Iconografia della non cultura. Leggendo Sottsass

Guardo Alessandra di fronte a un davanzale di marmo, sul quale poggia un bel vaso. Il davanzale ha dei buchi circolari, rifiniti in modo magnificamente non finito. Il piano cela un calorifero. Davanti una grande finestra. Un senso di silenzio. Non manca nulla.

Siamo in una stanza di Casa Lana, progettata da Ettore Sottsass negli anni sessanta. La sensazione di una perfezione formale assoluta, di una completa padronanza dello spazio, di una progettualità che va oltre la funzione per affacciarsi alla sfera del senso, non solo del progetto, ma del nostro essere qui, in un mondo sprovvisto di qualunque significato, eppure così estaticamente abissale, così insensatamente esposto alla bellezza.

Ho sempre provato una certa antipatia per Sottsass, per via di una differenza generazionale che mi faceva diffidare di tutto quel che apparteneva alle generazioni precedenti. Ripensando a questo mio atteggiamento, lo chiamerei l’arrogante stupidità che necessita alla gioventù. Ora, che giovane non sono più, guardando al lavoro di questo architetto designer e leggendo i suoi scritti, mi pare di trovarmi di fronte a una mente di rara lucidità e, soprattutto, a uno sguardo pieno di futuro, un pensiero straordinariamente gravido.

Quando, in Mobili decorati in stile moderno (ora in Di chi sono le case vuote?), Sottsass accenna alla sua ricerca di un’iconografia della non cultura indica un territorio ancora tutto (e, forse, per sempre) da esplorare. Cosa intende con questa espressione? Si rivolge, probabilmente, a una dimensione del culturale che travalica tutto quello che la cultura dominante tende a codificare e valorizzare. Cerca i segni, le immagini, le rappresentazioni di una cultura di nessuno, una cultura non utilizzabile, priva di spendibilità, di monetarizzazione immediata, al di là “di questo enorme racket, questo business gigantesco mascherato da cultura”; una cultura inosservata, non guardata, diciamo invista, se l’invisto è l’inconscio del visibile. Un’iconografia della non cultura, quindi, come quell’insieme di immagini, in senso stretto e in senso figurato, che mostrano quel che “nella cultura che si sa, e forse addirittura non produce cultura”, resta sullo sfondo, resta soggiacente a ogni parola, ad ogni immagine, come la sua dimensione inconscia, non saputa, non riconosciuta per la sua insensata presenza, per la sua scandalosa semplicità, per la sua inutilizzabilità in quanto merce di scambio per l’accumulazione di capitale, poco importa, se monetario o simbolico. La non cultura è composta da quegli ambienti, quei materiali, quelle parole, quelle dimensioni sociali che sorreggono la società e la cultura dominante. Si tratta di una somma di dettagli insignificanti che, spesso, non fanno altro che mostrare l’artificiosa dimensione parassitaria del culturale – e, proprio per questo, vengono rimossi. Una iconografia della non cultura, in questo senso, si configura come il racconto sintomatico di riappropriazione di quel che ci appartiene più profondamente e che ci costituisce strutturalmente. Ma cos’è questa dimensione fondante?

È una dimensione forse assai prossima a un’estasi di senso, a un’estasi dei sensi che si pone e ci pone a lato del culturale, senza illuderci di poter fuggire in un’alterità assoluta, verso una naturalità incontaminata e primigenia. È forse l’“estasi estetica”, che dà il titolo a un altro testo di Sottsass del 2000, attraverso la quale, una volta superati i canti di sirena del culturale, si giunge a percepire “senza saperlo, che la bellezza [è] tutto quello che c’è di oscuro, segreto, fulmineo, nelle apparizioni della natura?” Oltre la cultura ma anche oltre la natura. La non cultura non è la natura, come chioserà a lungo Sottsass ne L’enigma. La natura, infatti, non ha nulla di umano; la natura è priva di senso. Nulla di più lontano dalla materna custode di un senso originario e dalle consolatorie visioni ecologico-ambientaliste di alcuni pensatori contemporanei. L’iconografia della non cultura ci libera dalla “natura della nostalgia, della solitudine, dell’invidia, dell’odio, della paura; dalla natura della morte”. Esporsi al non senso, al “niente di niente”, fino a scomparire in questa privazione di senso. “Precipitare nel buio, nell’ignoto, nel segreto al punto che il segreto non è più segreto”. E poi ritornare da quel buio, portando con sé fragili bagliori, fuochi fatui, fotografie, scritture di luce, immagini di luce, iconografie della non cultura. Immagini di un sapere senza conoscenza. Ecco, quel davanzale, Alessandra, la luce, l’incanto di un istante di senso. Ettore Sottsass è stato molto più di un designer.

Immagine di copertina: Ettore Sottsass, O vuoi guardare la valle? dalla serie “Metafore” 1972-79

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni” (SE, 2016), "Il silenzio dell'arte" (Sossella, 2021) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).