La vera vita di Margarito d’Arezzo, artista (estratti)

13/06/2024

Gli estratti, selezionati per noi dall’autore, sono dalla biografia di un pittore del Duecento di cui si conservano una decina di opere, ma della cui vita non si sa nulla. Col suo solito stile di franca menzogna Paolo Morelli rivendica l’eterna validità della fantasia. Uno sguardo dal vivo su un’epoca di passaggio e cesura col passato che ricorda la nostra, un viaggio pieno di sorprese e alcune rivelazioni che ci riguardano, un’evocazione dalla vasta architettura, solo resa possibile da una lingua furbesca che non potrebbe essere altra.

*

“Una vecchia, una sera, a lume di candela, mi mostrò, per una mezza lira, il sordido museo d’Arezzo e vi scoprii una pittura di Margheritone, un san Francesco. Ne fui toccato nel profondo”. Così Anatole France ai suoi tempi. Tutto potevo immaginare tranne che mi succedesse la stessa cosa, diventassi preda della stessa malia ma anche di più, in un museo ora assai confortevole.

Del duecentesco Margarito d’Arezzo si conservano una diecina di opere, ma della sua vita non si sa nulla di certo. A dire tutta la verità avevo visto alcune riproduzioni di sue opere e mi avevano incuriosito tanto da convincermi ad andare a vederle dal vivo. Quel giorno di alcuni fa ero solo nella sala, da laico, non specialista ma curioso mi sono seduto e ho guardato, preparato a godere l’estetica all’apparenza primitiva proprio di quel Francesco. Questo è tutto quello che ho fatto, solo che dopo un po’, all’improvviso e non so proprio come ma mi è sembrato incredibile che non si sapesse di lui, di colui che aveva fatto quel quadro, e poi pian piano nella settimana che ho deciso di passare lì seduto a guardare è come se lo scorgessi, fin dai primi vagiti e poi nei travagli e nelle gioie di una vita intera, un lavoro dietro l’altro fino alla sua morte. Ho scoperto che mi bastava guardare quella pittura, e le altre sue in giro perché da lì scaturissero le vicende della sua vita, lineari come una favola. E già da quella mattina, come instupidito ho cominciato ad appuntarmi le sue storie sul catalogo del museo, scoprendo che nasceva sotto la penna una lingua furbesca che sola mi permetteva di vedere e non poteva essere altra.

Durante un viaggio durato due anni ho frequentato l’Arezzo del tempo, i suoi amici e le personalità dell’epoca, seguendo i suoi viaggi e le sue opere, perfino alcune che a noi non sono arrivate. Mettevo lo sguardo dal vivo su un’epoca di cesura col passato che ricorda parecchio la nostra, ma solo verso la fine ho scoperto, o chissà se mi sono inventato le possibili ragioni di quel dominio o magia o incanto, stavano forse nel suo tipo di insuccesso così simile al mio.

Non è la sola cosa che ho scoperto, col senno di poi: ad esempio che allo stesso modo della sua pittura il libro che ne usciva non era solo un atto di evocazione vero e proprio ma una sorta di esercizio spirituale se non è parola brutta, una prova di fraternità si potrebbe dire, se non è parola brutta anche questa. E ancora scoprivo che quello che mi aveva avvinto era l’intento, l’approssimazione del bello al bene che proprio da allora ha cominciato a essere abbandonata e che sola oggi può forse sovvertire il destino di un’arte ormai priva di senso.

E comunque l’impressione, alla fine chiudendo il libro, è che ora si sapesse tutto o quasi di Margarito d’Arezzo, sebbene mi restasse incredibile che non si fosse sempre saputo, grazie all’eterna validità della fantasia.

A un certo punto di quel viaggio ho invitato un amico, l’artista Carlo Bordone per alcuni ritratti “inventati dal vivo”, che qui presentiamo.

I

Dove l’autore che usa il plurale, si suppone maiestatis, dichiara di conoscere la data
di nascita di Margarito. Scarsi i segni premonitori.

Quello di Arezzo fu insigne pittore del Duecento, così scrivono i cruciverba. Poco, anzi niente altro si sa di Margarito, figlio di Magnano, meglio conosciuto con l’accrescitivo divulgato dallo storico Vasari ed ha un po’ il sapore della beffa.

Così, sicuri di quanto le memorie siano sempre e comunque esposte alle fantasie, come a venti talvolta a regime di brezza e altre rovinosi, ci permettiamo di affermare che era nato il 17 novembre dell’anno domini 1223, un venerdì, e ad ora notturna perché oltre non si può essere precisi, ed anzi sarebbe offensivo per la verità o infausto addirittura. Anche la data precisa diciamo noi, e perfino il giorno della settimana, perché all’epoca non stavano certo a perder tempo col calendario, c’era troppo da fare e poco assai valeva il calcolare, tanto meno l’annotare nei civici registri, se non pei signoroni.

Pioveva a dirotto, ma non faceva freddo soverchio quel giorno lì. Pare che qualche dì avanti, tipo una settimana o più o meno dicono alcuni, avesse poco nevicato, un bianco drappo sottile aveva sorvolato la cima delle foreste sui colli d’attorno, subito evaporato. Nonostante il romore cattivo della pioggia, l’aria buia della citade era stata malamente squarciata dalle urla del bimbo che veniva alla luce, ma così per dire vista la scarsa illuminazione, tanto che il frabbo[1] Magnano se n’era sentito raggelare insino al midollo. Secondo altre fonti non aveva pianto punto il putto e il babbo Magnano se ne era sentito raggelare. Con l’ansia nel core, lo aveva illuminato per vedere se somigliasse per caso alla sua bruttezza. Constatato che somigliava l’aveva comunque baciato, così dicono, si trattava certo del primogenito di una lunga schiera visto che egli aveva da poco superato i dieciott’anni.

Alcuni dicono che fosse la madre Ciontola a inventarsi il nome, e davvero qui non si può sapere il perché, in giro fiori non c’erano e a prima vista tutto meno che leggiadro pareva, perfino l’accrescitivo si sarebbe inventato lei e non il postero Vasari, per buono augurio o forse per esorcizzare la pena di vederlo apparire, in epoca talmente buia, ma non possiamo dirlo con certezza. Con certezza possiamo dire che forse non di vero e proprio senso di colpa si trattava, giacché all’epoca era merce rara, checché ne dicano, non ce n’era proprio il tempo. Strano appariva in vero che così subito a prima vista somigliasse al babbo e non a lei mamma come i primogeniti da che mondo è mondo, ma annoverarlo tra i segni premonitori ci pare eccessivo.

Quello che avrebbe potuto dar da pensare sul serio erano gli occhi, scuri o forse tristi da tempo immemorabile, severi, insino accigliati pur senz’avere ciglia, come chi arriva a una festa ma già sapendo che non ci sarà granché da divertirsi, scarso il cibo e poco da bere e zeppo inoltre di disgraziati ma furbi ed affamati, ferme e decise le pupille come quelle d’un cattivo, immerse però in un lago languido che suscitava pietà dolce come isolette di pochi ciuffi colà spuntate e abbandonate a mezzo dell’acqua. Grandi soprattutto però gli occhi, questo avrebbe potuto dar da pensare, se ne avessero avuto il tempo, o la scienza.  

L’avevano lavato dopo tre giorni, come allora s’usava da quelle parti, il babbo in persona ne aveva scaldato l’acqua sulle braci della sua fucina, ma non migliorava di soverchio. Aveva anche peli lunghi sulle recchie che lo avevano allarmato al buon Magnano, fin quando la levatrice l’aveva assicurato, cadono da sé.

Null’altro prodigio è segnalato per quel giorno negli annali dell’antica città di Arezzo[2], giacché di essa si trattava come è ovvio, altrimenti al nostro sarebbe stato accostato il toponimo di Cortona, o da Milano.

XII

Si introduce il retore Bonfiglio da giovane. Inizia il suo studio sul tempo sospeso con i
ritratti di Francesco, in specie uno che fa alla Verna. Approfondimenti
con gli amici tra religione e filosofia.

Il Restoro nel frattempo frequentava l’universitade, lo Studium Generale sì detto vanto cittadino, e anzi andava talmente in fretta ch’era già quasi per passare lui a insegnare. E figuriamoci se non si chiedeva che fine avea fatto l’amico, e se non l’andava a trovare spesso a lui e al padre così intellettualmente ‘ncarcato.

Ed allora si ch’eran le ciance del dopolavoro! Ma mica solo! E con che noia aggiungiamo dei legittimi e oranti abitanti!

Colla cricca stabile dell’artisti suddetti veniva poi fisso ‘l Bonfiglio, del quale osiamo dar conto non solo perché persona bizzarra assai pure all’epoca sua, gran studioso e gran bevone, inciampone o ‘ntruppacancelli cosiddetti, addobbato colorato quasi bersaglio in giostra, voce grossa e chiara, gran retore universitario in seguito diventò ma facilitato da natura ciarliera che lo portava a salir sul tavolo a fine serata o sproloquiare in istrada a tardi, insino a che taluno l’incolto non l’omaggiava a scarponi e ciavatte, figuriamoci lì l’oratori e laboratori diuturni, Si metta la mano sul core! usciva dallo spioncino del priore a tarda ora, al che lui se la metteva e continuava, ma giacché siamo venuti in possesso d’una sua qual operina giovenile, uno scherzo crediamo, sibbene giuntaci in ricopiatura cinquecentina e così meno di lingua feroce, e la diamo qui per affollare il quadro[3].

Di poi c’è da dire che ‘l nostro ormai s’esercitava di suo e a un modo solo, e l’esercitava vuol qui significare molto più di diventar bravo, e anzi quasi era ‘l contrario come vedremo.

Ora nella sua cella attuale benedettina e dapperdove, nei ritagli dal lavoro o quasi sempre, andava alla cerca si del tempo sospeso o perso ovver mancante, non soltanto quel che spiegava ‘l maestro giacché l’aveva egli toccato con mano d’occhi si può dire alla grotta del Francesco, esso tempo, e gli pareva che solo rifacendo l’immagine del santo poterlo resuscitare. E così lo fissava e lo curava e lo colorava sulle tavole una dietro all’altra, col saio e con o sanza ‘l cappuccio di punta a dritta o a manca, l’occhi grandi e i gesti tutti della quiete, sempre l’istesso eppur diverso, metti come c’è quel giapponese che ha dipinto solo ‘l vulcano, o ‘l Morandi bottiglie e i vasetti, e così scopriva egli via via cos’era per lui quel lavoro e quella vita, una prova dietro l’altra di fraternitade al mondo, ecco cos’era!

Prove! Prove! Esercizi! Esercizi! da affiancare a quelli del santo e dei seguaci suoi! I quali esercizi non già erano ma aveano a essere di un po’ imperfetti per infonder vita, avevano a esser mancanti di qualcosa come colei che sempre è la vera vita, era di quello ‘l suo veridico cenno!

Tale la convinzione ch’andava man mano maturando ma di cui la gran certezza l’avrebbe fra un poco come vedremo, del resto c’era portato a conservar l’imperfetto come l’aveva notato ‘l maestro suo sin dalle prime prove, tale l’arte delle sorelle l’umilitade e la povertade ch’aveva a portare al mondo, la preghiera sull’orme piagate del santo debole della Carenza. E se ritiriamo qui fori la locuzione cifra stilistica è perché non se ne parli più. E se poi diciamo che uno già ne aveva fatto di mirabile al convento della cara Verna ove li frati costruivano, non facciamo un soldo di danno in più[4].

Quella tavola temperata tutti stupiva alla prima vista, pareva uno prototipo o uno archetipo o uno bollo che ti s’imprimeva al core. E la voleva degli stessi colori della terra ove i frati costruivano ‘l convento e dei mattoni con cui lo facevano, tanto che una volta in loco poco si riconosceva, ci passavi avanti che non t’accorgevi ma poi ti bloccavi come avessi visto due pozzi neri o l’occhi di una bestia nel folto, tornavi dietro lo sguardo, vedevi, e dopo poco esultavi.

Questo ‘l risultato mirabile riusciva a vedere l’immagine poverella, ti rapivano l’occhi neri e grandi oltremisura e chissà perché, al naso scendevi dopo di parecchio, affilato appuntito a narice scoperta, tutti tagli di rughe fonde solcano ‘l volto emaciato fino gli zigomi, ciglia e barba a cornice, lacero quasi eppur vivace ‘l saio che folle si move e fruscia d’attorno ad uno corpo ch’è si diritto, ma no immobile davvero, tre più uno i nodi canonici cascano al cordone, scoperta e nuda la testa col cappuccio sulla via riempito di vento ch’è svolato a mancina, e di sotto i piedi come grappati nel passo in avanti.

E la raffinata dritta chiama la ferita a testimone, e a manca stretta a pugno il Libro, rilegato rosso ma chiaro a non distrarre, rilegato di croce sopra, lo vedi e ti resta impresso a foco l’emblema o suggello e familiare per mill’anni da allora, così ce ne restano a tutt’oggi dugento all’incirca. Se vuoi una parola, era Francesco dal vivo, spiritato se non è parola brutta.

E di tutte ‘ste cose insomma poi parlavano a notte coll’amici, Restoro sicuro e pure talvolta ‘l Bonfiglio, l’altri forse si o no a dormire e Brunito a tormentarsi sempre, notti intiere che se i frati proprietari l’avesser saputa la profondità della cerca, sibbene a stampo rivale e francescano!

A esempio ragionavan essi sulla preghiera, fin tanto a stabilire ch’esso ragionamento teorico poteva benissimo sostituirsi all’orazioni dell’alba. Dicesi preghiera, e ci siam fatti aiutare dal Bonfiglio per la sintesi, una richiesta, un’istanza si ma pure un dono. Supplica si al Segnore che l’ha create le forze tutte della Natura per l’aiuto indispensabile altrimenti proprio non ci si fa, ma pure il crear noi le condizioni d’esse forze con l’accettazione, la sottomissione sincera. E all’uopo ci vole, primo certo che ‘l disgraziato sia più che sul serio sottomesso, un autentico, d’ultima fila insomma; due, collegato e essenziale altrettanto che a un punto divenga egli inconsapevole parecchio, come puote avvenire solo nei momenti di gravitade estrema ossia sincerità ovvero d’una discreta confusione nella testa.

Mai recitar preghiere che si vole insomma, solo quella che si puote, perfino è meglio ‘l silenzio, persino quando n’esce un suono inarticolato rauco del groppo in gola.

È così!, aggiungeva ‘l Restoro, proprio come l’animali più son selvatici e più van fori di testa s’incontrano sulla strada loro la codardia, similmente essa Natura recognosce bene la sinceritade, altre cose non le cognosce e anzi la irritano di soverchio. Ed era essa la forza divina della spontaneitade che ‘l Francesco santo avea compreso e donato al mondo, essa la cagione semplice del perché le bestie selvagge a lui s’inchinavano!

E ‘l nostro Margarito era uno di natura ch’amava ascoltare, e quanto e come poi assimilasse già l’abbiam detto, nel mentre si concentrava a metter su pigmenti alle tavole picciole e medie a ripetizione, di tiglio, pioppo, di salice. Stavolta pare che di punto in bianco se n’uscisse con, “Solo la veritade del core fa agir l’anima a lo esterno… È di ciò che dà pregio a essa veritade…”, che noi a metterlo qui ci prendiamo un altro beneficio dall’inventario, a quindici anni su per giù sibbene la precocità dell’epoca.

E così, rifiniva sempre Bonfiglio, detto anche Ultima Parola, come vi sono lochi, grotte, montagne, forme e cose d’ogne giorno ove tali forze s’accumulano, così deve esser lei l’arte…

D’este cose a esempio cianciavano e ragionavano a dopolavoro, a convegno notturno, fra i taglienti dell’ombre sfuggenti, con la face sfrigolante nell’angusta cella che in quelle lande addormite e vòte, vaste e solitarie si sarebbe avvistata a centinaia e oltre di miglia, forse addirittura dal mare sì lontano, quasi faro nel buio più che millenario della mente umana.

Orbene, chi oggi direbbe che tutta la magnificenza, il popò del comprendonio a fantasie che volava all’aria del tempo non poteva che sfociare a un progresso, in un passo spedito in avanti della civiltà, be’ costui finirebbe assai deluso. Essi non ne vedevano la cagione, sia perché avevano troppo da fare, da pensare e combinare, sia perché, callidi forse, stavan bene lì dove stavano.

XLIII

Ancora nell’immediato del lutto rifiuta la coscrizione alla guerra e viene incarcerato.
La battaglia di Campaldino. Nel susseguente assedio si rianima e contribuisce alla resistenza.

Pianto avea si, tanto da rossare l’occhioni per sempre, ma giammai urlava, ché l’avesse fatto oggi vagheremmo in d’una citade diversa. Il Cencio mai lo mollava, dormiva insino con lui o ai piedi del letto suo, quel poco, e una sera da muto gli diceva e citava ‘l Francesco de “La felicitade vera non si puote sine solitudine”, che poi si pentiva amaro dello sbaglio e partiva al gemito per colei ch’era stata a lui e mamma e sorella ed amica, col risultato almeno ch’era Margarito a consolarlo.

E così un dì volevano lontanarsi per un poco alla Verna quando dai birri venivan fermati che bisognava ‘l Margarito andasse alla guerra, la coscrizione durava allora ai 70 anni e lui replicava con un “non m’immischio alla vostra merda!”, ma detto talmente bene che quelli rinserravan le penne. Al ritorno però lo pigliavano, di già in sulla porta di citade l’incatenavano e spingevano alle segrete col reato turpe di codardia.

E ci tocca a noi allora di narrar la merda, che tale rimane pure se ai storici rispunta fori come inevitabile sintomo di vitalità sociale, il conflitto sale della vita, nobile talvolta e persino le famose giuste, o di pace missioni magari, ché da famiglie magnatizie son sempre volute le guerre, giammai eran lotte dei pauperes ai potentes che almeno ce l’hanno la cagione, perdente si ma almeno, alla breve, appagante. Come fate a non sentir l’odore tinto dell’adunate, o ‘l tanfo tanto del Pompetta al culmine d’eccitazione ch’alle viscere mai ha fatto bene? Che prima li provoca i guelfi florentini ad ogni modo e poi prova a cacciar danari e mettersi d’accordo col nemico per scamparla lui? Che veniva salvato l’aspirante traditore dal linciaggio a intervento d’altro parente suo, Gulielmo lui pure detto Pazzo e chi sa ‘l perché, ma comunque giammai un tentato linciaggio ai sfinteri ha fatto bene? E ‘l guanto inviato a sfida, di che colore era? E l’aire poi, allorché l’esercito riceve gli stendardi e non si sa di che Deo la vasta protezione, sul guidone, a ben vedere, non v’era ben pasciuta una merda? Per non parlare poi del lavoro loro grosso dei cavalli drogati.

E d’altra banda c’è l’eguale ma diverso, a prevalenza colore marron sciccoso se da spie ‘mbeccati venivano i florentini dal Casentino selvaggio, si piazzavano alla piana Campaldina di tra ‘l castello di Poppi e Pratovecchio, presso al Certomondo, di tra l’Archiano torrente e ‘l lato dritto d’Arno aspettavano e per la strizza ammendavano i vasti campi d’attorno, seppur dei nemici.

Ecco, ci siamo al lacus putredinis, anzi palus ch’è meglio, di sabato che domani è domenica e da sempre si fan belle le risse, l’11 giugno del Dugento ottantanove anno Domini a modo di dire, giorno di san Barnaba protettore del cervello bacato che sta alle viscere, si vede.

Il Gulielmo l’invasato, anziano com’era si sentiva presso al coronamento suo e strillava “Allor ch’a pugna vai ricordati dell’antenati e dei discendenti”, sentenzia o apoftegma a Tacito rubato fino all’oggi ai storici sconosciuto e, vedete se non è mania la precisione, ma solo ora lo vediamo agitare una pompetta per la gola, di specie balsamica, che qui forse ce l’abbiamo l’origine dello stranome suo che però i storici manco ce lo sapevano e noi quasi fori tempo massimo ma vi siamo arrivati. Di poi a fatica s’alzava a cavallo, rotando la mazza da fonditore ‘l marpione, a non far peccato ché l’omini d’Ecclesia non usan l’armi a far sangue sui campi in battaglia, ma ciò ch’aveva caro a pelle di sella non ve lo vogliam dire.

Dalla sua aveva guerrieri daddivero ma nutriti a peposo però, no comunque marcadanti riattati alla pugna come di là, quei di Guelfa Lega coll’aggiunta di poeti due rinomati e prodi di già, l’un Cecco si teneva in disparte, l’altro, babbo della Patria e lingua nostra ‘taliana si distingueva tra i feditori ossia provocatori, alla caccia a razzie e a far l’ostaggi che poi s’intavolavan riscatti a pecunia, eppure a un punto disarcionato molta temenza n’ebbe tanto che s’aggrembò, in fretta tutta e furia data l’armatura. Dell’aitante giovine Durante si trattava, che però durava poco e da allora fu detto Dante.

Ma ‘l destino dello scontro era segnato colla solita sua danza macabra, giacché questi erano ad alto di collina e l’altri al basso, a tanaglia l’accerchiavano, lo scontro disordinato frastagliava in sgaraglie e duelli all’ultima cacca o penultima, a giornata secca s’alzava polve castana a nuvolaglie e fetore, fischi di quadrelle e verrettoni rapiscon le viscere, sproni sbattuti a schizzo bollente, cavalieri accerchiati e fanti tagliati fori e disorientati s’accoccolano, pedoni sotto ‘l ventre dei cavalli li sbudellano e vi si docciano. Tutto l’armamentario insomma d’andar di corpo tra i più esaltanti, liberatori e bellici.

Detto sia per la cronica che ‘l vescovo aretino era guida lucida che più di così si more, se scambiava a un punto gli schierati scudi nemici per un muro, che magari ci si poteva far cosa dietro al riparo da occhi indiscreti, ma comunque a duro scontro l’abbattevano e l’ammazzavano a miglior vita, non si sa chi il prescelto nella confusione.

Al tardo pomeriggio l’estivo temporale provava a ripulir plastico l’ennesima figura di merda. Morti 1700 l’aretini e prigionieri 2000 che, o pagavi ‘l riscatto o finivi al carcere florentino di morir di fame, niente a che vedere comunque col bilancio d’una merda moderna.

E meno male che la giornata è finita e ci andiamo a lavare le mani. Non ci avremmo certo sporcato la carta se non serviva a tornare al nostro artista, incarcerato si ma per modo di dire, visto che giusto partita la spedizione bellica il delegato alle carceri era parente suo e bastava la visita della Puccia a farlo spostare a forza ai superiori appartamenti. A forza giacché egli non si voleva movere, lì o lì nulla gli caleva.

Prostrato, sbigottito d’animo muto stava, l’occhi fissi alla terra. Manco mangiava, coi sorci ci parlava. Quando la vita nostra volge al declino si contano i morti, al più pensava, che altro si può fare se si è restati noi più di qua che di là?

Tolta alla grossa la vicenda bellica, c’è ora l’assedio alla vinta citade, e si presentano dopo giorni i vincitori sunti e consunti per le nottate all’aperto fresco che mica sono astringenti! Bivaccano difatti a scherzi e berci, peti di bocca e di culo alternati, e siccome d’allora si giuocava che le citadi eran come donne da conquistare ecco a mostrar le coglia del gesto la grazia, ma non più di tanto ché pensano di prenderla per fame.

 Drento, la Puccia poi si metteva alla testa delle donne a diriger l’operazioni meglio d’un capitano, affiancata da nobildonna tal Ippolita notissima d’Azzi dai molti che prendeva ma si ravvedeva, si pentiva ora a morte del marito il quale a battaglia ci si era sfracellate le corna. Insieme organizzavano la resistenza dei residenti rimasti, ciovè a dire donne quasi solo ma i citti cattivi e l’anziani, nonché qual residuo di guerra sbrendolone.

L’armi dei frabbi tutte distribuite, conche l’olio ribollite, i turni di vigilanza alle mura, le refezioni elargite, le campane sonate a perpetua allerta.

Fori, si costruivan torri d’assedio e si montavano catapulte grosse, più che due settimane durava l’accerchiamento, ma di lasso e di noia, alla quale si reagiva col crescendo creativo fulminante e culminante allorché, dopo le merde residue, a doni muliebri si recapitavan drento sassi con sopra incise parolacce, poi dopo ancora una pioggia d’asini morti con mitria in capo a ricordar Pompetta, che fin all’oggi i storici manco ce lo sapevano che era tale nomato ed invece lì tutti ce lo sapevano, i nemici persino.

Puccia, chi l’avrebbe immaginata far comizi, impugnar la spada di famiglia, pari e patta coll’altra Ippolita sollevavano l’umore ai cittadini impauriti, li esortavano sbraitando a difesa ch’è disperata a dir poco, insino a morte se necessario!

E Margarito stava abbrancolito al letto col testone all’ingiù quando ne sentiva l’urlo della figlia si scoteva, manco tanto ci credeva però s’alzava, come sempre si rialzava e da allora entrava alla tenzone. E diciamolo forte che ci fa il piacere vederlo darsi da fare, organizzare, dar l’ordini insino, tanto più ci piace un dì se arriva dal cielo un di quell’asini a Pompetta che quasi l’ammazza a lui e due cittini ed eccolo che si monta a vendetta, ci sale alle mura ‘nfuriato e gli molla una urlata delle sue, e quello fu l’ultimo lancio loro, tanto che ci stettero ‘intronati!

E stiamo parlando d’omo d’anni sessanta e sei, da ora però si scopriva che l’effetto dell’urli suoi bastava, se metti di là s’annoiavano a morte e gli veniva voglia d’ingalluzzire.

Poi non solo ma a riunione plenaria, un giorno decidevano di far sortita addirittura a forzar le sorti con l’azione a sorpresa, e v’andava lui e le donne, dei vecchi e qualcuno alle galere rimediato. A notte al buio fitto for di porta sgattaiolavan di soppiatto, fidati che sapevano ogni filo d’erba e sasso e a ferro e foco mettevano e tende e torri nemiche, per cui s’accendeva zuffa mentre rinculavano con alcuni feriti soli, di leggiero la figlia e l’Ippolita, che ne profittava però a farsi salvare da un bel nemico Rinaldo.

Ma lo vediamo a lui ‘l nostro sguainare e agitar la spada a difesa, urlando e rinculando ‘ntontiva e metteva paura! Eroico! lo vediamo, l’unica volta!

Dopo là fori s’andava avanti alla più stanca, la donna citade era riottosa e non voleva saperne la stronza, e la notte dopo il san Giovanni toglievano alla fin fine l’assedio.


[1] Fabbro.

[2] Anche allora città toscana. Nonostante il buio dei secoli, insigne, borgo illustre e annosissimo e bellicoso, tuttavia osteggiato e insino odiato da alcuni, come succede nelle migliori famiglie. Lì ci rechiamo, sperando in bene.

[3]  La trovate in fondo al libro come appendice numero 1.

[4] A riprova della nostra buona fede e perché convinti comunque che vedere una volta sia meglio di mille parole, indicheremo da qui in avanti la presenza delle opere sue, almeno quelle a pittura, di cui si conserva l’esistenza e quindi visibili. In questo caso la trovate ad Arezzo, nel Museo Statale di Arte Medievale e Moderna, nella città odierna, sebbene qui la vedrete appena un po’ diversa da come la fece lui, interessata purtroppo da una ridipintura postuma specie a coprirgli la testa col cappuccio.

Paolo Morelli

nasce e vive a Roma. Tra i suoi libri “Vademecum per perdersi in montagna” (nottetempo 2003), “Il trasloco” (nottetempo 2010), “Racconto del fiume Sangro” (Quodlibet 2013), “La postura del guerriero. Addestramento etico e altre modeste proposte” (Sossella 2020), “In viaggio con Gianni, Celati” (Tic 2021), “Ridondanze” (Exòrma 2022), “Sragionamenti sull’anarchia” (Italo Svevo, 2023). Ha tradotto Zhuang Zi, Lao Zi, Rabelais, Stevenson e l’inedito poeta Yang Wanli (“La contrada natale dei sogni”, Quodlibet 2020). Come performer ha curato gli spettacoli “Animali Parlanti”, “Jazzcéline”, varie edizioni di “Parentele Fantastiche”, “A passo di Walser nel senso di Robert” e la serie di “Letture Strampalate”.

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