara, cioè gli aspetti culturali che ci attraggono di questo materiale – il contesto storico, gli ambienti privati e pubblici che in esse si intravedono, le relazioni amorose, amicali, intellettuali. L’Album Morante, attraverso il commento di Emanuele Dattilo, cerca di cogliere un bersaglio più profondo, stimolando i lettori ad attraversare il libro con quella che sempre Barthes definisce l’«avventura» dello sguardo: una predisposizione conoscitiva attraverso la quale le immagini non sono simulacro della morte ma espressione della vita del soggetto fotografato. Il «punctum» è il principio di questa avventura della fotografia, secondo Barthes, ciò che «ferisce» e «ghermisce» dell’immagine: «il piccolo buco, una macchiolina, un piccolo taglio» che attribuisce anima alla fotografia. Il racconto di Emanuele Dattilo è rivolto a individuare punti nelle immagini fotografiche che raccontano Elsa e il suo mondo in una mappa che disegna l’avventura di conoscenza dell’esistere, del pensare, del raccontare dell’autrice, in modo che non sia descritta ma «evocata», in modo che sfogliando l’album a un certo punto «sia lei ad apparire». Infatti le immagini non scorrono seguendo un ordine cronologico; si combinano coi testi dell’autrice, scelti tra i meno noti suggerendo analogie e genealogie, un po’ alla maniera del bellissimo collage composto dalla stessa Morante, che si può vedere nella «Stanza di Elsa» allestita presso la Biblioteca Nazionale di Roma, dove sono raccolte immagini che appartengono al suo universo poetico. Vi riconosciamo i volti, fra gli altri, di Simone Weil ed Einstein, di Platone e Budda, Spinoza e Rimbaud, Mozart, Stendhal, Dylan Thomas e Majakovskij, a testimoniare un’articolata rete di riferimenti e influenze che attraversano la scrittura e il pensiero di Morante.

© Archivio Elsa Morante

Tra le foto contrassegnate dal punctum ce n’è una dei primi anni Cinquanta che ritrae Els mentre osserva degli oggetti preziosi e curiosi, probabilmente per scegliere un regalo. Il suo atteggiamento, qui, fa un po’ pensare alla curiosità e alla sorpresa che caratterizza la scelta delle parole nella sua scrittura – era solita compilare lunghi elenchi di parole, che si ritrovano tra le pagine dei manoscritti, elenchi di sinonimi o anche di parole musicali; oltre ai sostantivi, aggettivi e anche avverbi tra i quali sceglieva poi quelli più adatti dadonare nelle sue narrazioni. Significative le sue foto nell’isola amata, Capri, fra le quali una degli anni Quaranta in cui pensierosa siede sull’uscio di una casa, fumando una sigaretta, e un’altra in cui viene inquadrata in un vicolo poco illuminato con un cappello a falda larga sotto il braccio.

© Archivio Elsa Morante

Di solito è però ritratta seduta, col corpo raccolto e composto, come nella foto in cui giovanissima legge un libro seduta in poltrona. Tra le foto in cui è in compagnia, curiose sono quelle con altre donne; per esempio con Natalia Ginzburg in un bel gioco di chiari e scuri, oppure con Anna Magnani nella galleria che ospitò la prima mostra dell’amato Bill Morrow. In questa fotografia con Magnani, Elsa ha uno sguardo che sembra proteso verso l’altra come in ascolto (quante volte è stato scritto che Morante era nemica delle donne!).

Nell’Album non mancano foto in compagnia di Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini, fra i tanti protagonisti della scena letteraria e culturale degli anni Cinquanta e Sessanta; e naturalmente quelle più note, le sue foto con i gatti; e poi ancora quelle dei viaggi in Cina, in Persia eccetera. Colpisce un’altra foto, sinora ignota, ripresa a una festa accanto al suo amore impossibile, Luchino Visconti, col volto coperto da una maschera grottesca. C’è un brindisi con Carlo Emilio Gadda e poi diverse immagini in vecchiaia con la testa coperta da un fazzoletto, tra le quali quella che apre il libro con lei sorridente, come una nonna cantastorie per i suoi ragazzini – così ha scritto di volere essere ricordata.

«Solo chi ama conosce» è il verso, tratto da Alibi, che fa da leitmotiv nel libro: ribadisce Dattilo che secondo Morante si può conoscere «solo dentro la visione arbitraria ed esatta dell’amore». E dunque anche per conoscere lei bisognerà anzitutto «liberarsi da tutte le definizioni e i preconcetti che si sono depositati sulla sua figura, da tutte le definizioni critiche». Chi vuole vedere davvero Elsa Morante in questo libro «dovrà farsi contagiare anzitutto dalla libertà del suo sguardo. Così facendo, chi la vedrà – chi la vedrà realmente – non avrà bisogno di tante spiegazioni».

Album Morante
a cura di Emanuele Dattilo
Einaudi, 2025, X-268 pp., € 52

Immagini: © Archivio Elsa Morante, per gentile concessione degli eredi

In copertina: Elsa Morante con Luchino Visconti mascherato a una sua festa di compleanno © Archivio Elsa Morante

Siriana Sgavicchia

Siriana Sgavicchia

insegna letteratura italiana contemporanea all’Università per stranieri di Perugia. Si occupa principalmente di autori e autrici del secondo Novecento italiano. Ha curato le opere di Stefano D’Arrigo per Rizzoli. Il suo ultimo libro è “L’alibi dei personaggi e la parodia nella scrittura di Elsa Morante”, Mimesis 2025.

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