Armin Linke, la città come archivio

11.12.2025

La generazione di ricercatori, storici dell’arte e artisti a cui appartengo è cresciuta nel ventre dell’archivio. Padre e patrigno, l’archivio è stato insieme luogo e risorsa, metodo e problema, strumento e opera d’arte, dispositivo di resistenza e macchina di oblio. C’è a tal proposito chi ha parlato negli ultimi decenni di una vera ossessione e di una febbre dell’archivio. Altri hanno coniato nuovi termini per definirlo e ridefinirlo (anarchivio, controarchivio, archivio impossibile), lo hanno digitalizzato, pensato come progetto di costruzione dell’identità, o vi sono entrati senza più uscirne, perdendo il contatto con un mondo esterno più disordinato, rumoroso e sfuggente.

Per questo, entrare negli spazi di Palazzo Grifoni Budini Gattai – splendido edificio affrescato nel primo Novecento e per anni sede della Fototeca del Kunsthistorisches Institut di Firenze – è stato per me particolarmente coinvolgente. Perché qui, un artista raffinato come l’italo-tedesco Armin Linke ha inteso letteralmente illustrare un’idea nata in dialogo con le due ricercatrici e curatrici della mostra, Hannah Baader e Costanza Caraffa: la “città come archivio”.

Inaugurata in occasione dell’ultima edizione di Lo Schermo dell’Arte, il festival fiorentino che da diciotto anni si interroga sul rapporto tra arte e cinema, la mostra sarà visitabile fino alla fine di gennaio, in tempo per l’uscita di un catalogo di oltre 450 pagine in fase di preparazione presso la casa editrice Viaindustriae di Foligno.

Il progetto è tanto semplice quanto complesso: la città è contemporaneamente sorgente e risultato di un insieme di archivi e collezioni – oggetti, documenti e immagini che raccontano la sua storia – prodotti in prevalenza tra il XVIII e l’inizio del XXI secolo, ma radicati in raccolte molto più antiche. La mostra srotola ed elenca, uno alla volta, archivi di diverse tipologie e nati per diverse motivazioni, ma accomunati dall’essere fiorentini (Firenze è un caso esemplare del resto e non c’è bisogno di spiegare il perché).

Installation view © KHI-MPI Photo Bärbel Reinhard

C’è di più: il percorso si sviluppa infatti nelle sale del piano nobile del palazzo, tra gli scaffali che fino a poco tempo fa ospitavano la fototeca del Kunst e che oggi, rimasti nudi, fanno bella mostra di sé. Svuotato dal suo contenuto, questo scheletro si offre come spazio abitabile e labirintico che possiamo immaginare di sovrapporre alla mappa della città stessa, con corridoi, stanze, piazze e vicoli più periferici che possono essere attraversati dallo sguardo. Su questa struttura sono appesi fogli A4 che, in numero variabile, accostano immagini storiche e documentarie della Fototeca a fotografie che Linke ha scattato in questi archivi ai quali viene assegnata una lettera dell’alfabeto, dalla A alla W. Che non ci sia una Z mi pare significativo dell’impossibilità di porre un punto finale a un simile progetto, tanto quanto trovo naturale che la sequenza non sia rispettata in modo stringente, una soluzione che rende atto del continuo divenire di questi istituti. Altri fogli A4 contengono testi con informazioni sulla storia e la consistenza di ognuna delle realtà citate.

Archivio di Stato di Firenze. Patto di famiglia di Anna Maria Luisa de’ Medici © Armin Linke 2022

È un viaggio straordinario attraverso la storia (le storie) della città: alla lettera A corrisponde l’Archivio di Stato di Firenze, che accoglie il visitatore tramite la voce di chi ci lavora e che apre un racconto poi straordinariamente vario e  a tratti inaspettato: l’Erbario Centrale e l’Istituto Geografico Militare Italiano, le Gallerie degli Uffizi e l’Osservatorio Astrofisico, l’Archivio Stibbert e la Fondazione Alinari per la Fotografia, il Museo Galileo e l’Archivio Gucci, gli Archivi Storici dell’Unione Europea e il Museo Bardini…

Questi nomi testimoniano la pluralità di forme di classificazione e conservazione – gallerie, archivi, musei, fondazioni, erbari, osservatori – e il vasto e sorprendente contenuto che custodiscono. Immaginiamo tutto questo insieme: fotografie, documenti, abiti, carte geografiche, animali, piante, dipinti, minerali, corpi in cera, armature, pietre, statue monumentali, strumenti scientifici e accessori di moda. E, insieme a questo cumulo di cose e alla vertigine della lista, anche storie personali e collettive, tragedie (come la devastazione della seconda guerra mondiale) e catastrofi naturali (l’alluvione del 1966), vicende locali e cosmopolite.

Erbario Centrale. Modelli botanici in cera © Armin Linke 2022

Solo l’allestimento – volutamente povero e fatto di fogli e puntine in metallo – scongiura quella “sindrome” che Stendhal visse del resto proprio qui a Firenze o l’esperienza del sublime, la sensazione di fascino e terrore romanticamente attribuita al confronto con la natura e che qui rischia di prendere forma di fronte all’imponenza della storia e della memoria. Sempre lei, del resto: Mnemosyne (e certo, ancora Warburg) è la regina indiscussa di progetti come questo, che negli ultimi anni hanno visto gli artisti confrontarsi, leggere e rileggere gli archivi e le collezioni per interpretarli e riattivarli.

Il progetto è del resto il frutto del periodo trascorso da Linke a Firenze come artist-in-residence al KHI tra il 2019 e il 2021, anche se molte delle sue fotografie sono più recenti. Una serie di “fotografie artistiche” di più grandi dimensioni e incorniciate compaiono tra quelle documentarie realizzate negli anni del progetto e 21 scatti selezionati tra quelle della fototeca (Alinari, Brogi, Braun, Hautmann). Tra esse un gigantesco pesce palla sezionato in tre fette verticali e un monumentale trittico che compone uno scatto del restauro di un altare del Perugino all’Opificio delle Pietre Dure, posto a chiusura della mostra.

Oggetti dunque, ma anche pratiche della conservazione e della cura, prelevati e scelti dall’artista, che costruisce così, con il suo sguardo, un percorso sovrapposto alla narrazione storica e istituzionale, da cui emerge una sensibilità contemporanea sul significato della conservazione e sull’archivio come strumento volto non solo al passato, ma soprattutto al futuro.

Osservatorio Astrofisico di Arcetri © Armin Linke 2023

Linke ha descritto la mostra come «una macchina spazio-temporale che viaggia attraverso Firenze» e come frutto di una fitta trama di dialoghi intrecciati con archivisti e conservatori. The City as Archive è, del resto, anche un omaggio alla figura dell’archivista.

Se la connoisseurship – la pratica dello sguardo esperto che riconosce, attribuisce, discrimina – è tradizionalmente associata alla storia dell’arte e al rapporto diretto con l’opera, qui essa migra negli istituti di conservazione, sugli scaffali, tra le buste e le scatole. Gli archivisti, come i conoscitori, non si limitano a riconoscere i documenti della storia: li interpretano, li mettono in relazione, ne immaginano il potenziale narrativo. Sono detentori moderni della memoria, i mediatori che rendono possibile la continuità di senso tra passato e futuro.

Istituto Geografico Militare. Modello del Karakorum con il K2 © Armin Linke 2019
 

La mostra mette in luce proprio questa intelligenza interpretativa, spesso invisibile: l’archivio non è mai neutro né passivo, ma un luogo in cui la conoscenza si esercita attraverso scelte, inclusioni, omissioni, gesti quotidiani di cura che plasmano la storia stessa della città e il modo in cui viene trasmessa.

Si tratta di qualità e competenze, unite a una responsabilità verso il futuro, che caratterizzano archivi e archivisti, ma che oggi, inutile negarlo, si confrontano con un cambiamento epocale. Ancor più della rivoluzione digitale, i sistemi di intelligenza artificiale stanno infatti modificando le modalità con cui attribuiamo, descriviamo, colleghiamo e in ultima analisi progettiamo il senso della realtà.

Ecco perché questa mostra porta con sé un’aura di nostalgia nei confronti di quella febbre dell’archivio che ha segnato la mia generazione: tratteggia il ritratto di una storia che siamo ancora in grado di raccontare, ma che sappiamo destinata a trasformarsi radicalmente.

Armin Linke. The City as Archive. Florence
a cura di Hannah Baader e Costanza Caraffa
Kunsthistorisches Institut, Firenze
fino al 31 gennaio 2026

Elisabetta Modena

Elisabetta Modena

PhD, è ricercatrice in Storia dell’arte contemporanea all’Università IULM di Milano. I suoi interessi si collocano ai confini tra storia delle arti visive, storia e teoria dei media, storia e teoria del display espositivo, cultura digitale e videoludica. Insieme a Marco Scotti, è fondatrice di MoRE. Museum of refused and unrealised art projects, un museo e archivio digitale dedicato a progetti di arte contemporanea non realizzati. È autrice delle monografie “La Triennale in mostra. Allestire ed esporre tra studio e spettacolo (1947-1954)” (Scripta Edizioni 2015), “Nelle storie. Arte, cinema e media immersivi” (Carocci 2022), “Immersioni. La realtà virtuale nelle mani degli artisti” (Johan & Levi 2023), “Display. Luoghi Dispostivi Gesti” (Einaudi 2024).

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